Senza salute non c’è libertà

I 25 anni dell’USI

Le disuguaglianze globali sono molto ampie e rappresentano uno dei maggiori ostacoli allo sviluppo sostenibile - Ne parliamo con gli esperti Marta Fadda, Lorenzo Cantoni e Monica Landoni

Senza salute non c’è libertà
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Cercando su Google immagini in tema di “sostenibilità” domina il verde. In effetti l’associazione più automatica in tutti noi è probabilmente quella con l’ambiente: meno emissioni, più energia pulita e via dicendo. Tra i risultati del motore di ricerca non mancano però rappresentazioni che ci ricordano che la sostenibilità è anche economica e, prima ancora, sociale. Un mondo più sostenibile è anche un mondo più equo e viceversa. Ridurre le disuguaglianze è proprio uno degli obiettivi di sostenibilità dell’ONU. Lo affrontiamo da una prospettiva, anche in questo caso, non immediata, ovvero la salute, parlandone con Marta Fadda, ricercatrice in salute pubblica presso l’USI.

L’impatto della COVID

Partiamo dall’attualità. La COVID-19 ci ha posti di fronte alla domanda su come e quanto sappiamo davvero garantire a tutti i cittadini del mondo un equo accesso alla salute. Purtroppo la risposta globale alla pandemia, osserva Marta Fadda, «ha sottolineato in modo aspro enormi differenze tra Paesi quanto ad accesso a cure di qualità, prestazioni dei sistemi sanitari, possibilità di accedere alla prevenzione. Basta dare un’occhiata ai dati sui vaccini (quelli riportati in infografica, ndr)». Anche i Paesi ad alto reddito hanno subito però un impatto sorprendentemente violento. Questo «suggerisce che non basta semplicemente investire sulla sanità. Secondo alcuni ricercatori dell’Università di Boston, ad esempio, alla radice della carente risposta registrata negli Stati Uniti vi è una concezione di salute prevalentemente incentrata sull’assistenza sanitaria, uno sforzo enorme nello sviluppo di farmaci e trattamenti, e un investimento insufficiente nella promozione delle “condizioni quadro” che mantengono le persone in salute. E qui arriviamo all’aspetto forse più interessante del rapporto tra salute e uguaglianza».

Senza salute non c’è libertà

Binomio inscindibile

La salute, continua la ricercatrice, «è premessa dell’uguaglianza. Se non posso mantenermi in salute, non posso partecipare appieno alla vita sociale. Ma l’uguaglianza è a sua volta premessa della salute. Le disparità socio-economiche pesano infatti in modo cruciale sulle possibilità di una vita sana. In gergo tecnico si parla di “determinanti sociali” della salute. Questo vale tra Paese e Paese, ma anche per singoli Paesi, città, quartieri». La COVID ne è stata amara riprova.

Il “virus dell’ineguaglianza”, com’è stato definito, ha avuto conseguenze devastanti soprattutto in gruppi con preesistenti vulnerabilità. Vari rapporti sulla mortalità da COVID ne forniscono una fotografia brutale, ricorda Marta Fadda. «Le categorie socialmente più deboli sono più esposte a obesità, ipertensione, diabete - tutti fattori di rischio di decorso grave -, hanno più difficoltà di accesso alle cure, sono spesso impiegate in lavori rischiosi, vivono in condizioni di alloggio più precarie».

In Svizzera

Le differenze esistono purtroppo anche alle nostre latitudini. Se prendiamo la scolarità, indicatore della condizione socio-economica, «vediamo ad esempio che la percentuale di persone obese tra gli uomini con basso grado di formazione è doppia rispetto a quelli con formazione elevata (20% vs 10%), per le donne più che tripla (21% vs 6%)», indica la ricercatrice. E se non siamo addetti ai lavori forse non ci aspetteremmo di «leggere tra le statistiche che i 30.enni con basso livello di formazione hanno una speranza di vita di 4 anni inferiore a quella dei loro coetanei laureati». Dati che passano sotto traccia? «Il fenomeno è conosciuto, ma forse c’è ancora una forte tendenza a considerare la salute come qualcosa di clinico, e nonostante si parli di “benessere” socio-economico, tendiamo forse a non includerlo nel nostro concetto di “salute”».

Il contributo della ricerca

Rispetto al binomio salute-uguaglianza, un primo contributo che la ricerca in salute pubblica può dare consiste proprio nel «ribadire che la salute ha due, altrettanto importanti, dimensioni: è un affare personale, ma anche una questione sociale, pubblica, come dice il nome stesso della nostra disciplina». Questa inscindibilità ci porta a riflettere in maniera più profonda sulla salute e sulla sua, intrinsecamente radicata, dimensione etica. «La salute è e deve essere vista davvero come un bene comune. Il che ci interroga su come la nostra società si concepisce e costruisce. E questo ci porta al secondo grande contributo della ricerca: porsi le domande “giuste”. Abbiamo sott’occhio la diffusione di fattori anche socio-economici di rischio tra la popolazione? Abbiamo sistemi di cura (in senso lato) e politiche di prevenzione sufficienti? Come sono stati colpiti ad esempio dal lockdown gli individui con vulnerabilità preesistenti? Ragioniamo in modo adeguatamente integrato?». Di qui il terzo contributo, più pratico. «Trovare e offrire risposte. Sia fotografando lo stato di salute di una popolazione con studi epidemiologici, come Corona Immunitas Ticino, sia con altre analisi e riflessioni, la ricerca permette di indirizzare le istituzioni sulla necessità di politiche multi-settoriali in tema di salute, che affrontino i determinanti sociali in un concetto ampio di preparazione e resilienza dei sistemi di salute (notare bene, non sanitari, ma di salute). Si tratta di un processo circolare, dal ragionamento alla raccolta dati fino alle implicazioni pratiche, che in fondo ci ricorda quanto affermava il filosofo svizzero Henri-Frédéric Amiel: la salute è la prima di tutte le libertà».

La "frattura digitale"

Anche la tecnologia ha una relazione dinamica con uguaglianza/disuguaglianza. Punti di osservazione privilegiati in tema sono comunicazione e informatica.

Digitale, sviluppo e “frattura”

Ci aiuta con una rapida panoramica Lorenzo Cantoni, professore dell’USI. «Il rapporto tra TIC, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, e disuguaglianze», ci indica, «è in effetti duplice. Le TIC sono un’opportunità per lo sviluppo economico-sociale. Pensiamo alla possibilità di far conoscere attraverso i social un luogo o una tipicità, come il batik indonesiano, su cui stiamo lavorando in USI. Dall’altro lato le TIC possono creare, e creano, disparità. È il cosiddetto digital divide, la “frattura digitale” sia nella disponibilità tecnica - computer, smartphone, accesso a Internet - sia nella capacità di usare le TIC. Frattura tra Paesi, come tra gruppi sociali diversi nello stesso Paese. Sviluppare conoscenza in ambito di TIC permette di affrontare meglio queste contraddizioni, sottolineando ad esempio proprio la necessità di un’equa disponibilità di mezzi e di un’adeguata alfabetizzazione digitale».

Informatica e inclusione

Sul potenziale positivo della tecnologia e in particolare dell’informatica per una società più “alla pari”, sentiamo Monica Landoni. «L’informatica ci fornisce strumenti molto potenti che se usati in modo etico consentono ad esempio di ripensare la realtà senza gli ostacoli fisici che ne intralciano l’accessibilità», osserva la docente e ricercatrice USI. «Prendiamo un libro: potrei non avere la possibilità di sfogliarlo, o di leggerne il testo. Con l’informatica posso “smaterializzarlo” e veicolarne l’essenza in altri modi, come la realtà aumentata multisensoriale. Il tutto coinvolgendo attivamente gli utenti per personalizzare soluzioni che rispettino le diverse abilità di ognuno. È lo spirito del design inclusivo. In sinergia con il LAC e le associazioni Atgabbes e FIPPD, nei progetti “Anch’io LAC” e BEST, finalizzati a visite museali più accessibili per tutti, abbiamo lavorato e lavoriamo ad esempio con persone con lievi problemi cognitivi e insieme a loro sviluppiamo strumenti tecnologici di accompagnamento sulla base di bisogni che sono poi quelli di tutti: accesso facile a esperienze che lascino un segno memorabile».

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