Quasi un adolescente ticinese su cinque ha gli anticorpi contro il SARS-CoV-2

Lo studio

Resi noti i nuovi risultati del progetto Corona Immunitas - Emiliano Albanese: «Fra luglio e dicembre aumento contenuto della sieroprevalenza»

Quasi un adolescente ticinese su cinque ha gli anticorpi contro il SARS-CoV-2
©CDT/Chiara Zocchetti

Quasi un adolescente ticinese su cinque ha gli anticorpi contro il SARS-CoV-2

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Il progetto Corona Immunitas è un preziosissimo strumento di salute pubblica. Perché ci racconta, in un momento tanto delicato, il nostro grado di preparazione alle ondate della pandemia, la capacità di resistenza, l’impatto della malattia su di noi. Ci restituisce insomma uno spaccato della comunità, di un ampio spettro della popolazione. Il primo studio di sieroprevalenza – ossia la quota della popolazione entrata in contatto con il SARS-CoV-2 – era relativo a luglio. In questi giorni sono invece disponibili i dati fino a dicembre. Dati molto interessanti perché legati alla seconda ondata pandemica, prima del periodo delle festività natalizie e, soprattutto, dell’arrivo dei vaccini. Ecco: rispetto a luglio, quando l’11% circa della popolazione ticinese era entrato in contatto con il virus, oggi il tasso è del 16%. Un aumento di 5 punti percentuali, ma molto al di sotto quindi del raddoppio vissuto ad esempio da Vaud fra la prima e la seconda fase della pandemia. Un dato, tuttavia, da prendere con le pinze. Vediamo perché.

Differenze marcate

«A partire da fine agosto-inizio settembre abbiamo inviato 4.000 lettere indirizzate soprattutto a bambini e anziani del nostro cantone» spiega il professor Emiliano Albanese, direttore dell’Istituto di salute pubblica dell’USI e co-responsabile scientifico del progetto. «Da allora, 3.000 ticinesi partecipano ai questionari settimanali o mensili. Tra questi ci sono 650 bambini (5-13 anni), 450 adolescenti (fino a 19 anni), 1.000 adulti (già reclutati a giugno) e 870 anziani. Di questi 3.000 partecipanti attivi, 1.500 (in prevalenza bambini, adolescenti e anziani) hanno fatto il prelievo di sangue fra le ultime due settimane di novembre e la prima di dicembre (alcuni i primi di gennaio). I risultati di sieroprevalenza sono dunque relativi a quest’ultimo campione». Risultati come detto interessanti, perché ci dicono molto sul comportamento avuto da giovani e anziani durante la seconda ondata. «I dati raccolti ci permettono di individuare chi ha gli anticorpi contro il nuovo coronavirus» prosegue Albanese. «E abbiamo scoperto differenze marcate a seconda delle fasce d’età: il 18% degli adolescenti ha gli anticorpi, significa quasi uno su cinque. La percentuale scende al 12% fra i bambini, e cala ancora fra gli anziani: 7%, meno di uno su dieci. Differenze rilevanti, e che ci raccontano molto sull’esigenza ma anche la capacità – concretizzata nei fatti – di proteggere le fasce più a rischio».

Questi dati vanno letti in due modi, come spiega ancora il professore: «Il primo è che le misure di protezione individuali, insieme a quelle collettive, hanno funzionato. Perché di fatto fra la prima e la seconda ondata l’incremento della sieroprevalenza è stato solo del 5% in totale: in altri cantoni l’aumento è stato molto più marcato. Quindi, si può senz’altro affermare che i ticinesi hanno osservato molto bene le disposizioni. Il secondo modo di leggere i dati, invece, è il rovescio della medaglia. Ed è un monito a continuare a tenere duro. La suscettibilità al virus è infatti ancora grande fra la popolazione, stiamo parlando di almeno l’80% dei cittadini». Ciò significa che la stragrande maggioranza dei ticinesi – in particolare gli anziani, come visto – non ha gli anticorpi contro il SARS-CoV-2. «Questo aspetto richiama al fatto che fino a oggi le strategie di prevenzione hanno funzionato» ricorda Albanese. «E oggi, al contrario di dicembre, abbiamo una risorsa in più: il vaccino, una grande speranza. Che però ha i suoi tempi. Dunque non abbassiamo la guardia, continuiamo come sappiamo fare finché i vaccini faranno il loro effetto sull’immunità di popolazione».

«Voglio proteggere i nonni»

I dati raccolti dal progetto Corona Immunitas Ticino (condotto da USI, SUPSI, IRB, e EOC), rientra in un quadro più ampio, di respiro nazionale, gestito dalla Swiss School of Public Health e UFSP. Ma tutta l’operazione è stata resa possibile grazie a migliaia di partecipanti, studiosi, volontari. «La macchina che fa funzionare questo studio – dai prelievi alle analisi del Laboratorio microbiologia applicata SUPSI e dell’Istituto di Ricerca in Biomedicina – è imponente» spiega il professore. «E visto che i prelievi sono stati effettuati durante la seconda ondata, non potevamo accedere alle strutture dell’EOC, nostro partner. Abbiamo dunque dovuto fare di necessità virtù, appoggiandoci ai centri medici di Chiasso, Mendrisio, Lugano, Bellinzona, Locarno. Ma abbiamo attivato anche altri spazi, come l’Accademia di architettura dell’USI e il nuovo Campus Est USI-SUPSI di Viganello». Nel Sopraceneri ci si è serviti anche di unità mobili, anche grazie ai servizi di prossimità ad anziani e bambini. Albanese racconta poi alcuni aneddoti. «I bambini e le loro famiglie sono stati accolti dai clown dell’Associazione ridere per vivere, in modo che il prelievo avvenisse in un contesto giocoso, divertente. E nei più piccoli abbiamo scoperto una grande consapevolezza. Ad esempio alla domanda ‘‘perché è importante non ammalarsi?’’ hanno risposto ‘‘perché non voglio far ammalare mia mamma, mio papà e i miei nonni’’». Risposte confortanti anche per quanto riguarda gli adolescenti: oltre il 70% di loro ha detto di sentirsi bene nonostante le restrizioni. «Le scuole sono rimaste aperte, concedendo ai ragazzi di socializzare. Questo può aver influito sul loro benessere, senza pregiudicare la sicurezza e la salute dei ragazzi e di tutti».

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