Nasce una nuova speranza dai ricercatori di Bellinzona

Medicina

L’Istituto oncologico di ricerca e l’Istituto di ricerca in biomedicina uniscono le forze e lavorano a una terapia - I dati epidemiologici suggeriscono una letalità molto maggiore fra gli uomini - Franco Cavalli: «L’indiziata è una proteina»

 Nasce una nuova speranza dai ricercatori di Bellinzona
©CdT/Archivio

Nasce una nuova speranza dai ricercatori di Bellinzona

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Il SARS-CoV-2 nei casi più gravi attacca pesantemente i polmoni. E l’infezione, a volte, è talmente grave da provocare la morte del paziente. Ma c’è una particolarità, un dato statistico interessante che emerge dal nuovo coronavirus che sta stravolgendo le nostre vite: i decessi sono più incisivi fra gli uomini. Le donne sono meno toccate. È sulla base di questi primissimi dati che l’Istituto oncologico di ricerca (IOR) e l’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB) di Bellinzona hanno unito le forze per provare a scoprire i segreti della malattia. Cercando, se possibile, una terapia efficace. Ne parliamo con il professor Franco Cavalli, presidente dello IOR.

Statistiche significative

«A noi è balzato all’occhio un fatto in particolare» spiega Cavalli. «Un fatto già trattato, ma non così in profondità, dai ricercatori cinesi, e che da noi è diventato evidente: il SARS-CoV-2 uccide più gli uomini che le donne. Al di là dei 50 anni, si può affermare che – a livello di letalità – il rapporto è perlomeno di uno a due. Significa che per ogni donna deceduta, ci sono almeno due pazienti uomini che non ce la fanno». Siamo ancora lontani dal capire esattamente perché il tasso di letalità sia così sbilanciato fra i generi. Eppure, un indizio potrebbe arrivare da una proteina. «In ‘‘scientifichese’’ è conosciuta come TMPRSS2» prosegue il professore. «La stessa che s’era notata durante l’epidemia di SARS nel 2002. Ebbene, questa proteina – ma probabilmente non è la sola – viene utilizzata dal coronavirus per penetrare all’interno delle cellule. Una specie di cavallo di Troia. Andando a vedere meglio la struttura di questa proteina, si è notato che ha delle similitudini, delle affinità, con altre proteine che vanno ad attaccarsi ai recettori degli ormoni maschili. Gli ormoni maschili, infatti, per penetrare nelle cellule devono passare da una sorta di buco della serratura. I recettori, appunto».

L’ipotesi

Ecco che allora è iniziata a circolare l’ipotesi che le due cose fossero legate. «Abbiamo condotto degli esperimenti in laboratorio» spiega ancora Franco Cavalli. «Ed effettivamente abbiamo già dei primi dati che mostrano come nei tessuti polmonari, quelli maggiormente colpiti nei casi gravi di COVID, siano presenti dei recettori per ormoni maschili». È a questo punto della storia che entra in scena un’eccellenza dello IOR, lo studio del tumore della prostata. «In questo particolare tipo di cancro, i recettori per gli ormoni maschili giocano un ruolo fondamentale» dice l’oncologo. «Ci siamo quindi messi in contatto con dei ricercatori di Wuhan, con i quali avevamo avuto numerosi e prolungati scambi professionali in passato, anche direttamente a Bellinzona. A loro, abbiamo sottoposto una domanda: siccome i pazienti affetti da tumore alla prostata vengono curati con degli ormoni che mettono fuori combattimento i recettori, può essere che anche il nuovo coronavirus venga di conseguenza arginato? Ebbene, tutti i loro pazienti trattati con ormoni (circa 150) non hanno sviluppato il COVID. Sono chiaramente dati insufficienti, però si tratta comunque di indizi di una certa rilevanza».

Franco Cavalli, oncologo, presidente IOR. ©CdT/Gabriele Putzu
Franco Cavalli, oncologo, presidente IOR. ©CdT/Gabriele Putzu

Anticipare il vaccino

Dall’osservazione dei dati, dalle analisi di laboratorio e dallo scambio di informazioni con la Cina, è nata un’idea. «La nostra ipotesi» conferma Cavalli «è che questa proteina TMPRSS2 affine ai recettori potrebbe essere bloccata con dei farmaci e delle cure ormonali già presenti sul mercato. Attenzione: ciò non significa bloccare o impedire il contagio. Questo avverrà quando il vaccino sarà disponibile. Significa però limitare le conseguenze gravi, come l’infezione ai polmoni appunto, somministrando la doppia terapia ai pazienti che sviluppano i primi sintomi».

I tempi

Siamo, come visto, a uno stadio embrionale. «Certo, bisogna condurre ancora molti esperimenti, anche su animali» spiega il professore. «Ma l’ipotesi è ragionevole, fondata. Dopo lo studio e la valutazione del mix ideale di farmaci, bisognerà sottoporre il tutto al comitato etico per il via libera alla sperimentazione sull’uomo. Ma proprio perché i farmaci sono già esistenti, potremmo arrivare a implementare la terapia a livello clinico entro fine anno». Nel frattempo, per sostenere questa importante ricerca, sono state inoltrate domande di finanziamento al Fondo nazionale svizzero per la ricerca e ad altre fondazioni».

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