Pensare in modo sistemico per sconfiggere fame e povertà

I 25 anni dell’USI

Tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile definiti dall’ONU questa lotta ha un posto in primo piano - Ma per il professor Paulo Gonçalves (USI) è importante soprattutto costruire e mantenere «una visione d’insieme»

Pensare in modo sistemico per sconfiggere fame e povertà
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Con la sua Agenda 2030 l’Onu ha definito una serie di obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) quale strategia «per ottenere un futuro migliore e più sostenibile per tutti». Sottolineiamo tutti, ovvero Paesi e popoli di tutto il globo terrestre, ricchi e poveri. Ma per raggiungere, o perlomeno tentare di raggiungere, tali obiettivi ci vogliono risorse e mezzi, che non tutti hanno in ugual misura. In effetti, per poter implementare la strategia di Agenda 2030 il popolo di un Paese non dovrebbe avere né fame né essere irrimediabilmente povero. Ed è per questo che l’Onu pone come primissimi obiettivi proprio la lotta alla povertà e alla fame. Ma come fare a mangiare se mancano i soldi per comprare il cibo, e come risollevarsi dalla povertà se non si riesce nemmeno a sfamarsi? È un classico circolo vizioso, che è difficile trasformare in virtuoso, specie in questo caso, data la complessità che caratterizza il problema della fame e della povertà nel mondo - una complessità che va affrontata con un approccio sistemico, considerando le reciproche interrelazioni, così come quelle con altre questioni di sostenibilità. Ne parliamo con il professor Paulo Gonçalves dell’Istituto di management e organizzazione dell’USI, esperto di ricerca operativa e dinamica dei sistemi.

Sostenibilità e circoli viziosi

Secondo l’Onu, entro il 2030 circa 830 milioni di persone saranno colpite dalla fame. Oltre a ciò, la Fao stima che già oggi 3 miliardi di persone non possano permettersi diete sane, perché vivono in famiglie vulnerabili ed economicamente emarginate. Aumentare la quantità di cibo prodotto non è la soluzione, poiché le famiglie povere non sono in grado di accedervi. La malnutrizione e il sottosviluppo sono problemi che si rafforzano a vicenda e quindi qualsiasi politica che miri a risolvere con successo il problema della sicurezza alimentare deve affrontare anche la povertà, e viceversa. «Per proporre e implementare politiche efficaci e durature è necessario dapprima mappare sistematicamente le interazioni tra sicurezza alimentare e povertà, per esempio con un cosiddetto diagramma causale. Questo fornisce una guida per lo sviluppo di un modello matematico che può poi essere usato per simulare il probabile impatto delle politiche nel futuro», spiega Gonçalves. «Per creare sinergie nell’attuazione delle politiche per raggiungere gli obiettivi dell’Agenda 2030, queste politiche devono prendere in considerazione l’intero sistema, e non focalizzarsi unicamente sui singoli temi, o gruppi di temi - così come si deve guardare a tutti i Paesi, non solo, ad esempio, a quelli in via di sviluppo. In altre parole, serve una visione d’insieme che, tuttavia, non è semplice avere se non con un’approfondita analisi causa-effetto che aiuti a visualizzare come variabili correlate si influenzino a vicenda. Ho formalizzato questo approccio in una proposta di progetto chiamato Mappatura delle interconnessioni tra gli SDG per politiche efficaci, che ho da poco sottoposto al Fondo nazionale svizzero e di cui mi occuperò nei prossimi anni. Si tratta di un lavoro ambizioso che finora nessuno ha fatto, ed è importante perché il sistema proposto dall’Onu con gli SDG presenta ancora qualche rischio di alimentare dei circoli viziosi». In che senso? «Pensiamo a un Paese che intenda promuovere politiche a favore dello sviluppo economico, proponendo di riconvertire dei terreni destinandoli ad attività produttive industriali o agro-alimentari. Se da un lato si può raggiungere l’obiettivo economico, ovvero aumentare gli strumenti contro povertà e fame, dall’altro si rischia di vanificare gli sforzi profusi per salvaguardare l’ambiente».

Le cause, non i sintomi

Attivo da anni nella formazione di operatori umanitari che giungono all’USI da tutto il mondo per scoprire tecniche e metodologie per affrontare le cruciali questioni logistiche che gli scenari di crisi comportano, il Prof. Gonçalves ha maturato la consapevolezza di come la modellizzazione di situazioni complesse aiuti sì a curare i sintomi, ma spesso non “veda” le cause che stanno a monte dei problemi. «È risaputo che c’è un nesso importante fra l’aiuto in campo umanitario e lo sviluppo socio-economico di un Paese. Per esempio, se si forniscono aiuti umanitari in una determinata regione che non mirano alla transizione verso uno sviluppo socio-economico efficace, si crea dipendenza. Questa è un’altra circolarità tipica, in cui viene meno la capacità di un governo locale di provvedere a sé stesso. Inseriamo nell’equazione anche il cambiamento climatico. Una volta che si inizia a considerare l’aumento dei periodi di siccità o il verificarsi di inondazioni o di altri tipi di eventi climatici estremi, il numero di crisi umanitarie si aggrava e, di conseguenza, aumenta costantemente il bisogno di fornire aiuti e la relativa potenziale dipendenza. Da qui la necessità di non essere solo reattivi ai sintomi, bensì di capire a fondo le interconnessioni fra i diversi fenomeni. Questo per poter formulare politiche SDG più efficaci e complete che colgano le sinergie desiderate ed evitino effetti collaterali indesiderati. Così che siano capaci di affrontare le questioni legate allo sviluppo e al contempo siano utili anche per mitigare i problemi umanitari».

Dove c'è lo spreco

Se in molte parti del mondo si patisce la fame, in altre ci sono al contrario sovrabbondanza e spreco di cibo. Si calcola che se riducessimo anche solo di un quarto quanto attualmente sprechiamo, potremmo sfamare 870 milioni di persone, più di quante attualmente soffrono la fame.

Il modo più semplice per affrontare lo spreco alimentare è prevenirlo. Come? Sensibilizzando ma anche (ri)educando le persone. «In alcuni programmi di Master frequentati soprattutto da studenti internazionali offriamo un corso innovativo che affronta i cosiddetti “problemi spinosi”, come lo spreco alimentare», spiega Michael Gibbert, professore di Marketing presso la Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’USI, che ha sviluppato un percorso esperienziale basato su un approccio interdisciplinare che porta gli studenti a “vivere” lo spreco e capire come prevenirlo, applicando gli insegnamenti a casi reali in collaborazione con aziende e scuole nel Cantone. «Una cosa è spiegare quanta acqua si spreca per coltivare un campo, l’altra è coltivarlo con le proprie mani», conclude Gibbert.

Sanità a più velocità

Le malattie infettive rappresentano un ulteriore freno allo sviluppo e dunque al processo di uscita da fame e povertà dei Paesi più svantaggiati. «Basta uno sguardo alla situazione pandemica per rendersi conto della profondità del divario. Da noi, cure costose e anche molto efficaci. Nei Paesi poveri, chi riesce, distribuisce medicamenti poco costosi ma di dubbia utilità. Gli Stati Uniti hanno vaccinato oltre metà della popolazione. In Africa, meno dell’1%», osserva Davide Robbiani, direttore dell’Istituto di ricerca in biomedicina. «Ma il coronavirus non è la sola piaga a livello globale. Epidemici sono pure la malaria, la tubercolosi, il virus dell’HIV e malattie trasmesse da insetti, che colpiscono in maniera disproporzionata i Paesi poveri. Le conseguenze sono importanti e allargano ancor più il divario. Malattie infettive, vecchie e nuove, rappresentano un’area di ricerca importante all’IRB, ricerca che avanziamo grazie anche a una rete di collaborazioni internazionali con medici e ricercatori in Africa e Sudamerica, con lo scopo di sviluppare contromisure, come i vaccini, che per queste malattie ancora non esistono».

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