GIUSTIZIA

Sedicimila file pedopornografici: condannato a sette mesi

Un uomo del Mendrisiotto è stato riconosciuto colpevole anche di aver scaricato video con decapitazioni di prigionieri di guerra

Sedicimila file pedopornografici: condannato a sette mesi
Foto Shuttestock

Sedicimila file pedopornografici: condannato a sette mesi

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«Guardava quei filmati per piacere o per curiosità?». «Sono affari miei». È stato caratterizzato da diversi scambi polemici fra giudice e imputato il processo a un uomo sulla sessantina condannato ieri a sette mesi di detenzione per pornografia, rappresentazione di atti di cruda violenza, minaccia e contravvenzione alla legge federale sugli stupefacenti. Iniziamo dal primo capo d’accusa: parliamo di quasi diciassettemila tra immagini e video di atti sessuali con minorenni che l’accusato, domiciliato nel Mendrisiotto, ha scaricato sul computer e conservato per il suo personale «consumo».

Manipolazioni degli organi genitali, rapporti orali, congiunzioni carnali, bambini ripresi nudi: contenevano di tutto i file sequestrati dalla Magistratura. In aula, di fronte alla giudice Manuela Frequin Taminelli, l’imputato ha tenuto a precisare di non aver mai toccato né filmato nessuno. Ha assicurato che tutto, in pratica, cominciava e finiva dentro le mura di casa sua. Il reato è comunque «mediamente grave», come ha rimarcato la presidente della Corte alla lettura della sentenza, anche perché scaricando quei contenuti o semplicemente visitando i siti che li ospitano non si fa che alimentare quel settore criminale, a tutto vantaggio di chi tocca e filma, per usare le parole dell’accusato. Costui ha fatto anche sapere di aver denunciato alle autorità uno dei video in questione e questo prima che fosse fermato dalla polizia, ma la giudice è stata lapidaria: «Non ho prove di questa sua denuncia».

Poi ci sono anche altri file: più di duecento video con immagini di cruda violenza verso esseri umani e in particolare l’uccisione di prigionieri di guerra con la loro decapitazione. L’imputato si è giustificato parlando del valore informativo di questi contenuti, ma Frequin Taminelli non gli ha creduto: «Li ha salvati e guardati solo per un perverso piacere personale». Chiaro, per la giudice, anche il movente degli altri download: «Il suo appagamento sessuale». Dal sesso al sangue. In ambedue i casi, oltre i limiti fissati dal Codice penale. «E lui sapeva che quella era materiale vietato».

L’imputazione di minaccia riguarda invece un alterco con una cameriera di un bar, che l’uomo ha spaventato estraendo un coltello. Ancora un coltello. Già, perché l’imputato, negli anni Ottanta, si era reso protagonista di una rapina in un negozio finita con l’assassinio del titolare. Per quel fatto il suo debito con la giustizia lo ha pagato, ma ora deve tornare dietro le sbarre. Ad un certo punto del processo ha avuto la possibilità di evitarlo: bastava che accettasse di essere preso a carico da una struttura sociale, ma non ha voluto. «La vede la mia data di nascita?» ha risposto alla presidente della Corte, che alla fine ha deciso per una pena da espiare, mentre il difensore d’ufficio, Edy Meli, aveva chiesto la sospensione condizionale: «Non concederla potrebbe peggiorare le cose». Sul giudizio, che ha confermato in toto, ad eccezione dell’accusa, caduta, di vie di fatto, la tesi accusatoria del procuratore pubblico Zaccaria Akbas, ha pesato la prognosi negativa. «C’è un concreto rischio di recidiva – ha detto Frequin Taminelli – L’atteggiamento dell’accusato è stato quello in parte di riconoscere le sue colpe, ma in parte di sminuirle, legandole a non meglio precisate ragioni personali. Non vuole nemmeno andare da uno psicoterapeuta, dicendo che lui si analizza da solo. Non c’è nessuno spazio per la condizionale».

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