Quarta rivoluzione industriale, sì ma sostenibile e inclusiva

I 25 anni dell’USI

«Oggi vedo ancora molte realtà produttive nelle quali i vari processi non “parlano” fra di loro» afferma Luca Maria Gambardella, che ricorda come il ruolo dell’uomo sia destinato anche per questo a rimanere fondamentale

Quarta rivoluzione industriale, sì ma sostenibile e inclusiva
© CdT/Gabriele Putzu

Quarta rivoluzione industriale, sì ma sostenibile e inclusiva

© CdT/Gabriele Putzu

Nel 2016, il fondatore e Presidente del WEF, Klaus Schwab, aveva affermato che «siamo sull’orlo di una rivoluzione tecnologica che altererà fondamentalmente il modo in cui viviamo, lavoriamo e ci relazioniamo». Si ufficializzava così la cosiddetta Quarta rivoluzione industriale, un processo in realtà già avviato dalla fine del secolo scorso con l’avvento dell’era digitale. Se da un lato l’impatto di questa rivoluzione è stato più rapido e visibile per molti di noi (si pensi alla diffusione planetaria delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione digitali), dall’altro la vera sfida a lungo termine riguarderà l’innovazione tecnologica applicata ai processi produttivi per raggiungere una maggiore efficienza e soprattutto più sostenibilità e inclusione, anche per aderire all’obiettivo numero nove dell’ONU che, oltre a puntare su innovazione e infrastrutture resilienti, mira appunto a promuovere un’industrializzazione sostenibile e inclusiva. In effetti, tra le conseguenze della “Industria 4.0” si teme l’incremento della disuguaglianza sociale dovuta all’impatto dell’automazione digitale sulla forza lavoro. Ne parliamo con Luca Maria Gambardella, prorettore per l’innovazione e le relazioni aziendali dell’USI, già direttore dell’Istituto Dalle Molle di studi sull’intelligenza artificiale (IDSIA) USI-SUPSI.

Industria 4.0, strada a due sensi

Come nelle precedenti rivoluzioni industriali i cambiamenti non sono repentini, sono piuttosto dei processi evolutivi, con alti e bassi, che avvengono sull’arco di decenni. Gli importanti progressi nel campo dell’informatica registrati negli ultimi due decenni del secolo scorso hanno senz’altro consentito di accelerare i tempi, ma la strada è ancora lunga. «Oggi vedo ancora molte realtà produttive nelle quali i vari processi non “parlano” fra di loro», afferma Gambardella. «Un’azienda è un po’ come il corpo umano, dove il cervello trasmette ordini agli organi e, viceversa, gli organi mandano informazioni al cervello. Una strada a due sensi, quindi. La prima intuizione che emerge da questa osservazione è che le macchine (il corpo) debbano essere messe maggiormente in rete e comunicare con gli organi gestionali dell’azienda (il cervello), tramite la raccolta, l’elaborazione e la condivisione di dati – idealmente in tempo reale. Questo consentirebbe, per esempio, di attuare la cosiddetta “predictive maintenance”, interventi preventivi che si effettuano a seguito dell’individuazione di parametri che vengono misurati ed elaborati utilizzando appropriati modelli matematici allo scopo di individuare il tempo residuo prima del guasto».

I gemelli digitali

Chi si occupa di intelligenza artificiale tuttavia vede anche oltre. Un tema rilevante per le aziende svizzere è infatti quello del cosiddetto “digital twin”, la rappresentazione virtuale di un sistema fisico complesso. «La Svizzera è conosciuta nel mondo per le sue macchine di alta precisione, ma la concorrenza dall’Asia si fa sentire, ed ecco che si devono trovare soluzioni d’avanguardia», spiega il prorettore dell’USI. «Queste aziende esprimono il bisogno di mettere più “intelligenza” nei loro prodotti per consentire ad esempio di velocizzare alcune funzioni, mantenendo allo stesso tempo l’alta qualità del prodotto finito». La tecnologia del “gemello digitale” si basa essenzialmente sull’applicazione industriale dell’Internet delle cose, che permette a oggetti fisici di essere in rete e così di “vivere” e interagire virtualmente con altre macchine e persone. «Queste applicazioni di “informatica avanzata” sono molto richieste dalle aziende perché consentono loro di rafforzare sia la loro resilienza a fronte dei repentini cambiamenti congiunturali, sia di rendere le filiere produttive più sostenibili nel lungo periodo, grazie per esempio al risparmio di materiali e risorse».

Verso un mondo ibrido

«L’evoluzione del mondo industriale va verso una situazione ibrida», dice Gambardella. «Da un lato troveremo macchine intelligenti e in parte autonome, grazie anche ai progressi dell’intelligenza artificiale; dall’altro ci saranno le persone, che continueranno a svolgere un ruolo fondamentale non solo nello sviluppo tecnologico ma anche sul piano relazionale, come ad esempio quello fra produttore e acquirente. In ogni caso, la paventata maggior automazione e intelligenza delle macchine non avverrà a scapito della forza lavoro. Anzi, come nelle precedenti rivoluzioni industriali vedremo profilarsi nuove professioni e ruoli. Il nostro compito, come professori e ricercatori universitari, sarà quindi duplice, ovvero insegnare alle prossime generazioni sia le competenze tecniche (digitali, in particolar modo), sia la capacità di ragionare in modo strategico e orientato alla soluzione di problemi, così come formare il senso critico. Questo è ciò che già facciamo all’USI, per esempio nel nostro Master in Artificial Intelligence, nel cui curriculum di studio si trattano anche aspetti etici e filosofici dell’intelligenza digitale, in collaborazione con il Master in Filosofia dell’USI».

L’automazione dei processi e i benefici per il tempo libero

L’automazione dei processi produttivi porta con sé una grande occasione: quella di aumentare il nostro tempo libero. «Se riuscissimo a cogliere questa opportunità», afferma Damiano Costa, coordinatore del Master in Filosofia dell’USI, «i benefici per la società sarebbero enormi. Permettendo a ciascuno di dedicarsi a quelle attività e a quei progetti che rendono la vita più ricca e degna di essere vissuta, contribuiremmo ad aumentare il nostro benessere. Allo stesso tempo creeremmo la possibilità di dare un nuovo slancio al progresso della civiltà». Il docente poi aggiunge: «Bertrand Russell sosteneva che il genere umano è emerso dal suo barbarismo originario grazie al tempo libero delle classi agiate. È stato infatti il tempo libero di pochi privilegiati che ha permesso di sviluppare la scienza e le arti, la tecnologia e il progresso politico. Ebbene, l’automazione dei processi produttivi ci darà l’occasione di far sì che quello che un tempo era prerogativa delle classi agiate diventi lo standard di tutti».

I progressi nella robotica e nell’intelligenza artificiale influiscono molto sulla domanda di manodopera, mettendo a rischio soprattutto i lavori ripetitivi. «Questo non significa, però, che le macchine sostituiranno l’uomo», affermano Giovanni Pica e Benjamin Lerch, rispettivamente professore e ricercatore all’Istituto di economia politica dell’USI. «Le nuove tecnologie sono, da un lato, complementari al lavoro umano nello svolgimento di mansioni astratte difficilmente codificabili, aumentandone la produttività; dall’altro, contribuiscono alla creazione di nuove occupazioni. La domanda di lavoro nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione è, per esempio, in costante aumento. Il ruolo delle università e delle scuole professionali nella formazione al passo con la rivoluzione digitale è pertanto fondamentale. È inoltre importante aggiornare costantemente le proprie competenze per rimanere competitivi su mercati nei quali le tecnologie di automazione del lavoro hanno un’importanza crescente».

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