«Non puoi cambiare ciò che ti ha colpito, ma la paura non serve»

La testimonianza

Cristiano Rebba, 57 anni e agente della polizia cantonale, racconta la sua convivenza ventennale con il Parkinson

«Non puoi cambiare ciò che ti ha colpito, ma la paura non serve»
© Shutterstock

«Non puoi cambiare ciò che ti ha colpito, ma la paura non serve»

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Tutto è cominciato con un dolore al polso destro, nel 1987. «Avevo 23 anni, andavo in moto e pensavo che fosse la conseguenza di una guida un po’ sportiva. Era invece un segnale, che all’epoca non fui in grado di leggere». Tredici anni dopo, nel 2000, quello stesso polso si fece rigido. E iniziò anche il tremore. La diagnosi, di lì a poco, fu chiara: Parkinson.

Cristiano Rebba, 57 anni, è un agente della polizia cantonale. Si porta addosso la malattia ormai da moltissimo tempo e non esita a raccontarsi. «Lo faccio soprattutto per dire, a chi ha paura dello stigma sociale, che la vita va avanti e che con la malattia si può convivere. Bisogna farsi forza, i problemi si affrontano insieme. Io lo sto facendo». La famiglia, il lavoro, i gruppi di aiuto, l’associazione «Parkinson Svizzera». Il mondo di Cristiano è ricco, vivace, a colori allegri. «Non si può cambiare ciò che hai, ma è inutile affrontarlo male. Anche perché rimane». Meglio andare avanti, quindi. A testa alta. Senza nascondersi. Senza vergognarsi di ciò che pensano gli altri. «Io ho ricevuto sempre attenzione e stima dai colleghi, molti incitamenti e nessun muro contro muro. Anche i superiori mi hanno aperto tutte le porte che potevano aprirmi. E li ringrazio».

Non bisogna aver paura di dire che si è malati, io dai colleghi ho sempre ricevuto stima e attenzione

Quando racconta la sua storia, Rebba insiste sempre sul superamento della paura: paura di scoprire di essere malati; paura di dire di essere malati. «Quando si avverte un sintomo, un problema, non bisogna esitare - dice - capisco l’ansia che provoca salire gli scalini del Neurocentro, ma bisogna farlo. Sapere è l’unico modo che si ha per affrontare il morbo con la necessaria consapevolezza».

Alle istituzioni, cui riconosce comunque capacità di attenzione verso il problema, Rebba chiede di «fare di più soprattutto per i familiari, i quali non sanno come finirà, che cosa succederà, e per questo sono spesso angosciati». Mentre i gruppi di auto-aiuto e associazioni come «Parkinson Svizzera» rimangono essenziali: «La solidarietà tra ammalati e con i familiari è fondamentale, nel gruppo ci si ritrova e ci si aiuta. Parlare fa bene».

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