«Non è un mostro, ha un ritardo»

Violenza in famiglia

L’unica presente al secondo giorno di processo per violenze e tentati omicidi ai danni dei propri bimbi è stata la madre che tra l’altro, essendo in carcere, non aveva scelta - Il padre e il nonno, a piede libero, si sono invece dati alla macchia

«Non è un mostro, ha un ritardo»
Foto Archivio CdT

«Non è un mostro, ha un ritardo»

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CHIASSO - Nel secondo giorno di dibattimento, il processo per maltrattamenti e tentati omicidi all’interno di una famiglia chiassese (composta anche da quattro bambini piccoli) è continuato con le arringhe dei difensori. Ad essere giudicati, lo ricordiamo, sono la mamma, il papà e il nonno paterno dei piccoli che oggi hanno tra i 4 e i 10 anni, per i quali la pubblica accusa ha chiesto condanne rispettivamente di nove, quattro e due anni di carcere.

Dopo aver ripercorso i fatti, nella giornata di mercoledì, e sentito l’accusa pubblica e quella privata, è stato oggi il turno delle difese che hanno quindi precisato il punto di vista degli imputati esponendo alla Corte, presieduta dal giudice Mauro Ermani, il quadro psichico e sociale nel quale si sono trovati i tre adulti della famiglia che sarebbero dovuti comparire alla sbarra. Il condizionale è dovuto al fatto che, dopo la diserzione del nonno, che già mercoledì non si era presentato, oggi non si è vista traccia nemmeno del padre. A rispondere sono infatti la mamma, in carcere dall’inizio delle indagini nel gennaio 2017, che con botte e maltrattamenti vari ha terrorizzato per anni i figli, il padre che ha contribuito al clima violento picchiandosi con la moglie e non denunciando gli abusi sui figli (pur avendoli documentati), e infine il nonno paterno considerato anche lui omertoso malgrado fosse al corrente di tutto.

Chiesto il proscioglimento per il nonno

Per quest’ultimo, la procuratrice pubblica Valentina Tuoni aveva chiesto una pena detentiva di due anni. Il suo avvocato Marco Masoni ha però argomentato che, benché il 63.enne non abbia avuto sempre un comportamento esemplare in passato (è stato infatti in carcere per abusi sessuali su una figlia disabile), e sebbene gli si possa rimproverare di non aver avuto il coraggio di segnalare i maltrattamenti, non ha tuttavia violato il suo dovere di assistenza o educazione nei confronti dei quattro nipoti. Imputazione dalla quale Masoni ha chiesto quindi il proscioglimento del nonno.

Venendo invece alla coppia, entrambi i difensori - Stefano Camponovo in rappresentanza del marito e Pascal Cattaneo per la moglie - hanno evocato un fattore che aleggiava già nel corso del primo giorno di processo ma non era ancora stato evocato. Ossia la conferma da parte di un perito che entrambi abbiano un lieve ritardo mentale. Accompagnato, nel caso del 33.enne, da un disturbo di personalità specifico e da un’intelligenza inferiore alla norma e, nel caso della 38.enne, da disturbo di personalità instabile di tipo impulsivo.

I due, pur essendosi detti sollevati dall’intervento delle autorità che nel gennaio 2017 ha messo un punto alle vessazioni sui bambini, non hanno comunque mai espresso chiaramente rimorso verso le atrocità fatte subire ai piccoli.

Un uomo dipendente dalla moglie

A differenza di quelli perpetrati dalla moglie, ha sostenuto Camponovo, gli errori del marito non raggiungono l’intensità richiesta dal Codice penale. «È vero che non li ha portati dal medico ma li ha soccorsi togliendoli dalle mani della moglie quando lei li afferrava per il collo», per esempio, ha sostenuto l’avvocato. Anche lui veniva picchiato, ha aggiunto poi il difensore, anche lui, come la moglie, era stressato ma non per questo si rifaceva sui bambini. Anche lui era spesso costretto a nascondersi in bagno con i figli per scappare alla furia della moglie da cui era totalmente dipendente, ha asserito Camponovo. È la gelosia nata per la paura di perderla che ha fatto diventare violento pure lui: la moglie rappresentava per l’imputato l’elemento destabilizzante che lo faceva scoppiare e trasformarsi dalla persona zen che era a violento.

E le fotografie che scattava per documentare le violenze e, a detta dell’accusa, per tenere in pugno la consorte? Quelle sono l’emblema di quel «vorrei denunciare, ma non posso perché sono troppo condizionato», ha continuato l’avvocato. Per la difesa, insomma, al di là di sberle e sculacciate, che non si vogliono banalizzare, il padre ha mancato nel non agire dove doveva, più che negli atti di violenza. Ha sbagliato, ma in maniera diversa dalla moglie. Una differenza che non risulta in modo sufficiente nella richiesta di pena, che dovrebbe essere contenuta in due anni sospesi con la condizionale. Questo «malgrado il pollo oggi non si sia presentato, ma non perché è scappato, ha infatti assistito nel primo giorno del processo alle posizioni delle accuse, bensì perché è crollato».

Il mosaico costruito fino a questo punto è quello di due uomini che si difendono a vicenda, così come fanno marito e moglie vicendevolmente. L’unica accusa chiara che viene fatta dagli imputati è quella del nonno nei confronti della nuora, sulla quale, se non direttamente almeno indirettamente, vengono addossate tutte le colpe. «Se i bimbi sono ancora vivi è grazie me, mia moglie e mia figlia. Lei li ha massacrati di botte», ha detto.

«Non è un mostro»

L’ultimo degli avvocati ad aver preso oggi la parole e quello della madre delle quattro vittime, Pascal Cattaneo. «Per una giusta pena dobbiamo fare astrazione dei sentimenti, per quanto legittimi, dati dalla sofferenza creata nei bambini». «L’unica chiave di lettura che si deve usare sono i problemi di natura intellettiva dei genitori: la signora non è un mostro – ha continuato l’avvocato – ha fatto quel che ha fatto perché si è trovata in una situazione più grande di lei che non era in grado di gestire» ha asserito la difesa riferendosi ai limiti intellettivi della donna. La maternità avrebbe esposto la donna alla difficoltà nel relazionarsi con il marito e i figli facendo nascer in lei la solitudine e di conseguenza l’impulsività, anche violenta, nelle situazioni in cui si sente criticata dagli altri.

La donna, lo ricordiamo, ha maltrattato in centinaia di episodi i propri bambini, che al momento del suo arresto nel gennaio 2017 avevano tra i 2 e gli 8 anni. Si parla di pedate, cinghiate, pugni, calci alla schiena, in faccia e alla testa, attutiti, a dire dell’imputata, dal fatto che avesse ai piedi ciabatte di gomma. Non sono però mancate le mani intorno alla gola, facendo mancare il fiato ai piccoli, e i colpi dati con il tacco di una scarpa da donna che lasciavano segni profondi sulle piccole schiene di bambino. Costringendo spesso i figli a nascondersi sotto il tavolo, negli armadi o nel bagno per sfuggire all’ira della mamma.

La donna capiva il carattere illecito dei fatti, ha poi continuato l’avvocato Cattaneo. «Ma non era altrettanto in grado di capire che questo suo agire avrebbe potuto comportare la morte o mettere in pericolo la vita dei figli. Un conto è sapere che stai loro facendo male, un altro è sapere che li potresti uccidere. Non lo voleva fare e nemmeno l’ha preso in considerazione», ha sostenuto il difensore chiedendo il proscioglimento dall’accusa di tentato omicidio nei confronti della prole. Riguardo alla stessa imputazione nei confronti del marito, Cattaneo ha ammesso che la 38.enne ha «messo in pericolo la vita del marito, perché c’era un coltello, ma di ucciderlo, alla signora, non è mai nemmeno venuto in mente», ha concluso infine l’avvocato prima di chiedere una pena limitata a 4 anni di carcere.

La coppia, di nazionalità italiana, non si è inoltre opposta alla richiesta di espulsione presentata dalla Procura.

La sentenza è attesa per domani pomeriggio.

I precedenti nel Comasco

Prima di arrivare a vivere a Chiasso, la coppia e i figli abitavano nella provincia di Como. Anche lì, il sospetto che tra le mura di casa le cose non funzionassero come dovrebbero era già nato. Tanto che la famiglia aveva destato la curiosità dei servizi sociali d’oltre confine. È stato proprio allora che, armi e bagagli, la coppia ha fatto capolino a Chiasso e le indagini italiane sono quindi forzatamente finite con un nulla di fatto ma non le sevizie.

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