Segnala il mobbing, il Governo la licenzia

ticino

La denuncia di una dipendente dell’Amministrazione pubblica che accusa alcuni dipendenti, a partire dal vertice, di «mobbing, favoritismi, abuso di potere, molestie sessuali, ricatti, minacce...»

Segnala il mobbing, il Governo la licenzia
©CdT/Chiara Zocchetti

Segnala il mobbing, il Governo la licenzia

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Denuncia il mobbing all’interno dell’Amminsitrazione pubblica e cinque mesi più tardi il Governo propone il suo licenziamento. È la vicenda riportata oggi sulle colonne del Caffè. La donna, che lavorava per l’Istituto delle assicurazioni sociali (Ias) dal 2016, dapprima per uno stage e in seguito con la nomina del Consiglio di Stato, è ora sospesa e su di lei pende una decisione di licenziamento presa dal governo lo scorso gennaio.

La vicenda emerge oggi nella sua interezza anche grazie a un’interpellanza presentata in queste ore dal MPS. La donna al centro di questa storia è autrice di una missiva, indirizzata nell’agosto scorso al direttore del Dipartimento Raffaele De Rosa, in cui racconta quanto accaduto negli uffici in cui operava. «Dietro quei sorrisi - racconta -, quel clima sereno, vigeva la legge del più forte e il sostegno a priori e costi quel che costi ai capi e al loro entourage, direttore compreso. E anche io mi sarei dovuta adattare a quel clima sessista. A quei massaggi sulle spalle, a quei riferimenti allusivi, a quel clima di omertà incredibile». «Mai contraddire chi comanda, resistere a una sorta di mobbing psicologico da parte dei superiori. Non c’è solo il capo servizio volgare ma anche superiori donne che ‘abusano’ del loro potere con atteggiamenti e apprezzamenti maleducati, mobbing, favoritismi e abuso di potere». Sono queste le cose denunciate dalla donna. Dopo tre anni la situazione diventa più pesante e l’impiegata assiste a una serie di eventi, trasferimenti inaspettati, licenziamenti, colleghi, anche maschi, che si rivolgono ai sindacati, «anche loro stanchi di volgarità, ripicche, nonnismo. Ma non succede nulla». Stanca di non essere ascoltata, ricorda, nell’agosto 2020 decide di spedire una «memoria», un dossier al direttore del Dipartimento della sanità. Il ministro della Sanità affida quindi a una delle persone coinvolte, il direttore dell’ufficio in cui la donna lavorava, i necessari accertamenti. Nella sua decisione del 20 gennaio scorso, il Consiglio di Stato ripercorre quanto già fatto all’interno dello Ias per comprendere la situazione. Nel corso di vari incontri emerge, in sostanza, che la donna accusa alcuni dipendenti, a partire dal vertice, di «mobbing, favoritismi, abuso di potere, molestie sessuali, ricatti, minacce...». La donna, riassume il Consiglio di Stato, è stata ascoltata in diverse occasioni da diversi livelli gerarchici e secondo il governo non ha portato elementi oggettivi e testimonianze a supporto delle gravi accuse. In questa vicenda si intrecciano poi elementi relativi alle assenze per ragioni mediche e ai certificati prodotti. Insomma, la fiducia è lesa e non ci sono più i presupposti per proseguire il rapporto di lavoro.

La donna ha sottoposto il suo caso alla Commissione conciliativa e il prossimo 10 marzo spetterà al Tribunale d’Appello cercare di far luce su quanto accaduto.

Le vicende che hanno caratterizzato i mesi di difficoltà lavorativa avrebbero potuto essere affrontate da Gruppo stop molestie creato proprio dall’Amministrazione cantonale. Non per nulla la prima delle sette domande dell’interpellanza dell’Mps chiede come mai il direttore del Dipartimento De Rosa non abbia, unitamente al governo, coinvolto il Gruppo di intervento istituito dal Consiglio di Stato per le molestie sessuali e psicologiche sul posto di lavoro.

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