Mezzo secolo di una conquista ancora fragile

Diritti politici

Il 19 ottobre del 1969 la maggioranza dei ticinesi concede il diritto di voto e di eleggibilità alle donne - Le considerazioni di Chiara Simoneschi-Cortesi, Marina Masoni e Laura Riget

Mezzo secolo di una conquista ancora fragile
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Mezzo secolo di una conquista ancora fragile

Favorevoli: 20.080. Contrari: 11.760. Dopo due tentativi andati a vuoto, frutto di altrettante votazioni avvilenti, il 19 ottobre 1969 succede finalmente qualcosa. Le donne ticinesi ottengono il diritto di voto e di essere a loro volta candidate ed elette. Una pietra miliare nel panorama sociale e politico del nostro cantone. Finalmente, l’altra metà del cielo può esprimersi, esercitare i diritti civici e partecipare attivamente al dibattito all’interno della società. Una conquista, sì. Ottenuta con fatica, passione, perseveranza. Una conquista che, vista con lo sguardo di oggi – il giorno dell’anniversario – sembra scontata. Eppure, sono passati solamente cinquant’anni. Mezzo secolo. Molto è stato fatto; molto resta da fare per la piena parità di genere. Ne parliamo con tre donne, tre politiche, di tre differenti generazioni: Chiara Simoneschi-Cortesi, Marina Masoni e Laura Riget.

«C’è ancora discriminazione»

Chiara Simoneschi-Cortesi è stata nel 2008 la prima donna ticinese a presiedere la Camera del popolo. Classe 1946, nel 1969 Simoneschi-Cortesi era appena tornata in Ticino dopo 4 anni a Berna e ci racconta che la sua generazione era ben cosciente di subire una discriminazione. «Il diritto di voto e di eleggibilità è stata una conquista che aspettavamo con ansia, ma è stato solo un primissimo passo. L’articolo costituzionale per la parità di fatto tra donne e uomini - nella famiglia, nel lavoro, nell’educazione e nella società - è infatti arrivato solo nel 1981. C’è voluto del tempo e lo sciopero delle donne dello scorso giugno dimostra che, per molti aspetti (in primis il salario) la parità ancora non è stata raggiunta». «Abbiamo fatto molti passi avanti nella famiglia, con tanti uomini che si occupano dei figli. Ma troppe donne vengono ancora discriminate quando rimangono incinta e c’è ancora molto da fare in termini di conciliabilità tra lavoro, famiglia e tempo libero».

«Abbiamo un esame in più»

«Fu un grande traguardo, sì, ma il processo per arrivare a riconoscere il diritto di voto alle donne è stato lunghissimo», spiega Marina Masoni, la prima donna eletta in Consiglio di Stato nella storia del nostro cantone (1995). «E la parità effettiva è ancora lontana. La realtà di oggi è ancora legata a certi schemi di un tempo. Basti pensare che abbiamo dovuto aspettare le ultime elezioni cantonali di aprile per vedere finalmente occupati da deputate tutti i seggi supplementari che erano stati aggiunti al Parlamento dopo l’estensione del diritto di voto e di eleggibilità alle donne (25 seggi in più in Gran Consiglio). Ci sono voluti 49 anni perché tutti questi posti supplementari venissero occupati da donne – e siamo a 31 seggi su 90. Nonostante la conquista del 1969, l’evoluzione della parificazione è stata ed è tuttora molto lenta». Masoni sa bene cosa significhi, per una donna, fare politica. «È come se avessimo un esame in più da superare rispetto agli uomini», commenta. «A livello politico, sono soprattutto i partiti che dovrebbero promuovere candidature femminili non di facciata. Poi ci sono la scuola e le aziende, che pure devono fare la loro parte. Ci vuole tantissima pazienza. Non ci siamo ancora, non siamo ancora arrivati a una vera parità. Degli esempi? Da due legislature l’Esecutivo ticinese non contempla donne. E poi, quante sono le donne sindaco in Ticino? Quando manderemo alla Camera dei Cantoni la nostra prima rappresentante? E in Consiglio federale? Se avessimo ottenuto una piena parità in ambito politico, non ci porremmo queste domande. La domanda, allora, sarebbe non più quando, ma quale donna scegliere per rappresentarci. L’attenzione deve sempre rimanere alta: ci vuole molto per costruire qualcosa, pochissimo per distruggerla».

«Il congedo parentale aiuterà»

È l’epoca del #metoo e da pochi mesi c’è stato anche lo sciopero delle donne, «di proposte concrete per rimediare alla diseguaglianza ce ne sono eccome, a partire dalla parità salariale e passando per la politica familiare, aspetti cui la politica risulta però spesso poco interessata perché formata da troppi rappresentanti uomini», ci dice Laura Riget, 23 anni, la più giovane eletta in Gran Consiglio. «Si deve ancora fare molto per far combaciare professione e famiglia: è importante che vadano di pari passo, ne va anche del tasso demografico. Un congedo parentale da suddividere tra i due genitori potrebbe essere una soluzione. Un altro aspetto da risolvere è la ridistribuzione dei lavori di cura non riconosciuti a dovere e ricoperti da donne». «Personalmente non mi sono sentita spesso discriminata in quanto donna, mi è capitato piuttosto in quanto giovane, soprattutto nella mia scelta di fare politica».

Un percorso in evoluzione

Primi passi bernesi nel 1847

In Svizzera, uno dei primi episodi documentati di mobilitazione risale al 1847 quando, nella capitale, 157 donne riuscirono ad ottenere la fine della pratica della tutela di genere: un diritto di custodia diffuso nel canton Berna e basato sul sesso.

Una proposta iniziale

Alcuni deputati nel Gran Consiglio ticinese avanzano la proposta - che si rivelerà vana - di concedere il diritto di voto alle donne, senza tuttavia accordare loro l’eleggibilità. Un compromesso che comunque non convince.

La nascita di un movimento

È il 1933 e Flora Volonteri si fa promotrice di quest’iniziativa il cui scopo è sviluppare azioni informative a sostegno del suffragio femminile su tutto il territorio cantonale.

L’esito del 1946

Nel 1946 è il consigliere di Stato Guglielmo Canevascini a proporre la riforma elettorale per estendere i diritti politici alle donne. In Parlamento, tutti d’accordo tranne il partito agrario. La votazione però è chiara: 14.093 contrari, solo 4.174 favorevoli (22,8%).

Un no anche federale

Dall’ambito cantonale a quello federale, ma i risultati non cambiano. I sostenitori della parità civica non la spuntano, ma in Ticino perlomeno si vede una crescita dei favorevoli: 37,1%.

Un nuovo tentativo

Tra il 1965 e il 1966 sono i movimenti politici giovanili a spingere una nuova volata per il diritto di voto alla donna, ma il verdetto una volta ancora è deludente: 17.155 contrari, 15.961. Le parti si avvicinano, ma non a sufficienza.

La riuscita in Ticino

Tra il 1968 e il 1969, gli organi politici ticinesi si adoperano in vista di una nuova votazione, finalmente appoggiata dall’elettorato: 20.080 favorevoli (63%) contro 11.760 contrari. Nel 1971, seguirà un sì anche a livello federale, con il 75,3% di favorevoli.

«Come si esprimeranno?»

In vista del voto, il 18 ottobre 1969, l’«Eco di Locarno» scrive: «Gli interrogativi che ci si pone sono questi: la donna voterà in generale la scheda di uguale colore a quella del marito? E le giovani come si comporteranno? Per il sesso femminile, specie nei comuni di montagna e per le donne di una certa età, non potrà risultare determinante l’influenza del parroco? Queste apprensioni tutti le bisbigliano».

Il sì a livello nazionale

Nel 1971 arriva il sì anche a livello federale, che ottiene il 75,3% di voti favorevoli.

Le undici pioniere

Alle elezioni cantonali del 4 aprile 1971 vengono elette le prime donne nel Gran Consiglio ticinese. Ecco chi sono le undici pioniere: Linda Brenni (PLR), Dionigia Duchini (PPD), Ersilia Fossati (PPD), Elsa Franconi-Poretti (PLR), Rosita Genardini (PPD), Elda Marazzi (PLR), Rosita Mattei (PPD), Alice Moretti (PLR), Dina Paltenghi-Gardosi (PLR), Ilda Rossi (PPD), Marili Terribilini-Fluck (PST).

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