Affitti dimezzati, costo della vita inferiore, motivazioni affettive e, soprattutto, la possibilità di comprare una casa anche per chi, in patria, forse questa opportunità non l’avrebbe. Sono principalmente queste le ragioni che spingono alcuni cittadini, talvolta ancora domiciliati nel nostro cantone, ad andare a vivere oltre confine. Si tratta insomma di una specie anomala di frontalieri «al contrario», non sempre del tutto in regola. Svizzeri che ogni mattina si mettono in macchina – spesso in coda – per venire a lavorare in Ticino, e poi rientrare a casa, oltre confine, la sera. Abbiamo raccolto alcune testimonianze.

Ticino addio, vado a fare il frontaliere in Italia

Stando ai dati dell’Ufficio cantonale di statistica (USTAT), come si vede nel grafico qui sopra, dal 2011 al 2018, i ticinesi che si sono trasferiti ufficialmente in Italia sono passati da 289 a 478. Tra loro c’è Marta, 29 anni, nata e cresciuta nel Mendrisiotto, abbandonato qualche mese fa per spingersi oltre la ramina. «Sono andata a vivere da sola a 26 anni, ma con 3.700 franchi di salario non riuscivo a mettere via nulla. Quel poco che accumulavo ogni 3-4 mesi dovevo utilizzarlo per le spese improvvise. Mi concedevo un’uscita a settimana per un sushi o una pizza con gli amici, ma quando vedevo diminuire il saldo sul conto, l’ansia cresceva. Ora, nonostante la deduzione degli oneri sociali e dell’imposta alla fonte, riesco a far fronte a tutte le spese e vivo serenamente», racconta.

Il pensiero di trasferirsi arriva già sei mesi dopo essere uscita dalla casa dei genitori: «Mi sono resa conto di quanto fosse difficile, così mi sono detta che poteva essere una buona idea spostarmi in Italia non appena fosse scaduto il contratto di locazione». Detto, fatto. «A gennaio ho dato la disdetta e mi sono trasferita in un paese di poco più di 4 mila abitanti tra Porto Ceresio e Arcisate. Mi trovo bene, vado al lavoro a Lugano in treno e posso permettermi un trilocale mansardato da quasi cento metri quadri immerso nel verde». Marta vive in affitto, senza però escludere l’ipotesi di acquistare una casa tra qualche anno. Sempre in Italia. «Rifarei mille volte questa scelta», ci confessa, «tornerei in Ticino solo se trovassi un compagno per il quale fosse imprescindibile vivere lì».

«Mi trovo bene, lavoro a Lugano, vado in treno e vivo in un trilocale mansardato immerso nel verde»

Chi invece si appresta a varcare il confine dopo mille dubbi e ripensamenti è Angela, 32.enne del Luganese. L’idea, racconta, è partita dal suo compagno: «All’inizio non ne volevo sapere, sono nata e cresciuta qui e preferivo fare sacrifici piuttosto che andarmene. Poi, conoscendo altre persone che hanno fatto la stessa scelta, mi sono resa conto dei vantaggi, soprattutto i risparmi che si riescono ad accumulare». Due le ragioni che hanno spinto la coppia a decidere di spostarsi a breve: «Sogniamo di comprare una casa, ma ci siamo resi conto che in Ticino, per due giovani è un’impresa quasi impossibile. Pur lavorando io all’80%, il mio compagno a tempo pieno, e potendo contare su due stipendi normali, una casa tutta nostra resta un miraggio. In più, avendo una bambina piccola, dobbiamo anche pensare a mettere via qualcosa per il suo futuro», spiega. Un anno fa, a un passo dal trasferimento, Angela ci ha ripensato: «Avevamo anche già parlato con la banca per il mutuo, ma poi mi sono tirata indietro. Abbiamo deciso di prenderci dell’altro tempo e continuare a cercare una casa in Ticino. La situazione però è rimasta immutata e ora, dissipati tutti i dubbi, siamo convinti di fare questo passo». Certa ormai della decisione, Angela teme però il momento in cui dovrà affrontare il datore di lavoro: «Si tratta di una grande azienda in cui c’è un solo frontaliere su un centinaio di dipendenti e mi preoccupa venire discriminata».

Il domicilio in patria, ma solo sulla carta

Il sogno dell’immobile di proprietà è la ragione che ha prevalso anche nella scelta di Silvia, 34.enne momò che, pur vivendo – sulla carta – nella casa di famiglia, un’abitazione l’ha effettivamente comprata a pochi metri dalla frontiera. La differenza con i casi citati finora è proprio questa. Se Marta e Angela hanno deciso di lasciare ufficialmente il Ticino, registrandosi in un nuovo Comune e ricominciando una vita al di là del confine, le altre storie raccontano una realtà diversa. Quella di chi vive effettivamente in Italia ma ha deciso di mantenere il domicilio originario. Per Silvia, un peso rilevante l’ha avuto l’amore: «Il mio compagno è cresciuto nel Comasco e, oltre a vivere già lì, conosce bene la burocrazia e le prassi italiane». La donna ha preferito mantenere, oltre al domicilio, anche cassa malati, assicurazione e immatricolazione dell’auto in Svizzera ed è cosciente di trovarsi in una «zona grigia», anche se, ammette, «a dire il vero, non so esattamente quali rischi corro». «A livello fiscale, la nostra abitazione in Italia è considerata una casa di vacanza. Quindi non è che non pago le tasse, anzi: le pago sia in Ticino che in Lombardia. Mi sento però decisamente svizzera, vado a votare e partecipo alla vita sociale del mio comune di origine. Mantenere questo punto di riferimento per quella che comunque considero casa mia, ossia il Ticino, mi dà sicurezza. Non so però cosa succederà fra 5 o 10 anni. Forse mi sposerò e sposterò tutto qui in Italia, o forse troverò un’occasione di comprare casa in Ticino e venderò questa».

«Mantenere il domicilio qui mi dà sicurezza, vivo in Italia ma resto decisamente svizzera»

Il punto fondamentale per Silvia rimane però questo: avere una casa e non «buttare i soldi in affitto». Del resto, «qui ho anche scoperto che i paesi della provincia italiana sono più vissuti rispetto da noi, ho trovato una qualità di vita e un clima sociale che mi hanno sorpreso in positivo, ma non faccio progetti a lungo termine».

All’apparenza simile anche il caso di Adele. La situazione di partenza e le motivazioni rispecchiano il caso precedente: lei svizzera, lui italiano, si trasferiscono in una casa di proprietà in Italia. Salvo che questa 32.enne, di progetti per il futuro ne sta facendo. Sì perché lei e il compagno hanno una bambina piccola e di programmi ne devono fare per forza. Il tempo, in fondo, vola e in men che non si dica dovranno decidere dove mandare la piccola – partorita in Svizzera, dove la mamma continua ad essere assicurata e ad avere il proprio medico, ginecologo e anche il pediatra – all’asilo: al di qua o al di là della frontiera? «Entrambe le opzioni sono valide», racconta Adele. «In una coppia si fanno compromessi e, anche se a me piace l’idea di far crescere la bimba in un sistema, quello ticinese, che conosco e che mi è più familiare, lo faremo se ci saranno le condizioni giuste». «Non escludiamo quindi, un domani, di comprare una casetta in Ticino, così come non escludiamo a priori di iscrivere la bambina nelle scuole italiane».

Diverso invece il caso di Giovanni e Giulia, una coppia pensionata che, l’abitazione oltre confine, la usava davvero come casa di vacanza. La vita ha però portato entrambi i coniugi a perdere il lavoro nell’arco di pochi mesi e, finiti in disoccupazione, a poco dalla pensione, è sorta qualche difficoltà nel far fronte a tutte le spese. Di queste, l’affitto a Lugano rappresentava una grossa fetta. Ne hanno quindi fatto a meno, trasferendosi in pianta fissa in quella casetta nel verde dove già trascorrevano fine settimana ed estati. Ora che sono andati in pensione pianificano però di «regolarizzarsi».

Una posizione delicata, quella di Silvia, Adele e della coppia formata da Giovanni e Giulia. In una parola: illegale. Questo nonostante non porti un sostanziale vantaggio economico lucrativo e che, in tutti i casi, è provvisoria. Un domani, chissà, il richiamo di casa, del Ticino, potrebbe essere più forte.

Da sapere

Casi difficili da scovare

Dati ufficiali su quante persone vivono in Italia con il domicilio in Ticino non ce ne sono e il fenomeno non rappresenta una casistica significativa. Viene tuttavia tenuto sotto controllo dai Comuni, che però dipendono dalle segnalazioni di terzi, come i vicini di casa. Nel concreto, dopo una segnalazione, ci si muove monitorando per quanto possibile le abitudini o controllando i consumi (come ad esempio quelli elettrici). Acquisiti gli elementi essenziali, l’interessato viene convocato per chiarimenti e invitato a mettersi in regola. Se nega le evidenze, il Municipio può effettuare una partenza «d’ufficio».

Il sondaggio

Su questo fenomeno sociale vuole fare luce un sondaggio condotto dall’associazione Ticino&Lavoro, che ha raccolto 3.900 risposte. Ne risulta che una persona su tre afferma di valutare un trasferimento oltre confine. Una scelta spesso dolorosa ma dettata da esigenze economiche. «Si tratta – spiega Giovanni Albertini, fondatore dell’associazione – di una tendenza che si è intensificata negli ultimi 3-4 anni». «Gli stipendi non sono adeguati al caro vita e di conseguenza tre quarti dei ticinesi non riescono a mettere via nulla alla fine del mese», sottolinea.

L’esempio di Ginevra

Un cantone dove il numero di coloro che venivano chiamati «svizzeri clandestini» è ben più elevato è Ginevra. Colpa anche della forte penuria di alloggi e degli alti affitti che caratterizzano il capoluogo, i ginevrini che vivevano in Francia senza essere dichiarati, nel 2016, erano all’incirca 30 mila. Altri 64 mila erano invece i confederati regolarmente residenti sulla fascia di confine che circonda il cantone. Considerandosi penalizzati dai mancati introiti fiscali, in questo caso, sono stati i comuni francesi confinanti (o meglio, ospitanti) a denunciare il fenomeno e provvedere a controlli serrati, per esempio, sui conducenti di targhe svizzere che restavano in Francia senza rientrare la notte.

La parola all'esperto

Per un’opinione professionale del fenomeno, ne abbiamo parlato con l’economista e ricercatore Spartaco Greppi, del Centro competenze lavoro, Welfare e società della SUPSI.

Professor Greppi, quello dei trasferimenti in Italia è un fenomeno rilevante, oppure può essere considerato una conseguenza del nostro essere territorio di frontiera?

«Qualsiasi fenomeno osservato statisticamente, ancorché modesto, ha una sua indubbia valenza, perché potrebbe annunciare una tendenza più vasta destinata a consolidarsi. In realtà, il fenomeno non è circoscritto al solo Ticino, ma sembra svilupparsi anche in altre zone – di frontiera appunto – della Svizzera».

«L’onere finanziario per comprare casa in Svizzera può spaventare malgrado i tassi favorevoli»

Quali sono gli aspetti economici e sociali che spingono a fare questa scelta? Ci sono state evoluzioni significative in questo senso che possono aver incoraggiato il fenomeno negli ultimi anni?

«L’aumento del costo della vita in generale e la crescita di alcune voci di spesa obbligatoria in particolare, tendono certamente a incentivare tale scelta, segnatamente fra coloro che sono maggiormente esposti al problema dei bassi salari. Tra i fattori che contribuiscono a determinare la scelta di trasferirsi in Italia, c’è probabilmente anche la legittima aspirazione ad acquistare una casa di proprietà».

Da economista, crede che la difficoltà di comprare una casa in Svizzera sia effettiva (tenendo conto anche dei tassi ipotecari attuali particolarmente bassi), oppure un passo oneroso come questo rappresenta in parte anche una barriera psicologica?

«Occorre innanzitutto ricordare che in Svizzera, a fronte di un debito pubblico basso, il debito privato ipotecario è tra i più alti al mondo. Uno dei motivi è certamente riconducibile ai prezzi immobiliari elevati, oltre che al sistema fiscale che tende a creare incentivi all’indebitamento. Recentemente, tuttavia, si è osservato un rallentamento della crescita del volume ipotecario, malgrado la persistenza di tassi bassi, addirittura sotto zero, che continuano ad alimentare il mercato immobiliare e quello ipotecario. La richiesta di maggiori fondi propri volti a finanziare l’acquisto della casa e la richiesta di ammortizzare più rapidamente i crediti ipotecari ottenuti, sono presumibilmente tra le ragioni di questa riduzione. Questi vincoli finanziari, insieme ai costi di costruzione e quindi di acquisto della casa, contribuiscono verosimilmente a rafforzare quella barriera psicologica che si alza davanti a chi desidera legittimamente una casa di proprietà, ma al contempo teme di fare un passo non commisurato alle proprie capacità economiche».

Quali sono gli svantaggi per chi sceglie di vivere oltre confine mantenendo il domicilio in Svizzera?

«Fermo restando che esistono anche svantaggi collettivi, pensando ad esempio a quelli riconducibili al maggiore carico per l’ambiente indotto dall’aumento del pendolarismo, gli svantaggi individuali sono molteplici. Legati in particolare all’acuirsi di ansia e insoddisfazione, anche nel caso di persone ben pagate, ai costi di trasporto e al tempo perso durante gli spostamenti, con ciò che ne deriva in termini di logorio fisico e mentale e di aumento dei costi della salute. In tutto questo, non sono da trascurare gli svantaggi di natura amministrativa e i costi che ricadono su coloro che si muovono in due sistemi normativi e politici diversi».

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