Migranti

«Ma non c’è solo la disperazione»

Una giovane infermiera momò lascia la sua vita a Zurigo per recarsi a Salonicco ad assistere i rifugiati

«Ma non c’è solo la disperazione»

«Ma non c’è solo la disperazione»

Le mancano i guanti, lo stetoscopio. Eseguire una diagnosi: molto difficile, se non impossibile. Ma della donna afghana che sta male in un campo profughi nei pressi di Salonicco Raissa Caldelari, giovane infermiera di origini momò, si occupa lo stesso. Può farlo. Deve. Anche qui, in un contesto totalmente altro dagli asettici corridoi del Kantonsspital di Winterthur. La possibilità di scegliere l’aveva, l’avrebbe ancora adesso. Ma la sua decisione, lei l’ha già presa. Anni fa.

A Salonicco d’estate fa caldo. I migranti arrivano in massa. Nel campo ce ne sono quasi 2.000, confluiscono in una struttura pensata per 800. Altro che normalizzazione, altro che calma. L’ondata migratoria del 2015 non fa parte del passato. Frottole: è una storia fin troppo banale, fin troppo quotidiana. È l’attenzione del mondo ad essersi spostata, i giornalisti che, in parte, se ne sono andati. La trentenne cresciuta a Morbio Inferiore e trasferitasi a sedici anni nel Bellinzonese lo sa bene.

Se li ricorda ancora, i sei mesi nel reparto di cure intense a Zurigo e il pericoloso avvicinamento all’esaurimento. Dopo le dimissioni, l’idea di partire a fare volontariato, rimasta latente per tanti anni, si fa viaggio. Accantonato il sogno di esercitare come infermiera, nell’agosto 2017 parte per Salonicco, in un campo di soli uomini. E qui, senza materiale né personale medico, si rende conto che fare l’infermiera le piace. Finita l’esperienza di due settimane, rincasa distrutta. Poi, tre giorni prima di iniziare il nuovo lavoro al Kinderspital di Zurigo, manda tutto all’aria e decide di tornare a Salonicco. Con un coordinatore italiano cerca di creare un’associazione inizialmente con base in Grecia; poi, per motivi logistici, decide di realizzarne una, autonoma, che ha sede in Svizzera e fa riferimento a quella ellenica: il suo nome è «To be here» (TBH). Inizia così un periodo in cui la ragazza viaggia ad alta quota, facendo la spola tra due Paesi, tra due mondi.

I social, un’arma a doppio taglio

La quotidianità nel campo non è mai monotona, tra lezioni di inglese e attività per rendere gli spazi «belli», così dice Raissa, levare la sporcizia, colorarli. Ma non per le foto, non per i social, che per la ragazza sono un’arma a doppio taglio, saturi come sono di immagini di rifugiati tristi, sofferenti, il volto della disperazione. Lei vuole fare altrimenti: far vedere un sorriso, le donne, la pulizia, la dignità delle persone che vivono nel campo. A volte può scappare un selfie con un gruppo di giovani siriane, «teenager tanto quanto lo sono le nostre». Immagini che servono per mostrare «cose molto umane anche nella situazione in cui sono». Certo, i momenti d’urgenza ci sono: dissapori tra migranti che degenerano in risse, magari tra etnie che erano rivali in patria e che lo sono anche qui, a migliaia di chilometri di distanza, in una fuga da dinamiche ancestrali che forse è impossibile. Di recente il team ellenico ha deciso di affittare un capannone di circa 400 metri quadrati in prossimità del campo, destinato a diventare la sede ufficiale: ci sarà una parte esterna per le attività all’aperto e una interna per le aule di scuola, lo spazio donne, e così via.

Il sogno di Raissa è trasferirsi definitivamente in Grecia, e l’anno prossimo lo farà. Non ci andrà da sola: ha intenzione di far provare questo genere di esperienza agli studenti di infermieristica svizzeri, e ha già contatti in alcune scuole. La partenza ufficiale della nuova ONG è prevista per la prossima settimana, il sito e i profili social dell’associazione sono in fase di elaborazione. Questo weekend la giovane sarà a Chiasso, a Festate, con una sua bancarella, ed è fiduciosa che sarà un successo. La politica non le interessa, non le compete. Il suo lavoro è un altro, lontano da qui.

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