Frontalieri, l’accordo del disaccordo

cronistoria

Dall’accordo del 1974 alla lettera di Christian Vitta e Attilio Fontana – La cronistoria di un accordo ancora tutto da firmare

Frontalieri, l’accordo del disaccordo
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Frontalieri, l’accordo del disaccordo

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Parafato nel dicembre del 2015, il nuovo accordo sull’imposizione fiscale dei frontalieri che avrebbe dovuto sostituire quello del 1974 è rimasto lettera morta. Questo stallo ha irritato a più riprese il Governo ticinese, ma una soluzione appare ancora lontana. Ripercorriamo le tappe principali di questa vicenda.

Un evento storico

L’accordo italo-svizzero sull’imposizione dei frontalieri viene concluso il 3 ottobre del 1974. Prevede che i guadagni di un lavoratore frontaliere fossero imponibili soltanto nello Stato in cui svolge la propria attività lavorativa.

Lo scudo Tremonti

Dal 2009 si comincia a discutere sulla necessità di rivedere i termini dell’accordo, soprattutto in seguito ai famigerati «scudi» fiscali dettati dall’allora ministro dell’Economia italiano Giulio Tremonti. Un altro punto fondamentale è il principio di reciprocità.

Il primo blocco dei ristorni

A ingarbugliare ulteriormente le trattative con la vicina Penisola ci si mette anche la politica ticinese. Il 30 giugno del 2011 il Consiglio di Stato blocca infatti per la prima volta metà dei ristorni dovuti all’Italia, depositando in un conto vincolato presso la Banca dello Stato 28,4 milioni di franchi. La decisione non fa l’unanimità in Governo: favorevoli sono Norman Gobbi, Marco Borradori e Paolo Beltraminelli; contrari Manuele Bertoli e Laura Sadis.

Prove di dialogo

Il 23 febbraio del 2015 i due ministri dell’economia di Svizzera e Italia (Eveline Widmer-Schlumpf e Pier Carlo Padoan) sottoscrivono due documenti: un protocollo che modifica la convenzione contro la doppia imposizione e che prevede il passaggio ad uno scambio di informazioni su domanda, così come una road map su questioni finanziarie e fiscali relative ai frontalieri.

L’anno della svolta? No

Dopo anni di trattative, nel dicembre del 2015 Svizzera e Italia parafano un nuovo accordo sull’imposizione dei frontalieri per sostituire quello del 1974. La novità principale di questo accordo riguarda il cambiamento del sistema d’imposizione. Se oggi i frontalieri vengono tassati alla fonte in Svizzera e poi la Svizzera «ristorna» il 38,8% di queste imposte a Roma, con il nuovo accordo entrerebbe in vigore la doppia imposizione. In questo modo, ogni lavoratore frontaliere sarebbe tassato sia nello Stato in cui svolge l’attività lavorativa (per un massimo del 70% dell’imposta prelevabile alla fonte), sia nello Stato in cui risiede. Il testo è stato ben accolto in Ticino e in Svizzera, mentre in Italia, con il susseguirsi di diversi Governi, il parere è cambiato più volte. Regolarmente, alla fine di giugno di ogni anno si torna a parlare di un possibile blocco dei ristorni. Questa possibilità, sempre appoggiata dai due consiglieri di Stato leghisti, si concretizza nel 2011 (con il blocco di metà dei ristorni) e nel 2019, con il cosiddetto «mini blocco» da 3,8 milioni di franchi.

Sì all’accordo, no al casellario

Per ratificare l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri, a inizio giugno del 2017 il Consiglio di Stato dichiara di essere disponibile a eliminare l’obbligatorietà - per i lavoratori frontalieri - di presentare il casellario giudiziale al momento della richiesta di un permesso di lavoro.

Le mosse ticinesi

Con il passare degli anni il dossier è fermo al palo e la ratifica da parte dei rispettivi parlamenti si concretizza. L’opzione della disdetta unilaterale dell’accordo del 1974 è sollevata più volte dai consiglieri di Stato leghisti. Claudio Zali, nel gennaio del 2019, e Norman Gobbi, nel settembre dello stesso anno. Il 16 gennaio 2020 il Consiglio di Stato commissiona lo studio all’Università di Lucerna. Il 30 aprile, invece, l’allora presidente del Governo Christian Vitta e il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana indirizzano una lettera ai ministri dell’Economia di Roma e Berna per chiedere la ratifica dell’accordo fiscale parafato nel 2015.

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