Kering, bocciata la Commissione parlamentare d’inchiesta

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La maggioranza del Gran Consiglio respinge la richiesta di Matteo Pronzini sulle residenze fittizie dei manager

 Kering, bocciata la Commissione parlamentare d’inchiesta
Foto CdT/Archivio

Kering, bocciata la Commissione parlamentare d’inchiesta

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La tassazione dei manager del gruppo Kering non rappresenta un evento «di grande portata istituzionale» tale da rendere necessaria l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI). Ne è convinta la maggioranza del Gran Consiglio che - con 57 voti a 25 - ha bocciato una proposta in tal senso di Matteo Pronzini (MPS). In particolare, la richiesta di dare vita a una CPI era stata inoltrata a marzo quando il colosso del lusso francese era finito sotto i riflettori a seguito di alcune inchieste giornalistiche condotte da testate internazionali. Un caso, questo, che il deputato dell’MPS aveva segnalato anche alla Magistratura che dopo gli accertamenti aveva però deciso di non aprire un’inchiesta in merito a (presunte) residenze fittizie. Il Ministero pubblico aveva infatti ritenuto che non vi erano i presupposti per ipotizzare un reato penale, in particolare quello di inganno nei confronti dell’autorità.

«Il silenzio sul tema da parte delle autorità è imbarazzante - ha sostenuto Pronzini - come imbarazzante è il fatto che a scoperchiare il caso siano state delle inchieste giornalistiche. La verità è che questi grandi gruppi sono una scatola vuota che si installano sul nostro territorio con l’unico scopo di beneficiare di agevolazioni fiscali. È ora di fare chiarezza». Un appello che, alla conta dei voti, non ha però fatto breccia tra la maggioranza composta da PLR, Lega, PPD e UDC. «Non vi sono i presupposti per dare vita a una CPI», ha ribadito il relatore di maggioranza Michele Guerra (Lega) che se da un lato ha evidenziato il buon operato dell’Amministrazione, dall’altro ha ricordato come «già in passato la creazione di CPI ha dimostrato come questo strumento non solo comporti costi importanti, ma anche tempi lunghi e non sempre conduce a risultati soddisfacenti. Ecco perché l’istituzione oggi di una CPI sarebbe fondata più su motivi politici che di malaorganizzazione all’interno dello Stato». Dello stesso avviso la deputata del PLR Michela Ris per la quale «il Ticino non deve diventare uno Stato di polizia. Le verifiche nel rilascio dei permessi di residenza ai globalisti ci sono già». E nell’invitare il plenum a smetterla di «puntare il dito contro questi contribuenti», Ris ha ricordato come i globalisti «contribuiscono al gettito cantonale. Se a fine 2016 il Ticino contava però 910 globalisti, alla fine dell’anno scorso il loro numero è sceso a poco più di 800». Più dura la posizione del PS. Se il relatore di minoranza Ivo Durisch ha ribadito la necessità di fare chiarezza poiché «il rischio è quello di compromettere l’immagine del Ticino agli occhi non solo del resto della Svizzera, ma anche a livello internazionale», per il collega di partito Nicola Corti «l’impressione è che la maggioranza voglia nascondere la polvere sotto il tappeto, banalizzando la vicenda». «Cari colleghi - ha replicato Paolo Pamini (UDC) che proprio ieri è subentrato al neoeletto consigliere nazionale Piero Marchesi - non si tratta di banalizzare. Anzi, mi sembra che chi chieda a gran voce una CPI sia quasi più mosso da un tocco di invidia nel voler conoscere quanto guadagnano queste persone».

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