Scuola, si torna in classe

ticino

Il Consiglio di Stato ha deciso che dal 31 agosto le lezioni saranno in presenza - Mascherina sconsigliata per asilo ed elementari, facoltativa per medie e superiori - Merlani: «La metà dei nuovi contagi dopo un viaggio all’estero»

Scuola, si torna in classe
© KEYSTONE/Alessandro Crinari

Scuola, si torna in classe

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Era la decisione più attesa e forse anche quella più scontata. Alla luce dell’evoluzione epidemiologica nel nostro cantone, giudicata contenuta e stabile dalle autorità, il Governo ha annunciato che tutti gli allievi ticinesi potranno tornare fisicamente sui banchi a partire, come previsto, dal 31 agosto. Insomma, la scuola si farà in presenza e per il momento, se il contesto non cambierà, sono escluse forme ibride di insegnamento a distanza. Per dirla con le parole del direttore del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport (DECS) Manuele Bertoli, quello della scuola in presenza «è lo scenario che tutti, famiglie, docenti e allievi, si aspettano» e soprattutto quello «che fa funzionare correttamente la scuola».

Il consigliere di Stato ha ricordato che la strategia preparata durante l’estate dall’Esecutivo prevede tre scenari: il primo con la scuola in presenza, il secondo con forme d’insegnamento ibride e il terzo con la scuola completamente a distanza. E se il primo scenario, come detto, è stato quello scelto dal Governo per la ripartenza a fine mese, il secondo e il terzo sono stati definiti da Bertoli «problematici» sotto più punti di vista e per questo motivo «cercherà per quanto possibile di evitarli» anche se, ha precisato Bertoli, «in base all’evoluzione epidemiologica il Governo prenderà le decisioni necessarie».

Ad ogni modo, prima di passare agli scenari due o tre, sarà innanzitutto il primo scenario ad essere flessibile e dinamico: «La flessibilità si è dimostrata una delle carte vincenti per la gestione della pandemia», ha rimarcato il consigliere di Stato, spiegando che al primo scenario «sarà possibile ancora aggiungere delle misure proprio per evitare di dover passare a quelli successivi». Inoltre, ha aggiunto, il DECS «ha inviato alle direzioni degli istituti dei piani di protezione, ma ogni scuola sarà poi organizzata in maniera un po’ diversa» in base alle proprie esigenze. È stato poi ricordato che i piani di protezione preparati dal Dipartimento prevedono essenzialmente due modelli: uno per la scuola obbligatoria e uno per quella post-obbligatoria. Nel primo - ed è questa la differenza principale - la distanza di un metro e mezzo sarà da mantenere tra gli adulti e tra gli allievi e le persone adulte. Tuttavia il distanziamento sociale non dovrà essere garantito tra gli allievi. Nel post-obbligatorio, invece, il distanziamento dovrà essere garantito anche tra gli allievi, proprio perché questi ultimi sono da considerare come degli adulti.

Le mascherine

Un’altra questione molto dibattuta sulla gestione della pandemia ha riguardato l’utilizzo delle mascherine di protezione. E per la scuola ticinese il Consiglio di Stato ha deciso che per gli allevi delle scuole comunali (infanzia ed elementari) saranno sconsigliate, mentre per le scuole medie e del post-obbligatorio saranno facoltative. Tuttavia, ha precisato Bertoli, per il post-obbligatorio «è attualmente in corso una verifica, istituto per istituto, per capire se la distanza di 1,5 metri tra gli allievi può essere garantita in base agli spazi a disposizione. Se così non dovesse essere - ha evidenziato il direttore del DECS - l’obbligo della mascherina per gli studenti potrà essere introdotto nei singoli istituti». La situazione sarà invece un po’ diversa per i docenti: per loro, infatti, indipendentemente dall’ordine scolastico le mascherine saranno facoltative nelle aule ma obbligatorie negli spazi comuni: «Abbiamo imparato da casi avvenuti nel resto della Svizzera - ha spiegato Bertoli - che il virus è entrato nelle scuole soprattutto tramite i docenti e che i contagi sono avvenuti in particolare negli spazi comuni, e non nelle aule».

Riguardo all’eventuale «salto» da uno scenario all’altro, Bertoli ha spiegato che il Governo «non si è dato un numero limite di casi postivi al virus per decretare tale passaggio». Ad ogni modo ha anche precisato che «non è detto che lo scenario debba essere lo stesso per tutti gli istituti scolastici da Chiasso ad Airolo». Insomma, non è escluso che l’insegnamento ibrido venga introdotto solo in alcuni istituti, o in singole classi, a seconda dell’evoluzione epidemiologica e di situazioni puntuali.

In conclusione, il direttore del DECS ha voluto sottolineare l’importanza «di remare tutti nella stessa direzione» affinché «l’anno scolastico possa partire bene, con il sostegno di tutti, per poter garantire alla scuola ciò che la rende funzionante», ovvero la presenza in classe e qundi il contatto diretto tra allievo e docente. «Se tutti saranno attenti a evitare la diffusione del virus, potremmo anche immaginare di svolgere l’anno intero in presenza con le classi piene, malgrado la presenza del virus nel nostro cantone. Ma se la cose andranno diversamente - ha ammonito Bertoli - tutto sarà più complicato. Anche perché un eventuale scenario d’insegnamento ibrido o completamente a distanza, sarebbe molto diverso da quello vissuto tra marzo e giugno. Oggi siamo più preparati rispetto a quel periodo, ma un conto è fare la scuola a distanza per qualche settimana, un altro è farlo per un anno intero».

Appello ai Comuni

Dal canto suo il presidente del Governo Norman Gobbi durante la conferenza stampa ha lanciato un appello ai Comuni: «Quello della scuola durante la pandemia è stato un ambito sensibile nei rapporti tra il Cantone, i Comuni e la Confederazione. L’eventuale passaggio da uno scenario all’altro è però una decisione che spetta al Cantone. Il dialogo con i Comuni sarà importante, ma poi dovranno riconoscere al Cantone il suo ruolo istituzionale» e quindi le sue competenze.

Merlani: «Metà dei casi dopo un viaggio all’estero»

Il medico cantonale Giorgio Merlani ha ricordato le cifre del contagio: «Dopo un giugno basso, abbiamo avuto un mese di luglio altalenante. Non ci sono segni di una ripartenza del virus ma restiamo vigili». Le cifre contenute, ha spiegato, «permettono di tracciare bene i contatti». Attualmente ci sono 13 persone in isolamento e 40 in quarantena. «Le interazioni sono aumentate quindi è normale che le persone in quarantena siano leggermente superiori. Si tratta comunque di numeri ancora gestibili. Con il rientro dall’estero potremmo vedere queste cifre aumentare». Per quanto riguarda i Paesi a rischio, «sono state 769 le persone che si sono annunciate, mentre attualmente 217 persone stanno osservando la quarantena». Per quanto riguarda i luoghi del contagio, Merlani ha spiegato che «stimiamo che la metà dei casi sia riconducibile al rientro dall’estero, non tutti provengono però dai Paesi sulla lista delle zone a rischio»: il 10-12% si è infettato in famiglia, 10 persone si sono contagiate sul posto di lavoro, in piccola percentuale si tratta invece di casi importati dagli altri cantoni e un’altra piccola parte si è contagiata durante alcune feste private.

«Non saranno i contagi tra bambini a far riesplodere il virus»

Rispondendo a una domanda sui contagi tra gli allievi, Merlani ha spiegato che «normalmente nell’influenza i bambini fanno da volano per la trasmissione del virus. I piani pandemici prevedono quindi la chiusura delle scuola non tanto per proteggere i bambini quanto piuttosto per tutelare le persone più anziane e vulnerabili. Nella prima fase della pandemia abbiamo optato per la chiusura della scuola perché il ruolo dei bambini nella diffusione del virus non era ancora chiaro. Ora invece sappiamo che i bambini non sono il motore principale della diffusione del virus». «Non ho garanzie - ha aggiunto - che non ci saranno trasmissioni, ma siamo certi che non saranno i contagi nelle scuole a far riesplodere la pandemia». Il medico cantonale ha anche aggiunto che «è probabile che vi saranno intere classi in quarantena, ma non possiamo chiudere le scuole per paura di qualche contagio».

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