«Non dimentichiamo i ragazzi chiusi in casa con problemi seri»

L’appello

Un’operatrice pedagogica d’integrazione invita a riflettere sui minori in difficoltà o ingestibili a domicilio

«Non dimentichiamo i ragazzi chiusi in casa con problemi seri»
«Non dimentichiamo i ragazzi chiusi in casa con problemi seri»

«Non dimentichiamo i ragazzi chiusi in casa con problemi seri»

«Non dimentichiamo i ragazzi chiusi in casa con problemi seri»

«Mi chiamo Olga (il nome reale è noto alla redazione, ndr), sono una docente OPI - operatrice pedagogica d’integrazione. Vi ho contattato per chiedervi di prestare attenzione ai molti casi di ragazzi e bambini che hanno dei problemi, costretti dalle circostanze a rimanere a casa senza un’adeguata assistenza. Per favore, non dimentichiamoci di loro».

Comincia così il messaggio inviato alla redazione del Corriere del Ticino per segnalare uno dei problemi nascosti legati all’emergenza coronavirus: la situazione in cui si trovano numerose famiglie, monoparentali e non, nella gestione di ragazzi con particolari criticità.

Come quasi tutti, negli ultimi giorni Olga ha perso molto della sua vita normale: «lavoro, per cominciare, ma ben peggio: ruolo, missione, l’equilibrio psico-fisico che mi garantiva lo sport, il tanto predicato contatto umano autentico (non solo attraverso i social yoga). E, naturalmente, la libertà: uscire a cena, visitare un museo, assistere ad un concerto o a un evento sportivo, il nutrimento per lo spirito...».

Ciò che non ha perso, invece e per fortuna, «sono tre figli da accudire 24 ore su 24 e due genitori - che vorrei proteggere, ma che per fortuna sono del tutto indipendenti e ce la fanno».

Storie difficili

Tuttavia si ritiene fortunata: «La nostra situazione è gestibile, i miei ragazzi che vanno dai 5 ai 13 anni, non sentono alcuno stato di calamità interiore. Invece mi preoccupo per tutti i bambini che non potendo andare a scuola perdono quella regolarità di cui hanno assoluto bisogno per non restare traumatizzati. Non mi riferisco a tutti, ma a quelli per i quali il problema sta dentro le famiglie – storie di anoressia (ho seguito un caso) e di violenza domestica, per esempio – e per i quali la scuola rappresenta un’ancora di salvezza».

Olga è un’operatrice pedagogica di integrazione e dal suo osservatorio ci parla anche di bimbi collocati in istituti e di altri che, «non potendo uscire, diventano ingestibili, come anche gli allievi della scuola speciale, che - soprattutto in momenti di crisi come questi - necessitano di una routine, di un quadro sicuro. Molti di loro, prima che chiudessero gli istituti si dicevano tra loro: ‘tu hai il corona, tu hai il corona...’. Chiudere le scuole per loro è diverso che per gli altri. Sono nelle stesse condizioni degli anziani, ma le loro situazioni sono del tutto differenti. Cerchiamo di non dimenticarlo».

Gli allievi della scuola speciale, soprattutto in momenti di crisi come questi, necessitano di una routine, di un quadro sicuro. Molti di loro, prima che chiudessero gli istituti si dicevano tra loro: ‘tu hai il corona, tu hai il corona...’

La questione a cui non si pensa abbastanza, secondo la nostra interlocutrice, sono i tanti ragazzi con problematiche particolari costretti a casa senza aiuti specifici. «Casi che toccano sia le famiglie regolari che le monoparentali. Io credo molto nel ruolo della scuola in questi casi. Per molti nuclei già l’estate è un problema, così come le vacanze, immaginarsi adesso che non c’è un orizzonte, senza una data. Come proteggeremo questa fascia di ragazzi più in difficoltà? E come possiamo aiutare le famiglie confrontate al problema?»

Dimensioni da riscoprire

«Io credo», conclude Olga, «che questo sia anche un periodo privilegiato per fare i conti non la nostra fragilità, con la malattia e con la morte. Penso a Madre Teresa che non aveva aperto ospedali per guarire, ma strutture per accogliere i morenti e accompagnarli alla morte. Ma questo è un discorso di senso filosofico che vale per me e per l’intera società. Rifletto poi sul fatto che tutto questo un giorno finirà e allora potremo apprezzare e assaporare tutti gli attimi della nostra esistenza con infinita gioia. Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di questioni più concrete e urgenti: a partire dai ragazzi in difficoltà, appunto. Che cosa si può fare?».

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