«Non esiste vaccino contro il cambiamento climatico»

L’intervista

La pandemia ha messo in secondo piano il riscaldamento globale, un problema tutt’altro che risolto: abbiamo fatto il punto con Marco Gaia di MeteoSvizzera, con cui abbiamo parlato anche di emissioni durante il lockdown, fake news e personaggi come Greta Thunberg

«Non esiste vaccino contro il cambiamento climatico»
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«Non esiste vaccino contro il cambiamento climatico»

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COVID. Coronavirus. Pandemia. SARS-CoV-2. Contagi. Guariti. Morti. Vaccini. Da oltre un anno queste parole sono entrate di prepotenza nel nostro vocabolario giornaliero. I media non hanno praticamente parlato d’altro e l’attenzione delle persone è stata catturata dall’inedito leitmotiv pandemico. Ci sono però altri temi, altrettanto urgenti, che meritano di tornare sotto i riflettori. Il cambiamento climatico è uno di questi. Un problema di portata mondiale che, dopo una grande presa di coscienza generale pre-coronavirus, è stato nascosto in un cassetto, come uno di quegli orologi con le lancette troppo rumorose: non lo vedi, ma continui a sentirne il ticchettio molesto. Più distante e meno fastidioso, ma sempre lì a ricordarti che il tempo a nostra disposizione per agire scorre inesorabile. Nella Giornata della Terra, il 22 aprile di quest’anno, i potenti del mondo si sono riuniti virtualmente per discutere nuovi obiettivi contro il riscaldamento globale. Il prossimo 13 giugno invece il popolo svizzero è chiamato ad esprimersi sulla revisione della Legge sul CO2. Le luci sul cambiamento climatico si stanno giustamente riaccendendo, nonostante il coronavirus non sia ancora sconfitto: abbiamo fatto il punto con Marco Gaia, membro della Direzione di MeteoSvizzera.

La pandemia ha monopolizzato l’informazione, relegando in secondo piano un problema urgente come il cambiamento climatico. Perché bisogna tornare a parlarne?

«Perché non esiste un vaccino contro il cambiamento climatico. È una questione che si pone sempre e comunque nella sua importanza perché non sono bastati il lockdown e la conseguente temporanea riduzione delle nostre attività, sia industriali sia sociali, per cambiare qualcosa in modo significativo rispetto alla problematica di fondo. Noi abbiamo uno stile di vita, dei processi produttivi e un sistema socioeconomico basati sostanzialmente sull’uso dei combustibili fossili. Per vivere abbiamo bisogno di energia e questa, a livello globale, si produce per circa l’80% dai combustibili fossili. Bruciandoli si ottiene energia ma si produce inevitabilmente anche dell’anidride carbonica (il famoso CO2), che va nell’atmosfera: è una legge di base della natura. Il CO2 rimane nell’atmosfera per secoli ed è, al momento, la causa principale del rafforzamento antropico dell’effetto serra. Una parte dell’effetto serra ha un’origine naturale e una parte un’origine antropica. La parte naturale è fondamentale per il genere umano, perché ci permette di vivere su un pianeta che ha temperature compatibili con la vita come la conosciamo. La parte antropica è divenuta per contro sempre più problematica. Dalla rivoluzione industriale in avanti, con l’uso intensivo dei combustibili fossili, abbiamo provocato l’aumento graduale, ma inesorabile e sempre più veloce, della concentrazione nell’atmosfera di anidride carbonica e quella di tutta un'altra serie di gas a effetto serra. Siamo andati in questo modo ad interferire con il sistema di termoregolazione della Terra, che ora si sta surriscaldando, innescando a catena tutta una serie di cambiamenti climatici che hanno già iniziato a manifestarsi e lo faranno con maggior impatto in futuro».

Lei parla di riscaldamento, ma ci sono anche problemi legati al raffreddamento? Mi spiego: in aprile le gelate hanno causato 5 milioni di franchi di danni alle colture di frutta, è colpa di un freddo anomalo?

«Anche questo è un esempio delle conseguenze del cambiamento climatico, benché a prima vista abbiamo l’impressione che i conti non tornino in quanto si parla di freddo e non di caldo. L’origine dei problemi alle colture non è da far risalire ad una gelata completamente fuori stagione, ma piuttosto al fatto che prima della gelata, a fine marzo, le temperature erano ben superiori alla norma. Ciò ha dato il via allo sviluppo della vegetazione, che è uscita in anticipo dal riposo invernale. Infatti, semplificando, la vegetazione si risveglia con meccanismi naturali che si innescano quando le temperature iniziano a superare una certa soglia. Se questa soglia viene raggiunta in febbraio diverse piante iniziano il loro processo vegetativo prima del solito. In marzo e aprile è assolutamente normale che arrivi ancora uno sbuffo di aria fredda, quello che invece non è normale è che ci siano piante già sviluppate. Il problema quindi non sono le irruzioni di aria artica, anche se massicce come quelle di quest’anno. Se non ci fossero state le colture in uno stadio così avanzato, l’aria fredda avrebbe provocato molti meno danni».

Diceva che il lockdown non è bastato. Quanto è pesato il blocco delle attività sulle emissioni di CO2?

«Con il lockdown sono diminuite temporaneamente molte attività che richiedono l’uso di energia, sia professionali e industriali, sia legate al tempo libero. Le emissioni si sono di conseguenza ridotte: su scala globale nel 2020 è stata stimata una diminuzione di circa il 7% rispetto al 2019. Questo significa però che semplicemente è stata messa meno anidride carbonica nell’atmosfera rispetto all’anno precedente. Ma si è comunque continuato ad emettere tonnellate e tonnellate di CO2 nell’atmosfera. Il fatto è che l’atmosfera è un po’ come una gigantesca vasca da bagno senza un efficace scarico: il CO2, una volta entrato, ci rimane per secoli e continua a dare il suo contributo rafforzando l’effetto serra naturale. Se vogliamo raggiungere gli obiettivi fissati nell’Accordo di Parigi, ossia un aumento non superiore ai due gradi di temperatura rispetto al periodo pre-industriale, non possiamo continuare a riempire la metaforica vasca da bagno come fatto negli ultimi 150 anni. Dobbiamo portare a zero il quantitativo netto di emissioni di gas ad effetto serra. Lo scorso anno le abbiamo ridotto del 7%, ma non perché abbiamo modificato in modo strutturale i nostri processi produttivi o le nostre abitudini o sostituito le fonti fossili con fonti rinnovabili. Abbiamo ottenuto questa riduzione perché i provvedimenti sanitari hanno imposto un lockdown forzato. Una situazione non sostenibile alla lunga. E infatti, terminato il lockdown, iniziano ad emergere le prime indicazioni di una ripresa delle emissioni nel 2021. Dobbiamo dunque trovare il modo di ridurre in modo sostenibile, non solo duraturo, ma definitivo, l’uso dei combustibili fossili. Utilizzando quello che è un concetto relativamente nuovo, bisogna de-carbonizzare la nostra società».

Durante il recente vertice organizzato in occasione della Giornata della Terra sono stati annunciati importanti obiettivi a favore del clima. In particolare, il presidente USA Joe Biden ha parlato di una riduzione di emissioni di circa il 50% entro il 2030, mentre il leader cinese Xi Jinping ha affermato che la Cina sarà ad emissioni zero entro il 2060. Sono proposte credibili?

«Non sono in grado di dire se siano promesse al vento, per tenere buona una parte di opinione pubblica. Speriamo non lo siano e che ci sia dietro una volontà concreta di realizzare questi ambiziosi obiettivi. Credo si possa dire che si sta sempre più prendendo coscienza, un po’ a tutti i livelli, compresi quello politico e industriale, della necessità di agire concretamente e senza ulteriori tentennamenti per arginare le conseguenze dei cambiamenti climatici. Sempre più singoli cittadini hanno capito che è importante agire tutti insieme, ognuno con le proprie possibilità. Ci sono segnali incoraggianti come, è notizia di qualche mese fa, il fatto che in Europa nel 2020 la quantità di elettricità prodotta da fonti rinnovabili abbia superato quella prodotta dai combustibili fossili: si va nella giusta direzione e se lo facciamo tutti insieme sarà più efficace. A maggior ragione se Nazioni dalle dimensioni degli USA o della Cina “tirano anche loro il carro“».

Il prossimo 13 giugno il popolo svizzero si esprimerà sulla revisione della Legge sul CO2. Quale è stato il ruolo di MeteoSvizzera «dietro le quinte» di questa legge?
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Per legge MeteoSvizzera ha il compito di rilevare i dati meteorologici e climatologici su tutto il territorio svizzero e di approntare informazioni climatologiche. Siamo dunque responsabili sia del monitoraggio climatico (per testimoniare come è cambiato e come sta cambiando il clima in Svizzera) sia dell’elaborazione dei futuri scenari climatici. In altre parole, mettiamo a disposizione robuste e affidabili basi climatologiche affinché gli altri uffici federali e i decisori politici, possano poi stabilire quale politica climatica vuole perseguire la Svizzera. La politica climatica, che si concretizza fra l’altro con la legge sul CO2 sulla quale è stato promosso un referendum, esula dalle nostre competenze. Essa è di competenza dell’Ufficio federale dell’ambiente».

La pandemia e il riscaldamento globale sono accomunati dalla diffusione, specialmente sul web, di fake news e teorie non basate su dati scientifici. Quali sono le più note sul cambiamento climatico?

«Su questo sono stati riempiti libri su libri. Fake news e teorie “alternative” sono cambiate nel corso degli anni, man mano che la climatologia progrediva e si capivano sempre meglio i meccanismi fondamentali del clima terrestre. L’effetto serra non è una novità. I primi scienziati che se ne resero conto pubblicarono i loro studi sul finire dell’800. Solo che allora non c’erano i mezzi per fare gli esperimenti e dimostrarlo. Adesso abbiamo più di 150 anni di dati alle nostre spalle che mostrano sperimentalmente il surriscaldamento del pianeta, in accordo con gli studi teorici. Il sapere scientifico è aumentato, in particolare negli ultimi 50 anni: si sono accumulate conoscenze su conoscenze. Chi non le ha accettate, vuoi per interessi personali, vuoi per mentalità o per cultura, ha proposto diverse teorie alternative. Faccio qualche esempio: per qualcuno è colpa del Sole da cui arriverebbe più energia. Però questa energia è stata misurata e si è visto che non c’è alcuna correlazione con l’attuale riscaldamento globale. Secondo altri, il clima è sempre cambiato e non c’è nulla di nuovo nell’attuale fase di cambiamento. Anche in questo caso, ci sono voluti diversi anni, ma si è potuto dimostrare che il cambiamento attuale è ben diverso: molto più veloce, ma soprattutto innescato da cause note e ben precise, diverse da quelle del passato. Altri sostengono che gli scienziati non siano tutti d’accordo. La realtà è che suppergiù il 97% di chi si occupa professionalmente di climatologia ha un’idea ben precisa, vale a dire che il cambiamento è indotto dall’uomo. Quelle singole voci un po’ isolate propongono teorie alternative che però sono state finora smentite dai dati sperimentali. Un'altra scuola di pensiero invece sostiene che non sia l’anidride carbonica il gas principale ma il vapore acqueo. È vero, il vapore acqueo è un gas a effetto serra e ha un ruolo importantissimo nell’atmosfera, però il suo tempo di permanenza nell’atmosfera è talmente corto (sulle tre settimane) che se si esce dall’equilibrio, in poco tempo si ritorna al livello precedente. Il CO2 invece nell’atmosfera ci rimane per secoli e ci vuole molto tempo per ritrovare l’equilibrio. È l’anidride carbonica che ci pone problemi, non il vapore acqueo».

C’è chi ritiene inefficaci gli sforzi dell’Occidente perché grandi Paesi come la Cina e l’India producono molte più emissioni e non sembrano impegnarsi molto dal punto di vista climatico. È così?

«Penso che queste affermazioni corrispondano piuttosto a dei pregiudizi. Siamo tutti sulla stessa barca: non ci stiamo riscaldando solo noi occidentali, ma anche i cinesi e gli indiani. Il cambiamento climatico ha un forte impatto anche su di loro, probabilmente maggiore che non su di noi. La Cina e l’India, che hanno miliardi di abitanti, sono assolutamente interessate a non “deragliare” e si stanno impegnando pure loro. Certo le condizioni di partenza (istituzionali, economiche, di priorità sociale, ecc...) sono diverse rispetto alle nostre e di conseguenza lo sono anche i ritmi con cui affrontano la questione climatica. Sarebbe però un grave errore non impegnarsi qui da noi argomentando che Nazioni come quelle citate ignorino la questione climatica e che non stiano facendo niente al riguardo».

È possibile che la gente sia scettica perché gli effetti del cambiamento climatico non sono sempre osservabili ad occhio nudo? In Svizzera, dove li vediamo concretamente?

«Ci sono effetti “visivi“, come i ghiacciai alpini che stanno sparendo. Il ghiaccio fonde e occupa sempre meno spazio sulle montagne: questo è l’elemento principale in Svizzera, osservabile da chiunque e che incide anche sui panorami alpini, il bianco dei ghiacciai è vieppiù sostituito dal grigio delle rocce. Poi ci sono effetti che per essere percepiti richiedono un occhio attento, di solito quello dello specialista, come il fatto che certe specie vegetali iniziano ad essere diffuse a quote dove non lo erano 30 o 40 anni fa. Alcuni effetti invece non sono praticamente visibili, come quelli della variazione dell’intensità delle precipitazioni. Quest’ultimi sono dati che si possono rilevare solo sulla base di misure sistematiche e regolari su più anni».

Sulla questione climatica che peso hanno personaggi come l’attivista svedese Greta Thunberg e, in tutt’altra direzione, l’ex presidente USA Donald Trump?

«Questi personaggi ricoprono un ruolo di primo piano nel dibattito sulla questione climatica, nel bene o nel male. Un dibattito che coinvolge un pubblico molto eterogeneo: dal climatologo alla casalinga, dal politico al capitano d’industria, dal giornalista all’influencer. Solo una piccola parte del pubblico ha conoscenze scientifiche tali da permettere un’approfondita discussione basata su argomenti climatologici. La gran parte del pubblico affronta il tema dei cambiamenti climatici non tanto su una base razionale, bensì in modo più soggettivo, dove la componete emotiva e le convinzioni personali su come deve funzionare la nostra società giocano un ruolo decisivo per accettare o meno quanto proposto per arginare i cambiamenti climatici in atto. Il tema dei cambiamenti climatici sfida inoltre i nostri meccanismi cognitivi. Non è facile spiegare a un pubblico di non addetti ai lavori che bisogna fare oggi delle scelte, impegnative e scomode, per evitare dei danni che riguarderanno in particolare le future generazioni. È dunque inevitabile che il non specialista cerchi delle figure di riferimento, che gli ispirino fiducia, influenzando in questo modo la posizione che lui o lei prenderà di fronte a questo tema».

Dove non sono arrivati scienziati e politici, è arrivata Greta Thunberg: a livello comunicativo è riuscita ad intercettare molti giovani...

«Questo è un bell’esempio di cosa significa comunicare su temi così complessi verso un pubblico molto eterogeneo, che si raggiunge solo se si è in grado di utilizzare un linguaggio comprensibile a chi ascolta. Se scrivo un articolo scientifico devo usare un linguaggio molto formale, specifico ma anche astratto e comprensibile, di fatto, solo ai colleghi che mi leggeranno. Se rilascio un‘intervista al “Corriere del Ticino“ devo cambiare registro, utilizzare un altro linguaggio per farmi capire dal lettore medio. Greta Thunberg si è rivolta ai giovani con un linguaggio che ha fatto presa su di loro. La sua metafora “la nostra casa brucia” evidentemente ha avuto effetto. Una quindicina di anni fa Al Gore con il suo film Una scomoda verità aveva provato a usare il linguaggio cinematografico. Ma con meno successo di Greta Thunberg. Probabilmente in 15 anni anche la società ha iniziato a cambiare: gli effetti dei cambiamenti climatici iniziano ad essere evidenti e sempre più persone sono sensibili a questo tema, dal capo di Stato alla mamma che porta i figli a scuola, dall’imprenditore al giovane dei centri sociali. Ora si tratta di dare seguito con azioni concrete a questa presa di coscienza».

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