Disoccupati, in Ticino uno su due è straniero

Lavoro

Il 48,1% degli iscritti agli Uffici regionali di collocamento non ha la nazionalità svizzera

Disoccupati, in Ticino uno su due è straniero

Disoccupati, in Ticino uno su due è straniero

Quasi un disoccupato su due iscritto agli Uffici regionali di collocamento (URC) è straniero. È quanto emerge dalla risposta del Consiglio di Stato ad un’interrogazione del deputato democentrista Tiziano Galeazzi. Sollecitato sul numero di persone che si sono iscritte a un URC dal 1. luglio 2018 (ovvero quando è entrato in vigore l’obbligo di annunciare i posti vacanti), il Governo precisa che «il numero medio di persone in cerca di impiego iscritte durante il periodo luglio 2018-marzo 2019 è di 9.237 unità, di cui 4.445 di nazionalità straniera». Pari al 48,1%. Una percentuale questa che, dati alla mano, è rimasta stabile nel corso degli anni (vedi anche grafico qui soto). Osservando più da vicino le statistiche, emerge poi come dei 4.445 stranieri iscritti a un URC, il 56% ha un permesso di domicilio, il 40% di dimora e il restante 4% dispone di un permesso G, L o F. Allo stesso tempo, nel periodo alla lente «si sono registrate in media 7 entrate e 3 uscite al mese di persone in cerca di impiego con un permesso per frontalieri».

Disoccupati, in Ticino uno su due è straniero

Un vantaggio, ma solo per cinque giorni
Detto dei dati, l’obbligo di notificare i posti vacanti agli URC fa parte del pacchetto di misure adottate dalle Camere federali per applicare l’iniziativa popolare dell’UDC «Contro l’immigrazione di massa», senza però minare i rapporti con l’Unione europea. A partire dal 1. luglio 2018, nei settori in cui la disoccupazione supera l’8% scatta automaticamente l’obbligo per le imprese di notificare i posti vacanti agli URC: i disoccupati iscritti hanno così una precedenza di cinque giorni prima che un posto di lavoro sia segnalato pubblicamente.

Caverzasio: È tempo di limitare i permessi

Una sorta di «vantaggio temporale» che dovrebbe favorire la manodopera indigena, senza risultare discriminatoria. Ma non c’è il rischio che a beneficiare di questa applicazione, alla fine, siano gli stranieri? Da noi interpellato il direttore della Divisione dell’economia Stefano Rizzi non si dice preoccupato in questo senso, evidenziando come «dalle statistiche emerge come gli stranieri siano concentrati in settori tradizionalmente più toccati dalla disoccupazione. Penso in particolar modo alle costruzioni o al settore della ristorazione e dell’albergheria». Più schietto il deputato leghista Daniele Caverzasio per il quale «è chiaro che c’è un problema e che vale il detto “fatta la legge, trovato l’imbroglio’’. In tal senso credo che gli URC dovrebbero avere l’accortezza di ricollocare prima i residenti al momento dell’annuncio di un posto vacante. Insomma, ci vorrebbe forse una sensibilità maggiore». Per poi concludere: «Se davvero vogliamo applicare il principio della preferenza indigena allora è tempo che si introduca un limite ai permessi di lavoro».

Fonio: Un problema da risolvere a monte

A giudicare positivamente l’obbligo di annunciare i posti vacanti è invece il sindacalista OCST e deputato in Gran Consiglio tra le fila del PPD Giorgio Fonio. «Tutto ciò che può avvicinare le aziende ticinesi alle persone in cerca di un lavoro è positivo», ci spiega Fonio che aggiunge: «Questa misura non risolve di certo i problemi strutturali del mondo del lavoro nel nostro cantone, tuttavia rafforza il ruolo degli URC nel nostro territorio, e questo è positivo». Sulla questione del numero di stranieri iscritti agli URC, Fonio precisa «che si tratta di persone residenti, ovvero di coloro che avevano un lavoro e l’hanno perso. Anch’esse – sottolinea – sono vittime della situazione del lavoro in Ticino. Il problema andrebbe quindi risolto a monte». Come? «Lo diciamo da anni – conclude Fonio - dobbiamo rafforzare le misure d’accompagnamento, aumentare i contratti collettivi di lavoro e disincentivare il precariato. Solo così possiamo difendere i lavoratori e evitare le speculazioni delle aziende sulla loro pelle».

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