Una sede momò della Commercio? Il no del Cantone non frena l’entusiasmo

Sottoceneri

È negativo il preavviso del Consiglio di Stato alla proposta sostenuta dal Municipio di creare una seconda sede nel capoluogo momò – Danielli: «Già individuato un possibile sito: nei pressi della SUPSI»

Una sede momò della Commercio? Il no del Cantone non frena l’entusiasmo
© CdT/Chiara Zocchetti

Una sede momò della Commercio? Il no del Cantone non frena l’entusiasmo

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Sempre la stessa storia, ogni mattina, tutte le sere. Il lockdown di questi ultimi mesi non è sicuramente bastato per liberare gli allievi sottocenerini (e in particolare momò) della Scuola cantonale di commercio (SCC) dal ricordo dei lunghi, quotidiani viaggi in treno alla volta di Bellinzona. Un disagio di cui lo scorso mese di dicembre si è fatto portavoce in un’interrogazione il PPD di Mendrisio, proponendo al contempo una soluzione che possa «facilitare l’accesso alla scuola» agli studenti del Sottoceneri (la metà del totale) e «sgravare in modo significativo il traffico ferroviario, già molto congestionato visto che gli orari scolastici si sovrappongono agli orari lavorativi»: la creazione di una seconda sede della SCC nel capoluogo momò.

Una richiesta, questa, che sa di déjà-vu per i lettori dalla memoria particolarmente lunga: nel marzo 2018, infatti, a invocare uno «sdoppiamento» dell’istituto era stato l’MPS con una mozione, attualmente al vaglio della Commissione gestione e finanze del Gran Consiglio. E che, malgrado il pieno sostegno del Municipio di Mendrisio – che, sollecitato dai popolari-democratici, ha detto di «valutare positivamente» questa opzione promettendo di attivarsi nei confronti dell’autorità cantonale –, ancora non convince il Consiglio di Stato. Dopo aver proposto al Legislativo cantonale, nel settembre 2018, di respingere la mozione dell’MPS, oggi infatti il Governo non cambia la sua posizione, emanando – dopo aver specificato che «la proposta di una sede sottocenerina della SCC, che peraltro non indica alcun luogo, è ancora pendente presso le competenti istanze parlamentari» – un preavviso negativo «per tre ordini di ragioni».

La prima è di natura organizzativa. «(...) considerato che la grande maggioranza degli allievi sottocenerini della SCC risiede nel Luganese e che tra meno di un anno (lo scritto risale al mese di febbraio, ndr.) Lugano e Bellinzona saranno collegati tramite ferrovia in 12 minuti, le questioni inerenti ai lunghi trasferimenti vanno relativizzate», scrive. La seconda è invece di ordine finanziario: «(...) non possiamo non rilevare come sulla sede unica della SCC a Bellinzona il Cantone abbia investito per la sola logistica ca. 47 mio negli ultimi 25 anni, 18 mio per l’ampliamento partito due anni or sono». Il terzo motivo coinvolge infine l’ambito delle «prospettive a lungo termine»: «(...) non siamo certi che l’attuale impostazione “ibrida” della SCC, che oggi eroga una maturità cantonale, comunque ben riconosciuta da numerose facoltà universitarie, e contemporaneamente un attestato federale di capacità, potrà resistere a riforme nazionali degli studi post obbligatori che imporranno al Ticino di scegliere dove collocare questa scuola (scuola di maturità o scuola professionale di base)».

«Non così convincenti»

Si tratta, dal punto di vista del vicesindaco di Mendrisio Paolo Danielli, di una risposta «non così convincente»: «Posso capire le questioni finanziarie piuttosto che quelle progettuali, ma non quelle relative al numero di ragazzi coinvolti, anche perché anche in passato si è parlato dell’utilità di uno sdoppiamento». Tra i motivi, oltre a quelli già addotti – la SCC «è la scuola più grande tra quelle medie superiori» –, la possibilità di creare un polo formativo coeso dal profilo territoriale: «Abbiamo individuato quello che potrebbe essere un sito interessante, nei pressi della SUPSI in zona stazione», specifica il nostro interlocutore.

Non è tutto: la pandemia con la conseguente introduzione della scuola a distanza ha aperto orizzonti su cui è necessario riflettere. Si pensi per esempio a modelli scolastici che non prevedano più «solo il concetto degli allievi ammassati in aula, aula che cambiano continuamente per poi andare a casa». L’insegnamento del futuro «potrebbe richiedere spazi anche per altro, spazi più grandi di quelli attualmente a disposizione, e questo non necessariamente significa continuare a ingrandire a dismisura una scuola, bensì farne un’altra».

Un aspetto che il PPD locale intende sottolineare, tornando alla carica con la seconda sede «una volta che si sarà tornati alla normalità anche dal punto di vista degli investimenti»; questo, beninteso, senza fare «crociate»: «non è il momento né il caso». «Ribadiamo – prosegue Danielli, membro del partito - che anche in questo contesto avrebbe senso una maggiore distribuzione territoriale».

«Spazi scolastici da ripensare»

«È illusorio pensare, col pretesto della scuola a distanza, di risparmiare spazio. Anzi, si verifica proprio il contrario: dopo il lockdown rimane l’idea che sono necessari spazi pensati in modo un po’ diverso», commenta Danielli (che è docente di fisica al Liceo di Mendrisio). «E se la scuola a distanza in certe occasioni può portare anche a delle innovazioni interessanti e didattiche, siamo tutti unanimi nel dire che l’insegnamento non potrà mai ridursi unicamente a questo genere di scuola».

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