La storia travagliata di Vigino

Castel San Pietro

Dallo sfratto del contadino alla rinuncia al progetto di recupero da parte di una «facoltosa famiglia», il Cantone chiarisce i contorni della vicenda al cui centro vi è la nota masseria

La storia travagliata di Vigino
© CdT/Gabriele Putzu

La storia travagliata di Vigino

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La storia della masseria di Vigino è senza dubbio travagliata. Una recente risposta del Consiglio di Stato a un’interrogazione di Daniele Caverzasio (Lega) lo conferma. Non è diventata turbolenta solo nel recente passato, in relazione al «naufragio» del progetto per la sua ristrutturazione e trasformazione in una «maison du terroir», con un’osteria e degli spazi didattico-espositivi. Ostacoli erano emersi già in passato.

L’immobile in territorio di Castel San Pietro è stato donato al Cantone dall’EOC nel 1996 e per anni è stato dato in affitto a un contadino. Una decina di anni fa gli era però stato notificato uno sfratto (contestato a lungo). Nella risposta a questo proposito si rende noto che il veterinario cantonale aveva constatato la non idoneità dello stabile per il ricovero del bestiame e «conseguentemente era stata data disdetta del contratto» al contadino.

Del restauro dello stabile si è iniziato a parlare con insistenza nel 2011, quando l’Ente regionale per lo sviluppo del Mendrisiotto e Basso Ceresio «ha assunto il mandato per il suo recupero». Dopo una ricerca di fondi «infruttuosa», nel 2018 «una facoltosa famiglia» ha manifestato interesse per la masseria e ha «accettato di principio» di realizzare il progetto che aveva vinto il concorso indetto per definire il futuro dello stabile (quello per creare una «maison du terroir»).

La famiglia che voleva restaurare l’edificio non ha ancora ufficializzato la rinuncia al Consiglio di Stato

A questo punto siamo al passato recente, che ha visto la rinuncia al progetto da parte della «facoltosa famiglia». «La trattativa è divenuta problematica» - si spiega - a causa di divergenze sul «valore della cessione immobiliare» (la richiesta dei promotori del progetto era di «pressoché azzerare» il valore della cessione, cosa che il Governo sembrava peraltro disposto a fare, cedendo gratuitamente l’edificio) e sull’obbligo di indire dei concorsi di appalto pubblico per le opere di ristrutturazione, con «il correlato obbligo di aggiudicazione a ditte elvetiche».

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