Salario e CCL, soluzione cercasi

Gran Consiglio

Il plenum ha discusso per quasi tre ore del «caso TiSin» - Si è aperto qualche spiraglio per una modifica della legge - Christian Vitta invita alla prudenza e chiede di non giungere a conclusioni affrettate

Salario e CCL, soluzione cercasi
© CdT/ Chiara Zocchetti

Salario e CCL, soluzione cercasi

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È un Parlamento da una parte un po’ confuso, e dall’altra alla ricerca di soluzioni, quello emerso ieri, in tarda serata, dalla discussione generale sul «caso TiSin» e delle tre aziende del Mendrisiotto che hanno firmato un contratto collettivo di lavoro (CCL) con stipendi inferiori al salario minimo.

Non che vi fossero grandi aspettative dalla discussione generale, ma l’auspicio di alcuni, tra gli stessi deputati, era quello di poter intravedere almeno una direzione da prendere per risolvere la problematica sollevata dal «caso TiSin». Al termine di quasi tre ore di dibattito (non particolarmente animato) di soluzioni concrete non ne sono state raggiunte. Forse, però, nel plenum si è fatta avanti la possibilità di trovare una via condivisa per evitare che casi simili si ripetano.

Prima e dopo il voto
Partiamo dall’inizio. La discussione generale, proposta dal Movimento per il socialismo (MPS), è stata approvata senza particolari problemi: 53 favorevoli, 3 contrari, un astenuto.

Ma ancora prima del voto sulla discussione generale, il primo a prendere la parola è stato il capogruppo leghista Boris Bignasca. Essendo lui membro di comitato di TiSin, per evitare conflitti d’interesse, invocando l’articolo 50 della legge sul Gran Consiglio ha deciso di lasciare l’aula.

Dopodiché, il granconsigliere dell’MPS Matteo Pronzini ha voluto ricordare a tutti che «il caso TiSin non è una novità» e che il suo partito, nel 2019, quando il Parlamento votò la legge sul salario minimo aveva proposto un emendamento per evitare questi problemi. Emendamento poi bocciato dal plenum.

Se venissero riscontrati CCL non validamente sottoscritti, all’azienda sarà notificato l’ordine di adeguarsi al salario minimo

In seguito è stato il direttore del DFE Christian Vitta, a nome del Governo, a prendere posizione sulla vicenda. Il consigliere di Stato ha dapprima spiegato che da dicembre potranno iniziare i controlli dell’Ispettorato del lavoro sul rispetto della legge sul salario minimo. «Se venissero riscontrati dei CCL non validamente sottoscritti, all’azienda sarà notificato l’ordine di adeguarsi al salario minimo. L’Ispettorato del lavoro dispone delle necessarie competenze per verificare il rispetto della legge», ha aggiunto Vitta, ricordando poi che contro questa normativa sono pendenti due ricorsi al Tribunale federale. E in questo senso ha invitato il Parlamento alla prudenza, a evitare «di trarre conclusioni affrettate, che potrebbero posticipare la decisione dell’Alta corte». Sul piano politico ha infine spiegato che «l’intenzione è di coinvolgere le associazioni padronali e i sindacati per verificare se ci sono punti comuni per garantire la corretta applicazione della legge, e quindi far sì che le eccezioni siano conformi allo spirito della legge». A questo proposito ha confermato che un incontro tra il DFE e le parti sociali è previsto domani.

Bordate e dignità
Si è poi aperta la vera e propria discussione tra i deputati. E senza sorprese, da sinistra sono subito giunte alcune bordate all’indirizzo di TiSin e della Lega. «È evidente che non è un sindacato e non si tratta di un vero CCL», ha affermato Fabrizio Sirica che, al di là del caso specifico, poiché «questa potrebbe essere solo la punta del iceberg», ha ricordato che il PS intende lanciare un’iniziativa popolare per porre rimedio alla situazione. A fargli eco pure il capogruppo Ivo Durisch: «Nel 2019 come Parlamento abbiamo pasticciato? Direi che abbiamo lasciato un cavallo di troia, dando fiducia alla contrattazione sociale. Ma questa fiducia non c’è più». E quindi Durisch si è detto «pronto a tornare sulla decisione del 2019», auspicando che in Parlamento si possa trovare una maggioranza per modificare la legge. Un auspicio condiviso anche dai Verdi: «Se ci fossero dubbi sull’applicazione della legge, sarà necessario precisarla per evitare raggiri. Mettiamoci d’accordo, a breve, su una soluzione», ha affermato la co-coordinatrice Samantha Bourgoin.

È difficile difendere l’indifendibile

Ma oltre alle ‘‘ovvie’’ critiche giunte da sinistra, anche da parte della Lega non si è girato troppo intorno alla questione. Il deputato Daniele Caverzasio ha ad esempio affermato: «È difficile difendere l’indifendibile. Parliamo di un’etica imprenditoriale che è discutibile».

Sul fronte opposto, l’attacco più forte rivolto alla Lega è arrivato dalla liberale radicale Natalia Ferrara, la quale ha parlato di «dignità della carica», invitando i colleghi a «non girarsi dall’altra parte» di fronte al fatto che «il capogruppo e la vice capogruppo di un partito (ndr. la Lega) abbiano messo in piedi un’organizzazione per aggirare una legge».

Al termine di quasi tre ore di dibattito e 35 interventi, sono però arrivati un paio di segnali su una possibile convergenza. Il deputato leghista Michele Guerra si è augurato che si possa intervenire presto anche con un’azione congiunta per «non far scendere più i salari sotto la soglia votata dal Parlamento». Anche il capogruppo del PPD Maurizio Agustoni ha spiegato che una delle vie per intervenire in tempi rapidi è quella legislativa. Stesso principio evocato anche da Durisch: «In Commissione della gestione dobbiamo prendere seriamente la questione. Spero che la volontà politica ci sia e che quelle sentite oggi non siano solo parole al vento».

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