«Siamo stati le mani e lo sguardo dei familiari negli ultimi istanti»

La ricorrenza

Oggi è la giornata internazionale dell’infermiere, una categoria troppo spesso invisibile - In Svizzera il 46% lascia prematuramente questa professione

«Siamo stati le mani e lo sguardo dei familiari negli ultimi istanti»
©CDT/Gabriele Putzu

«Siamo stati le mani e lo sguardo dei familiari negli ultimi istanti»

©CDT/Gabriele Putzu

Hanno stravolto la loro quotidianità, sacrificato gli affetti, affrontato situazioni umane durissime. Tutto questo per curare la popolazione ticinese e lenire la sua sofferenza durante la fase più critica dell’ondata pandemica. Le infermiere e gli infermieri del nostro cantone, nella giornata internazionale dell’infermiere, meritano l’applauso dei cittadini. Un applauso che però, se si scava un filo sotto la superficialità di gesti dettati dall’emotività, ha il sapore amaro della beffa. Questa essenziale figura professionale, infatti, pur lavorando nell’ombra c’è sempre stata, è sempre stata lì ad aiutarci nei momenti più complicati della nostra vita. Con un sorriso, una carezza, una parola di conforto. Eppure, è come se ce ne fossimo accorti soltanto poche settimane fa, quando gli ospedali ticinesi si riempivano di pazienti COVID. «È vero, è proprio così» racconta Annette Biegger, responsabile dell’Area infermieristica dell’EOC. «Lo scorso anno l’OMS ha dichiarato il 2020 come l’anno dedicato agli infermieri e alle ostetriche. Pur ovviamente non sapendo cosa sarebbe arrivato. Una coincidenza molto interessante, che impone una riflessione. La parte infermieristica non sempre è visibile a tutti, anche se svolge un lavoro essenziale».

Tanti sacrifici

Quella dell’infermiere è una professione in costante evoluzione. Segue i miglioramenti della medicina, della scienza, della tecnica. E si perfeziona. «Tramite una formazione accademica, abbiamo la possibilità conseguire un bachelor, un master o un dottorato in scienze infermieristiche» rileva Biegger. «È una professione non così visibile, è vero, ma ha acquisito molta importanza». Un lavoro anche completo, come ricorda ancora la responsabile: «C’è una parte scientifica, una di relazione terapeutica con il paziente, una di collaborazione in team multidisciplinari. Ma bisogna essere consapevoli che questo è un mestiere che richiede sacrifici, fisici e mentali. E queste settimane di pandemia ne sono un chiaro esempio, con turni di 12 ore». Turni allungati non significa però che il personale, in Ticino, in periodi normali sia insufficiente. Ancora Biegger: «L’emergenza sanitaria ci ha messo in difficoltà perché abbiamo dovuto aumentare fortemente i letti di terapia intensiva. Un ambiente molto specialistico. Il problema, semmai, è quindi la difficoltà nel reperire personale altamente specializzato. Non solo da noi, bensì in tutta la Svizzera. Siamo però consapevoli, come categoria, che in futuro la coperta sarà corta anche in periodi normali. Un aspetto sul quale bisognerà chinarsi con attenzione. La pandemia ci dà l’opportunità di mettere in guardia da questo periodo. Del resto, uno studio dell’Osservatorio svizzero della salute dice che nel nostro Paese il 46% degli infermieri lascia la professione prematuramente, spesso prima dei 35 anni». Un problema di attrattività? «Sì, è necessario valorizzare di più questo mestiere» risponde Biegger. «Bisogna permettere alle persone di identificarsi come professionisti fondamentali del sistema sanitario. Rafforzando magari l’autonomia. E poi sarebbe utile permettere evoluzioni professionali agli infermieri. Mostrare dunque meglio ai giovani quali specialità sono contenute in questo bellissimo lavoro».

Dentro l’ospedale COVID

In questi mesi, gli infermieri sono stati confrontati quotidianamente con la parte più drammatica della pandemia di coronavirus: la morte. Del delicato tema ce ne parla Maria Chiara Canonica, responsabile dei servizi infermieristici della Carità di Locarno, l’ospedale COVID del Ticino. «Di regola le famiglie dei pazienti in fin di vita sono presenti» spiega. «Purtroppo, a causa del virus, gli esterni non avevano accesso agli ospedali. Per le famiglie era quindi importante sapere che con il loro caro c’era qualcuno. Ed eravamo noi infermieri. Siamo stati le mani, lo sguardo e le parole dei famigliari durante gli ultimi istanti di vita dei pazienti».

Il regalo dell’EOC: Paolo Meneguzzi

Il 12 maggio, data di nascita di Florence Nightingale (1820), fondatrice delle cure infermieristiche, si festeggia il giorno degli infermieri. L’EOC ha dovuto annullare l’evento ma, per festeggiare questo giorno, in questo periodo particolare, ha regalato agli infermieri ticinesi una canzone di Paolo Meneguzzi per ringraziarli del loro lavoro.

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