Ottimo anno per la ricerca, si teme per i fondi europei

i 25 anni dell’usi

Nel 2020 registrato il volume maggiore nella storia dell’università, superando i 26 milioni - Sono 42 i progetti finanziati dall’UE - Gagliardini: «Se cadesse la partecipazione, diventerebbe più difficile attrarre talenti»

Ottimo anno per la ricerca, si teme per i fondi europei
© CdT/Gabriele Putzu

Ottimo anno per la ricerca, si teme per i fondi europei

© CdT/Gabriele Putzu

Ventidue, dieci e ventisei. La ricerca all’Università della Svizzera italiana gira tutta attorno a questi tre numeri. Nei ventidue istituti di ricerca dell’USI sono ben dieci le aree tematiche in cui vengono sviluppati progetti innovativi. Si va dall’economia all’informatica, dalla biomedicina alla comunicazione fino all’architettura. Senza dimenticare le scienze computazionali e dei dati, la salute pubblica, il diritto e gli studi umanistici. Lo scorso anno, per la prima volta dalla sua fondazione, il volume di ricerca competitiva ha raggiunto la soglia di 26 milioni di franchi. «La crescita quantitativa e qualitativa della ricerca scientifica all’USI è stata forte e ha accompagnato l’evoluzione dell’ateneo nel suo complesso», conferma il professor Patrick Gagliardini, prorettore per la ricerca. Numeri alla mano, «se nel 2005 il volume della ricerca competitiva ammontava a circa 6 milioni, nel 2020 abbiamo registrato il livello maggiore nella storia dell’USI arrivando a più di 26 milioni». Non solo. «L’attività nell’ambito della ricerca ha beneficiato anche della crescita istituzionale dell’università e dell’ampliamento di una rete di collaborazioni nazionali e internazionali».

La ricerca, che ha ricoperto un ruolo centrale fin dalla fondazione dell’USI, «ha in primo luogo un’importanza intrinseca come scoperta di nuova conoscenza e condivisione di questo sapere in un contesto aperto». Ma ha anche ripercussioni fondamentali in altri ambiti: «I risultati della ricerca entrano gradualmente nei programmi di formazione e sono alla base dell’innovazione e del trasferimento del sapere verso il territorio e la società. Per queste ragioni la qualità della ricerca è uno dei fattori cruciali che determinano la reputazione di un’università».

Carriere brillanti

Al centro dei progetti innovativi ci sono loro, i ricercatori e le ricercatrici. «Siamo fieri dei riconoscimenti prestigiosi che hanno conseguito, così come delle carriere degli oltre 500 nostri dottori (PhD), alcuni dei quali hanno ottenuto posizioni professorali in università riconosciute tra le migliori al mondo». Proprio per sottolineare l’attenzione alle nuove leve, in occasione del Dies academicus di sabato 8 maggio l’USI ospiterà alcuni contributi di ricercatrici e ricercatori juniors.

Si guarda a Bruxelles

Il mondo della ricerca nelle ultime settimane guarda però con preoccupazione ai negoziati sull’accordo quadro in corso tra Berna e Bruxelles. «Il tema è complesso e articolato nelle sue varie dimensioni. Dal punto di vista della ricerca scientifica, i programmi europei - spiega Gagliardini - contribuiscono in maniera importante al finanziamento di gruppi di ricerca dell’USI così come di altre università svizzere». L’Università della Svizzera italiana, attualmente, ha 42 progetti attivi finanziati dall’UE. E sul piatto ci sono 29 milioni di franchi. «Ma oltre a questo, forse ancora più rilevante è il fatto che la partecipazione a questi prestigiosi progetti competitivi comporta un’attrattiva dell’ateneo verso i migliori talenti a livello internazionale, nonché la possibilità di prendere parte a collaborazioni scientifiche di grande valore». È fondamentale «poter offrire ai nostri ricercatori il contesto quadro migliore per condurre le loro ricerche inclusi adeguati finanziamenti». Quindi, «se dovesse effettivamente cadere la possibilità di partecipare ai programmi europei, questo contesto diverrebbe meno attrattivo».

L’impatto della pandemia

Nell’ultimo anno a causa della pandemia anche la ricerca si è dovuta adattare. «Da un lato, fortunatamente - dice il prorettore -, non abbiamo registrato ritardi maggiori e sistematici nella conduzione dei progetti di ricerca, oppure nella conclusione delle tesi di dottorato, anche se con differenze tra i settori. Malgrado una riduzione complessiva dell’offerta, molte attività come seminari oppure conferenze hanno avuto luogo online e i servizi hanno cercato di supportare al meglio i ricercatori». Dall’altro lato, però, «i minori contatti personali e le difficoltà per spostamenti non sono stati favorevoli ed è importante avere attenzione per le situazioni individuali». Come l’intera società, la ricerca «vive anche di scambi estemporanei di idee, oppure di confronti con altri ricercatori in visita da noi, interazioni che il lavoro a distanza non permette appieno».

I nuovi orizzonti

Eppure proprio la pandemia ha permesso ai settori dell’innovazione e alle menti più brillanti di scendere in campo e mettersi a disposizione della collettività nella fase dell’emergenza sanitaria. «Vari gruppi di ricerca presenti all’USI, segnatamente nelle scienze biomediche e la salute pubblica ma anche in aree interdisciplinari, hanno potuto mobilitare le proprie competenze e contribuire con nuovi risultati agli studi sul coronavirus e la pandemia» evidenzia Gagliardini. Complessivamente, sono 13 i progetti di ricerca che ruotano attorno a queste tematiche, per un volume finanziato di circa 3 milioni. Progetti che «hanno visto la collaborazione in varie forme della Facoltà di scienze biomediche, degli istituti affiliati IRB e IOR, l’Istituto di salute pubblica ed altri istituti o gruppi di ricerca dell’USI, l’EOC, la SUPSI ed altri attori sul territorio».

L’intera didattica trasferita online: «Una sfida vinta»

In occasione del Dies academicus si parlerà anche della sfida affrontata lo scorso anno per trasferire online l’intera didattica durante i mesi più complicati dell’emergenza sanitaria. «Uno sforzo enorme» lo definisce Stefano Tardini, direttore operativo dell’eLab, il servizio eLearning dell’USI. «La sfida più grossa, la scorsa primavera, è stata l’accompagnamento di studenti e docenti nella nuova modalità didattica», racconta. E la risposta «è stata più che collaborativa: i disguidi sono stati minimi e non abbiamo mai dovuto interrompere le lezioni». Dal 26 aprile gli studenti sono tornati a occupare le aule universitarie e a vivere gli atenei. «La filosofia dell’USI è sempre stata quella di privilegiare l’insegnamento in presenza e la vita sui campus, che rappresentano un valore aggiunto. Al momento, però, ci sono ancora diversi studenti e docenti che non sono nella condizione di tornare. A loro garantiamo la possibilità di continuare a seguire (e fare) le lezioni online», prosegue Tardini. L’esperienza maturata durante i mesi della pandemia ha permesso «di acquisire modalità innovative di insegnamento che potranno essere mantenute». Inoltre «diversi studenti hanno apprezzato la maggiore flessibilità garantita dalle lezioni online. In questo senso, in futuro si potrà riflettere sull’implementazione di modalità miste, con un’alternanza di momenti in presenza e altri da remoto». In generale, però, «passata la prima fase dell’emergenza, abbiamo notato una crescente stanchezza». La difficoltà di una vera interazione tra docenti e studenti durante i lunghi mesi della pandemia, così come la mancanza di momenti aggregativi tipici del contesto universitario, «ha pesato molto, anche emotivamente. Abbiamo fatto alcuni tentativi per incoraggiare gli incontri informali online, al di fuori delle lezioni, ma certamente non è la stessa cosa».

©CdT.ch - Riproduzione riservata

In questo articolo:

Ultime notizie: Ticino
  • 1
  • 2

    Bertoli: «Berna è stata coerente: prima le vaccinazioni, poi le aperture»

    nuovi allentamenti

    Il presidente del Consiglio di Stato accoglie con soddisfazione le nuove misure di alleggerimento annunciate dal Consiglio federale e sottolinea la necessità di continuare a porre l’accento sulle vaccinazioni: «Procedere in questo modo permette di non fare il passo più lungo della gamba e al contempo fornire una prospettiva a tutta la società»

  • 3

    «Da una parte si apre, dall’altra rimane il telelavoro»

    Pandemia

    Il direttore della Camera di commercio Luca Albertoni esprime dubbi sulle misure messe in consultazione dal Consiglio federale: «Poche aziende fanno i test regolari, dunque rimarrà l’obbligo di smart working: ora si guarda ai vaccini»

  • 4

    «Ogni giorno conta: non prolunghiamo l’agonia dei ristoranti»

    La reazione

    Il presidente di GastroTicino Massimo Suter commenta le decisioni del Consiglio federale in merito alla riapertura dei locali interni dei ristoranti a fine maggio: «Perché non già a Pentecoste?» - Posizione simile quella di GastroSuisse, che esprime comunque «sollievo» per la notizia

  • 5

    Trasportava troppa panna, multato un camionista

    Ticino

    Il veicolo era transitato dal San Gottardo con 19 tonnellate di bombolette aerosol contenenti panna alimentare, ma la quantità massima ammessa per transitare con questo tipo di merce nella galleria è di 8 tonnellate

  • 1
  • 1