Quell’inchiesta non s’ha da fare

IL CASO

Il Governo dice no alla Commissione parlamentare sul caso dell’ex funzionario del DSS condannato per coazione sessuale: «Riteniamo non vi siano i presupposti» - Ma si tratta di un parere non vincolante - Una presa di posizione che riaccenderà le polemiche

Quell’inchiesta non s’ha da fare
© CdT/Putzu

Quell’inchiesta non s’ha da fare

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L’idea di dare vita a una verifica a tappeto nella forma di una Commissione parlamentare d’inchiesta (CPI) sul caso dell’ex funzionario del Dipartimento della sanità e della socialità (DSS) condannato per coazione sessuale, non trova il consenso del Consiglio di Stato. La risposta all’Ufficio presidenziale che, come prevede la Legge sul Gran Consiglio e sui rapporti con il Consiglio di Stato, aveva trasmesso la proposta per un parere all’Esecutivo, è stata firmata ieri. «Entrando nel merito della vostra richiesta – si legge nella lettera di una pagina - al momento attuale, riteniamo non vi siano i presupposti per dare seguito alla richiesta di costituire una CPI. Ricordiamo infatti che l’istituzione di una Commissione parlamentare d’inchiesta avviene solo in casi eccezionali, di fronte ad un evento di grande portata istituzionale». Quello espresso è un no chiaro che non lascia interpretazioni sull’opinione che si è fatto il Consiglio di Stato su un’eventuale CPI, ma va anche detto che questo scritto non ha la facoltà di bloccare l’inchiesta politica, il Governo non ha diritto di veto. Ma la presa di posizione ha in ogni caso influenza politica anche perché, se da una parte è vero che il Parlamento è autonomo e può votare sì o no senza dover rendere conto a nessuno (ma con il vincolo della maggioranza assoluta), dovrà poi sottoporre il rapporto finale al Governo prima discuterlo nel plenum del Parlamento.

Gli otto parlamentari
A chiedere l’intervento risoluto del Gran Consiglio lo scorso 3 ottobre era stati il presidente del PPD Fiorenzo Dadò (che per primo aveva avanzato questa ipotetica mossa alla luce dei reati di natura sessuale emersi a carico dell’ex funzionario), Boris Bignasca (Lega), Marco Bertoli (PLR), Tamara Merlo (Più donne), Lara Filippini (UDC), Claudia Crivelli Barella (Verdi), Matteo Pronzini (MPS) e Ivo Durisch (PS).

Quelle roboanti scuse
Il 59.enne, ormai ex funzionario, è stato per anni attivo nell’ambito delle politiche giovanili e lo scorso 29 gennaio era stato condannato per coazione sessuale a una pena pecuniaria di 120 aliquote giornaliere da 60 franchi sospesa per due anni. L’ex funzionario, che continua a ritenersi innocente, ha nel frattempo impugnato la sentenza. Un caso che aveva fatto notizia anche per la reazione del giudice Marco Villa che leggendo la sentenza aveva dichiarato: «Come rappresentante dello Stato vi chiedo scusa».

Circostanze inquietanti
I sostenitori della CPI, dal canto loro avevano sottolineato che «questo caso ha messo in luce alcune circostanze inquietanti circa un atteggiamento generalizzato di omertà e copertura nell’Amministrazione cantonale a fronte di gravi crimini contro la sfera sessuale, aspetto che è stato aspramente criticato anche da parte del giudice Villa».

Nessun dirigente coinvolto
Nella lettera che accompagna il preavviso negativo l’Esecutivo scrive che «nessun funzionario dirigente (passato e presente) è coinvolto nell’inchiesta sugli abusi sessuali operati dall’ex funzionario del DSS». Aggiungendo che «come Consiglio di Stato abbiamo fatto una prima valutazione sul caso, preso atto della disponibilità dell’ex funzionario dirigente, superiore diretto di MB (ndr. il Governo scrive espressamente le iniziali dell’uomo) di fornire le informazioni ritenute necessarie per gli approfondimenti». E aggiunge che «ritenuta la procedura giudiziaria in corso, ci siamo quindi subito attivati chiedendo copia della sentenza per avere maggiori dettagli sul caso. Purtroppo come a voi noto, al momento attuale l’accesso alla sentenza ci è stato negato da più istanze. Malgrado ciò, come Governo intendiamo svolgere le necessarie verifiche».

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