Sei mesi per l’accoltellamento nell’alloggio protetto

Mendrisio

La pena all’autrice, una donna 35.enne, è stata sospesa a favore di un trattamento stazionario - Sia lei che la vittima soffrono di disturbi psichici

Sei mesi per l’accoltellamento nell’alloggio protetto
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Sei mesi per l’accoltellamento nell’alloggio protetto

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«Cercare una logica in questo contesto è un’impresa ardua». È con queste parole che il giudice delle Assise correzionali Amos Pagnamenta ha condannato a sei mesi di carcere una donna di 35.enne residente nel Mendrisiotto per aver accoltellato a inizio gennaio un ospite dello stabile Pineta, il Centro abitativo, ricreativo e di lavoro dell’Organizzzione sociopsichiatrica cantonale. Struttura di cui anche la donna è ospite da diverso tempo. E la mancanza di logica è proprio dovuta ai problemi psichici che affliggono i due protagonisti. La vittima per esempio non è stata in grado di articolare quanto le è accaduto, e all’imputata è stata riconosciuta una scemata imputabilità di grado medio. La pena inflittale è stata sospesa a favore di un trattamento stazionario per permetterle di curarsi. La procuratrice pubblica Petra Canonica Alexakis aveva chiesto una pena di 16 mesi, mentre l’avvocata Fiammetta Marcellini, legale della donna, un massimo di 8 mesi.

I contorni della vicenda vanno probabilmente ricercati nella dipendenza da steroidi anabolizzanti di cui soffriva la donna. Aveva cominciato ad assumerli una mezza dozzina d’anni fa per fare la bodybuilder, ma ne ha presto sviluppato una dipendenza e la loro assunzione la rendeva aggressiva, tanto che negli ultimi anni ha accumulato una serie di condanne per reati minori: piccoli furti e violazioni di domicilio. Oltre a ciò gli steroidi hanno avuto effetto sulla sua identità di genere: oggi ha le sembianze di un uomo e solo di recente ha ricominciato a usare il pronome femminile per riferirsi a se stessa.

In questo contesto, quel giorno di inizio gennaio la 35.enne era rientrata alla propria abitazione dopo aver ricevuto una notizia che non le era piaciuta riguardo a una terapia coatta a cui si doveva sottoporre. Passando per il corridoio ha visto la sua vittima - costretta su una sedia a rotelle - ma l’ha ignorata. Ha poi preso dalla stanza un coltello da cucina con lama liscia di 12 centimetri, è tornata in corridoio e l’ha conficcato nella schiena dell’uomo. Poi è rientrata in stanza, ha lavato il coltello e si è tolta la maglietta insanguinata. Gli agenti l’hanno trovata stesa sul letto che guardava il proprio tablet. Questa la ricostruzione dell’accusa, fatta propria dalla Corte e in fondo anche dalla difesa. La donna, per contro, ha sostenuto che si sia trattato di un incidente. Ha detto che aveva fame e che per questo aveva in mano un coltello e un kiwi, e che stava andando in cucina a farsi un caffè. In corridoio le è però venuta voglia di «fare la modella», vale a dire camminare mettendo un piede davanti all’altro. Essendo però «molto ingrassata» è inciampata e il coltello è finito nella schiena dell’uomo.

Se la procuratrice Canonica Alexakis prospettava come reato principale quello di tentate lesioni gravi, la Corte ha ritenuto quello subordinato di lesioni semplici qualificate: «Il colpo è stato sferrato con forza modesta - ha rimarcato Pagnamenta. - Voleva solo ferirlo, non aveva considerato la possibilità di causargli danni gravi». La lama era penetrata per tre centimetri nelle carni dell’uomo, causando un copioso sanguinamento ma non ferite tali da metterne in pericolo la vita.

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