Salario minimo: un sì con parecchi malumori

Gran Consiglio

A oltre quattro anni dall’approvazione popolare il Parlamento ha dato il via libera alla forchetta 19,75-20,25 - Ma la pioggia di correttivi giunta dai partiti ha infiammato il dibattito

 Salario minimo: un sì con parecchi malumori
©CdT/ Chiara Zocchetti

Salario minimo: un sì con parecchi malumori

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A oltre quattro anni dal sì popolare l’iniziativa «Salviamo il lavoro in Ticino» incassa il via libera dal Gran Consiglio. Con 45 sì (Lega, PPD, PS e Verdi), 30 no (PLR, UDC e MPS) e 1 astenuto è stato deciso di introdurre nel nostro cantone - sul solco di quanto già fatto a Neuchâtel e Giura - un salario minimo. Un passo che però non ha mancato di suscitare accese discussioni dovute alla pioggia di emendamenti presentati dai partiti per correggere la rotta all’intesa raggiunta in Gestione da quella che, da più parti, è stata definita quale «l’insolita alleanza» tra Lega, PPD, PS e Verdi. E se per le 24 proposte di emendamento dell’MPS non c’è stato nulla da fare, a non fare breccia sono altresì state le proposte targate PLR (più controlli e una soglia minima più alta) e UDC (legare a doppio filo il salario minimo alla preferenza indigena). Mostrando il pollice verso alle modifiche, la maggioranza parlamentare ha così detto sì a un salario minimo tra 19,75 e 20,25 franchi all’ora che entrerà in vigore a tappe (la prima nel 2021) e terminerà il suo percorso entro il 2024. Ma c’è un «ma», prima di assumere carattere definitivo il salario minimo e le sue soglie dovranno passare di nuovo dal Parlamento: il Governo dovrà infatti presentare una valutazione sull’impatto della misura sulla quale si pronuncerà il Legislativo. In tal senso è stata accolta la proposta dei Verdi affinché sia necessaria la maggioranza assoluta per posticipare l’entrata in vigore. L’analisi dell’Esecutivo dovrà poi considerare gli effetti sull’occupazione giovanile e, come richiesto da «Più donne», i costi dei controlli saranno «addossati alle imprese inadempienti».

«In ritardo per la cena»

Definiti i parametri, la discussione si è però protratta fino a tarda ora tra i malumori di diversi deputati che avevano in programma una cena natalizia con il gruppo parlamentare. Un acceso botta e risposta è andato in scena sull’emendamento del PLR che, come spiegato dalla capogruppo Alessandra Gianella, «chiede verifiche puntuali, non la luna. Così come previsto il salario minimo andrà per due terzi a beneficio dei frontalieri. Evitiamo che a risentirne siano gli stipendi dei residenti che rischiano di essere livellati verso il basso». «Peccato che questa proposta non sia arrivata in Commissione perché sarebbe stata interessante discuterla», ha ribattuto il capogruppo socialista Ivo Durisch sostenuto dal collega leghista Michele Foletti che non ha usato mezzi termini: «Se queste proposte fossero arrivate in Gestione le avremmo prese in considerazioni. Peccato che all’inizio il PLR si era sdraiato sui binari contro un minimo di 20 franchi per poi ora alzare gli scudi attorno a una proposta giunta cinque minuti a mezzanotte».

Il monito di Vitta

E proprio intervenendo sugli emendamenti il direttore del DFE Christian Vitta ha voluto essere chiaro: «Volenti o nolenti questo Gran Consiglio non ha libertà d’azione assoluta. Perché la giurisprudenza parla chiaro ed è importante che il Parlamento prenda una decisione che non sia in contrasto con il diritto superiore. Evitiamo che la legge cada al primo ricorso al Tribunale federale».

Un sì ma tra malumori

Sbloccato un dossier a dir poco annoso, il dibattito in aula ha fornito l’occasione a destra come a sinistra di esprimere non pochi malumori. In particolare, rimarcando il nuovo record toccato dai frontalieri (saliti a quota 66 mila nel secondo trimestre 2019) come pure la corsa continua dei beneficiari dell’assistenza, il co-relatore Michele Guerra (Lega) ha sostenuto: «Senza un intervento dello Stato tra 15 anni la situazione non può che peggiorare. Ecco perché è indispensabile adottare dei correttivi come il salario minimo». Dello stesso avviso il presidente PPD Fiorenzo Dadò - co-relatore assieme a Durisch e Samantha Bourgoin (Verdi) - che ha parlato di «un primo passo avanti dopo anni di inaccettabili tirar alle lunghe». A parlare di primo passo anche Durisch per il quale il compromesso ha però «avuto un costo e tutti hanno dovuto cedere qualcosa. Nessuno si illude che la soluzione trovata metterà fine alla povertà. Ma almeno permetterà di migliorare la situazione a 15.000 lavoratori».

«Un accordo sofferto»

A parlare di un «accordo sofferto ma necessario» è stata la deputata dei Verdi Bourgoin. Dal canto suo il capogruppo dell’UDC Sergio Morisoli ha commentato il no all’emendamento con un «peccato perché i minimi fissati oggi non avranno l’effetto di calmiere bensì di accrescere l’attrattiva del mercato ticinese per i frontalieri».

Iter travagliato: oltre 4 anni dal voto popolare

Il responso delle urne

Per giungere al voto finale di ieri sera sul salario minimo sono seriviti oltre 4 anni. L’iter è iniziato il 14 giugno del 2015, quando i ticinesi con 54,7% di favorevoli hanno approvato l’iniziativa popolare dei Verdi «Salviamo il lavoro in Ticino».

La sentenza

Dopodiché è stato necessario attendere fino al 26 luglio del 2017, affinché la sentenza del Tribunale federale sul caso di Neuchâtel desse il via libera alla possibilità di introdurre un salario minimo «sociale» in Svizzera. Quattro mesi dopo il Governo ha pubblicato il messaggio.

In Gestione

Da allora sono passati altri due anni di discussioni per giungere al compromesso trovato in Gestione il 26 novembre di quest’anno.

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