Niente tampone, niente lavoro

Il caso

Anche in Ticino alcuni operatori sanitari sono stati licenziati poiché, oltre a rifiutare il vaccino, hanno detto no pure al test salivare - Paolo Ferrari: «Chi lavora con i pazienti ha il dovere di farsi immunizzare» - Fabio Maestrini: «È mancato il coraggio politico di imporre l’obbligo»

Niente tampone, niente lavoro

Niente tampone, niente lavoro

Era forse prevedibile, ma di certo non può lasciare indifferenti. Da inizio mese il personale sanitario non vaccinato deve sottoporsi a test salivari per poter lavorare nel settore. E se la stragrande maggioranza di essi è vaccinata, e un’altra buona parte si sottopone regolarmente ai test, un’altra piccola parte ha deciso di mettersi di traverso a questa misura imposta dal Consiglio di Stato. Il risultato è netto: in questi giorni in Ticino sono partiti i primi licenziamenti nei confronti di operatori che, non essendo vaccinati, hanno pure deciso di non sottoporsi ai test salivari.

Una spaccatura netta
I casi di questo tipo, in Ticino, dovrebbero comunque essere molto contenuti. Meno di una decina, come riferito ieri dalla RSI. In due, ad esempio, lavoravano alla Clinica Luganese Moncucco. «Credo che le possibili letture di questa vicenda siano essenzialmente due», ci spiega il direttore della struttura Christian Camponovo. «Da una parte c’è probabilmente chi ha voluto uscire allo scoperto per vedere cosa si può fare per andare contro la misura decisa dal Cantone. Dall’altra, invece, purtroppo questa situazione è diventata un po’ una guerra di religione. Lo vediamo anche nel resto della società: c’è una spaccatura netta». Per fortuna, però, «i casi sono molto pochi a fronte di chi invece rispetta le regole». Ad esempio, prosegue, «nella nostra struttura il 90% del personale è vaccinato, mentre l’altro 10% si fa testare senza problemi».

Preoccupa che nel settore sanitario ci siano delle persone che rifiutano la scienza

Ma il dato che preoccupa Camponovo riguarda il fatto «che nel settore sanitario ci siano delle persone che rifiutano la scienza, che contestano misure che si basano su dati scientifici». Già, perché rifiutare un semplice test salivare, continua il direttore, «è un po’ come rifiutarsi di dare un antibiotico a un paziente, quando si sa che quel medicamento è efficace». Già, perché «se un operatore sanitario pensa di poter decidere lui cosa è giusto o sbagliato fare, andando pure contro la scienza, questo atteggiamento può diventare pericoloso, specialmente per il paziente. E noi non possiamo fare correre questo rischio ai nostri pazienti». Nell’insieme, conclude Camponovo, «trovo questa situazione triste. Per noi è stata anche una decisione sofferta, come ogni volta che ci si deve separare da un collaboratore. Tuttavia, non c’erano alternative».

Un messaggio di responsabilità
Se nel caso della Clinica Moncucco si è dovuti arrivare a due licenziamenti, anche sul fronte della sanità pubblica, qualche timore non è mancato. «Un certo numero di collaboratori aveva espresso il proprio disagio dopo le direttive introdotte dal Cantone, ma nonostante ciò l’adesione per il momento è stata buona», spiega Paolo Ferrari, capo dell’area medica dell’Ente ospedaliero cantonale (EOC). «Solo in poche situazioni abbiamo dovuto insistere con i collaboratori affinché si facessero testare. Finora, comunque, non siamo arrivati al punto di dover prendere misure disciplinari nei confronti delle persone - un paio - recalcitranti al provvedimento». La preoccupazione, evidenzia però Ferrari, «è che all’EOC contiamo circa 700 operatori sanitari a contatto con i pazienti che non hanno fatto la vaccinazione e, quindi, devono essere testati due volte alla settimana. È importante e opportuno rafforzare e veicolare un messaggio di responsabilità: chi lavora con i pazienti ha il dovere di farsi immunizzare».

Il peccato originale
Anche sul fronte delle case di riposo, la situazione resta molto delicata. Delicata perché gli ospiti sono naturalmente più a rischio, per l’età, magari per patologie pregresse. Fabio Maestrini, direttore degli Istituti sociali di Chiasso, membro dell’associazione mantello ADiCASI, nella sua struttura ha riscontrato un unico caso di questo tipo, una collaboratrice non vaccinata che non ha voluto sottoporsi al tampone.

Non si è avuto il coraggio di dire che chi vi lavora deve essere vaccinato

«La motivazione? Nessuna in particolare. E non abbiamo potuto fare altro, non potendo farla lavorare, che sospenderla, senza stipendio. Cosa succederà in futuro, non lo so». Al momento attuale, all’associazione non sono giunte segnalazioni di singoli casi. Ma non significa, come dimostra la testimonianza di Maestrini, che i singoli istituti non abbiano a che fare con i suddetti casi. Maestrini va oltre, nel ragionamento, e come Ferrari sottolinea: «Credo che il peccato originale sia legato al fatto che non si è avuto il coraggio, nel settore sociosanitario, nella fattispecie per le case per anziani, di dire che chi vi lavora deve essere vaccinato. Tutto il resto sono accomodamenti causati dalla mancanza di quel coraggio politico, di una decisione drastica».

Intento politico?
«Si tratta di persone non solo non vaccinate, ma che rifiutano pure il tampone. Una posizione che sembrerebbe dettata dalla volontà di creare una giurisprudenza in materia di licenziamenti di questo tipo», spiega dal canto suo il sindacalista della VPOD, Raoul Ghisletta. Ma non solo. Ghisletta precisa pure che «non si tratta di persone che hanno agito tramite sindacato, ma in maniera autonoma con i propri avvocati, con un intento politico di contestazione della Legge COVID». E ora, prosegue il sindacalista, «trovandosi di fronte a un licenziamento, seguiranno tutte le procedure del caso: nel caso specifico c’è un CCL che prevede la facoltà di fare ricorso, sia alla commissione paritetica, oppure direttamente tramite la giustizia civile». «Mi sembra comunque peccato - conclude - che si arrivi a questo punto, considerata anche la carenza di personale curante in questo momento».

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