Tamponi a pagamento, il Ticino segue la linea di Berna

coronavirus

La Confederazione non intende più assumersi i costi dei test per le persone asintomatiche - Aumenta la pressione sulle persone non vaccinate

 Tamponi a pagamento, il Ticino segue la linea di Berna
©CdT/ Chiara Zocchetti

Tamponi a pagamento, il Ticino segue la linea di Berna

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«Chi non è immunizzato, non potrà più contare sulla protezione tramite misure governative». Mercoledì, Alain Berset ha usato toni perentori, in qualche modo anche esclusivi. Una svolta, rispetto al passato, che ben caratterizza il momento, la divisione in divenire all’interno della nostra società. Berna, lo abbiamo detto, ha insomma deciso di aumentare il carico di pressione sulle persone non vaccinate, non imponendo nuovi allentamenti e, anzi, aggiungendo dei possibili costi. A far discutere è, in particolar modo, la proposta, fatta dal Consiglio federale - e posta in consultazione a Cantoni e commissioni parlamentari -, di rendere a pagamento i test COVID. Una misura che entrerebbe in vigore solo nel mese di ottobre, in modo da consentire a tutti gli interessati di iscriversi in un centro vaccinale e di ricorrere all’immunizzazione. Una manovra forte, quella di Berna, che fa discutere a livello politico e che rischia di generare qualche malumore popolare.

Il rilancio della campagna

Il nostro Cantone come risponderà a tale proposta? Stando a Raffaele De Rosa, direttore del DSS, la stessa ha due possibili letture, «è comprensibile e al contempo pericolosa. Comprensibile perché l’intenzione è quella di incentivare le vaccinazioni, in un periodo in cui i numeri sono scesi di molto rispetto ai mesi scorsi. Pericolosa perché rimette in discussione uno dei pilastri della lotta alla pandemia, rappresentato dai test numerosi e regolari, sui sintomatici - pregati sempre a farsi testare - e sugli asintomatici. Il Consiglio federale propone un periodo di transizione, prevedendo l’introduzione di tale svolta per il 1. ottobre: mi sembra una tempistica ragionevole, che permetterà agli indecisi di ulteriormente approfondire il tema dell’immunizzazione ed eventualmente decidere di farsi vaccinare. Il Consiglio di Stato si esprimerà nell’ambito della consultazione, ma vede con chiarezza il proprio obiettivo, che è lo stesso del Consiglio federale: rilanciare le vaccinazioni, convincendo gli scettici ad assumere una decisione consapevole in questa direzione». Insomma, De Rosa è convinto che dare un prezzo ai test sia la strada giusta. «A fronte dell’opportunità offerta dalla vaccianzione, il costo del test per andare ad esempio in vacanza non deve rimanere a carico di tutta la comunità».

La polarizzazione

Il nostro timore è che tali decisioni possano contribuire a polarizzare ancor più la società, ad allontanare le posizioni di coloro i quali ancora non hanno cancellato le proprie paure, le proprie remore. Il consigliere di Stato ci pensa su. «La strada giusta? È quella di mettere i cittadini nelle migliori condizioni per informarsi, offrendo loro quindi la massima trasparenza. Infatti procederemo con un’ulteriore campagna di sensibilizzazione, mirata e complementare a quella che farà l’UFSP». Riproponiamo a De Rosa la citazione di Berset: «Chi non è immunizzato, non potrà più contare sulla protezione tramite misure governative». Aggiunge: «Una posizione che condivido. Anche perché questo è il momento giusto per decidere di farsi vaccinare. I vaccini ci sono, e c’è un’ampia flessibilità per quanto concerne gli appuntamenti». Insistiamo sugli estremi. E il direttore del DSS sottolinea: «La storia ci insegna che, di fronte ai vaccini come soluzione per malattie dall’impatto globale, c’è sempre stato un dibattito molto acceso. Un dibattito che oggi si ripete. È importante allora il confronto, ma vanno evitati gli estremismi, gli eccessi. È piuttosto il momento di trovare o ritrovare un equilibrio, tra le libertà individuali e la necessità di tutelare la salute della popolazione, tra le scelte di ognuno di noi e l’interesse dell’intera collettività. Certo, non è un equilibrio facile da generare. Ma ci troviamo confrontati a questo esercizio da un anno e mezzo, e continueremo a esserlo nell’ambito delle vaccinazioni». Anche De Rosa ammette di avvertire tensioni. «Certo, per questo occorre sempre più chiarezza, anche nel mettere in guardia la popolazione dalle fake news. Poi sarà il cittadino, nell’ambito del proprio schema di valori, a essere chiamato a valutare le possibilità. Io, dal mio punto di vista personale, non ho dubbi su quale sia la scelta giusta da fare».

Senza fare particolari riferimenti, Raffaele De Rosa prova a leggere la posizione di chi non vuole farsi vaccinare. «Anch’io, in questi mesi, mi sono posto domande su queste nuove tecnologie, sulla rapidità con cui la scienza ha fornito le sue proposte. Per questo mi sono documentato, ho ponderato rischi e benefici, per me stesso, per la mia famiglia, per le persone a rischio, osservando la necessità di uscire da questa situazione collettiva e di evitare di tornare ad avere ospedali pieni di pazienti malati di COVID. Non esprimo quindi giudizi di valore su chi ha paura del vaccino. Ma, a oggi, si tratta dell’unico strumento che abbiamo per voltare pagina e per non ricadere nelle misure restrittive del passato». Il consigliere di Stato sottolinea l’obiettivo, già dichiarato da Berset, di «rispettare le libertà di quei cittadini che hanno compreso l’importanza del vaccino al fine di tornare a vivere una nuova situazione di normalità». E, questo, pur in un contesto volatile, di grande incertezza e con diversi indicatori destinati a peggiorare.

Prima o poi le persone non immunizzate contrarranno il virus

La Svizzera ha trovato il giusto equilibrio nella gestione della pandemia di coronavirus, secondo il presidente uscente della task force scientifica federale, Martin Ackermann. A suo avviso lo Stato non deve regolamentare tutto. «Molte persone sono naturalmente prudenti», ha detto Ackermann in interviste pubblicate dalla Neue Zuercher Zeitung, dal Blick e dal sito nau.ch. «Quanto lo Stato ha prescritto è stato ben applicato dalla popolazione. È stata questa la chiave del successo».

Il suo bilancio della gestione della crisi è invece più contrastato. All’inizio della pandemia, nella primavera del 2020, la Svizzera ha reagito rapidamente con misure efficaci, che sono state ampiamente sostenute, osserva Ackermann. In autunno invece il numero di casi è aumentato rapidamente e la risposta è stata troppo esitante. Agendo prima, il peso sul sistema sanitario sarebbe stato ridotto di circa la metà. «Molte meno persone si sarebbero ammalate e molte meno sarebbero morte». Quest’anno, l’epidemia ha potuto essere contenuta con misure più moderate rispetto ai Paesi vicini, nota il biologo.

L’intensità della quarta ondata del coronavirus dipenderà dal numero di persone vaccinate e dal comportamento degli svizzeri, continua. «Ma le persone non vaccinate saranno prima o poi infettate». Tre milioni di persone non hanno raggiunto l’immunità alla SARS-CoV-2, molte di più rispetto alle persone infettate finora. «Se i non immuni si ammalano entro pochi mesi, ci saranno molti ricoveri». A suo avviso bisogna quindi facilitare l’accesso alla vaccinazione, al fine di aumentare la percentuale di vaccinati. Ackermann rivela poi che la crisi non lo ha lasciato indenne. «Spesso rimanevo sveglio di notte e avevo difficoltà ad addormentarmi», ha detto. Ammette persino che la task force, lo scorso inverno, non sapeva come ridurre i casi ed evitare di sovraccaricare il sistema sanitario.

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