Pensioni dei consiglieri di Stato, c’è il sì del Parlamento

Gran Consiglio

Approvata a larghissima maggioranza dal plenum la riforma del sistema previdenziale dei «ministri» ticinesi - L’MPS però promette battaglia e lancerà un referendum

Pensioni dei consiglieri di Stato, c’è il sì del Parlamento
© CdT/Gabriele Putzu

Pensioni dei consiglieri di Stato, c’è il sì del Parlamento

© CdT/Gabriele Putzu

Il Gran Consiglio ha approvato questo pomeriggio con 75 voti favorevoli e 4 contrari (un astenuto) il progetto di riforma delle pensioni per i futuri membri del Governo. Un tema che a lungo ha fatto discutere animatamente la politica canton ticinese, e che probabilmente tornerà ancora a far discutere: il deputato Matteo Pronzini, nei primi minuti del dibattito, ha infatti subito annunciato che verrà lanciato un referendum da parte del Movimento per il socialismo.

Un’annosa questione
Dopo anni di discussioni, senza dimenticare l’iniziativa «Basta privilegi ai Consiglieri di Stato» lanciata dal PS nel 2019 e due pretese di risarcimento (e una segnalazione in Procura) da parte dell’MPS, ad inizio ottobre la Commissione della gestione aveva trovato un compromesso sulla riforma. Compromesso commissionale che quindi oggi ha trovato anche il consenso del plenum.

Affiliati all’IPCT
La prima novità della riforma approvata oggi riguarda il fatto che in futuro anche i «ministri» saranno affiliati all’Istituto di previdenza del Cantone (IPCT) - come oggi avviene per tutti i dipendenti dello Stato - e non godranno quindi più di un trattamento particolare. Con la riforma lo stipendio netto dei Consiglieri di Stato resterà sostanzialmente invariato (circa 230.000 franchi), mentre quello lordo sarà aumentato per comprendere le trattenute salariali (in particolare, ovviamente, i contributi previdenziali).

Buona uscita o rendita ponte
L’attuale sistema pensionistico - indipendentemente dall’età del «ministro» - prevede il versamento di un vitalizio (pagato dallo Stato) dal momento in cui un consigliere di Stato lascia la carica. Con la riforma, invece, è prevista una «indennità di uscita» (se il consigliere ha meno di 55 anni), oppure una rendita ponte (se ne ha più di 59). I membri del Governo che lasceranno la carica tra i 55 e i 59 anni potranno invece scegliere tra una di queste due opzioni. L’ammontare della buona uscita così come della rendita ponte dipenderà dagli anni in carica. In ogni caso, però, non potrà superare i 750.000 franchi per l’indennità di uscita (270% dell’onorario lordo), oppure i 133.111 franchi all’anno per quella ponte.

I rimborsi
La riforma prevede infine una soluzione anche per un altro tema molto dibattuto: i rimborsi spese dei membri del Governo. In futuro sarà il Consiglio di Stato a proporre le voci di spesa da includere nel rimborso forfetario stabilendo l’importo, e spetterà poi all’Ufficio presidenziale del Gran Consiglio esaminare la proposta e, se condivisa, approvarla.

I costi

Come detto, l’aumento del salario lordo (così come l’affiliazione all’IPCT) comporterà un maggior costo per lo Stato. Tuttavia, viene precisato nel rapporto commissionale, «riguardo ai Consiglieri di Stato che in futuro beneficeranno dell’indennità di uscita vi sarà nella maggior parte dei casi una riduzione dei costi perché non sarà più loro corrisposta una rendita fino al momento del decesso. Anche riguardo ai beneficiari del reddito ponte vi sarà una riduzione dei costi perché questo sarà versato solo fino alla maturazione della rendita di vecchiaia. Lo Stato non dovrà invece più finanziare le prestazioni previdenziali e quelle ai superstiti perché saranno assunte dall’IPCT». Per questo motivo, si legge nel rapporto, «si può indicativamente valutare una progressiva riduzione dei costi a carico dello Stato nell’ordine del 20-25 per cento».

Va infine ricordato che ai Consiglieri di Stato attuali e a quelli precedenti e ai loro superstiti continuerà ad essere applicata la legge del 1963.

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