Uguaglianza di genere, una questione di diritto

I 25 anni dell’USI

Un’equa rappresentanza femminile nel mondo del lavoro e della politica è fondamentale per un Paese che mira a un progresso socio-economico duraturo – Ma l’obiettivo purtroppo è ancora lontano

Uguaglianza di genere, una questione di diritto
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Fra i primi obiettivi di sviluppo sostenibile dell’ONU troviamo l’uguaglianza di genere e l’autodeterminazione delle donne. In effetti, un’equa rappresentanza delle donne nel mondo del lavoro e in politica è un elemento fondamentale per un Paese che aspira a uno sviluppo socio-economico dinamico e duraturo. Il raggiungimento del quinto SDG è tuttavia ancora lontano. Anzi, secondo il WEF e il suo Global Gender Gap index pubblicato a marzo, il tempo necessario per colmare il divario di genere su scala globale è passato da 99,5 a 135,6 anni – più di una generazione, quindi. La buona notizia è che nel confronto internazionale la Svizzera si situa ora fra le migliori 10 nazioni, su 156 recensite, ma tale risultato è da ricondurre soprattutto alla maggiore presenza femminile in politica, specie a livello federale, nel Parlamento (42%) e nel Governo (3 donne) – ma nel mondo imprenditoriale c’è ancora molto da fare. La professoressa Federica De Rossa, direttrice dell’Istituto di diritto dell’USI, ci fornisce alcuni elementi per capire la questione, tutt’altro che semplice.

Recuperare il tempo perso

Nel 1971 la Svizzera ha finalmente riconosciuto alle donne il diritto di voto e di eleggibilità a livello federale. «Il colpevole ritardo nel sancire il suffragio femminile nella Confederazione costituisce probabilmente uno dei principali fattori che hanno determinato la lentezza con la quale ci avviciniamo alla parità effettiva», afferma De Rossa, che osserva inoltre come la cultura della diversità e il coinvolgimento delle donne nella sfera pubblica sia molto giovane in Svizzera e fatichi a radicarsi nelle nostre istituzioni pubbliche e private. «Per troppi anni le donne sono state assenti dalla politica e dall’economia, e quindi tutti i consessi decisionali (organi legislativi, esecutivi, giudiziari, vertici aziendali, partitici, ecc.) che concorrono a segnare l’impronta della nostra società sono privi delle loro competenze ed esperienze, come pure del loro sguardo sulla società. Occorre quindi ora premere sull’acceleratore per recuperare il tempo perduto».

Il quadro legale insufficiente

La Svizzera dispone di una disposizione costituzionale, l’art. 8 cpv. 3, che garantisce «l’uguaglianza, di diritto e di fatto, in particolare per quanto concerne la famiglia, l’istruzione e il lavoro» e precisa che «uomo e donna hanno diritto a un salario uguale per un lavoro di uguale valore». Nel 1995 è stata varata anche una Legge federale sulla parità dei sessi, recentemente revisionata. «La disposizione costituzionale garantisce la parità effettiva, ciò che rende possibili misure positive destinate a raggiungerla, ad esempio avvantaggiando le donne nelle professioni o nei consessi in cui sono ancora sottorappresentate», spiega De Rossa, «ma il punto è che in questo contesto il legislatore gode di un ampio margine di manovra, che usa però troppo timidamente. La Legge sulla parità, ad esempio, è limitata alla sfera professionale ed è ancora troppo poco applicata nei tribunali; per di più non contempla l’obbligo di reintegrare una donna licenziata abusivamente ai sensi della legge e limita l’obbligo di effettuare l’analisi della parità salariale alle aziende più grandi».

Un approccio morbido

A oggi in Svizzera la presenza di donne nei CdA delle maggiori società è solo il 24%, il 13% nelle Direzioni. Il 42% delle imprese in generale non ha ancora alcuna donna in questi consessi.Diversi Paesi hanno introdotto quote di genere vincolanti negli organi dirigenti delle società che, seppur controverse, stanno producendo gli effetti desiderati. Anche il legislatore svizzero ha fissato delle soglie – 30% di donne nei CdA, 20% nelle Direzioni – da raggiungere nei prossimi 5, rispettivamente 10 anni: «Voluto per lanciare un segnale chiaro all’economia, questo meccanismo, decisamente più morbido ed applicabile solo a un numero ridotto di grandi società quotate in Borsa, lascia in realtà trapelare più la paura di scomodare eccessivamente le società interessate che la volontà di assicurare una effettiva parità di genere ai vertici dell’economia», spiega l’esperta dell’USI. «In effetti, le società che non raggiungeranno le soglie potranno limitarsi a spiegarne le ragioni indicando i provvedimenti che intendono adottare per porvi rimedio».

Il ruolo dello Stato

Quindi, se l’autoregolamentazione non dà i frutti sperati, è lo Stato che deve intervenire? «In tema di parità l’intervento dello Stato resta più che mai attuale, visto come il progresso ‘‘spontaneo’’ sia troppo lento. Tuttavia, accanto a misure stringenti quali le quote, strumenti più soft sono possibili, ad esempio incentivando l’uso di certificazioni e premiando il rispetto di elevati standard in materia di parità di genere e di valorizzazione della diversità e dell’inclusione nel contesto della concessione di sussidi ai privati e dell’aggiudicazione di commesse pubbliche. D’altro lato, gli enti pubblici e parastatali sono chiamati a dare il buon esempio all’economia privata, segnatamente allestendo bilanci di genere, promuovendo misure efficaci per la conciliabilità vita-lavoro, nonché assicurando una composizione paritaria di tutti i consessi, l’uso del linguaggio inclusivo e una sensibilizzazione ai pregiudizi inconsci».

L'importanza degli incentivi e delle nostre parole

Nonostante i progressi in atto, la partecipazione delle donne alla vita politica resta ancora scarsa. Non è solo una questione di interesse delle cittadine, ma anche di incentivi per gli elettori. In Italia, nel 2013 è stato introdotto nei comuni con più di 5 mila abitanti un sistema innovativo: la doppia preferenza vincolata al genere. «Il sistema offre la possibilità di esprimere due preferenze invece che una per le elezioni dei consiglieri comunali, a condizione che la scelta ricada su due candidati di genere diverso», spiega Giulia Savio, dottorata in Scienze economiche all’USI e ricercatrice Axa in Economia di genere presso Università Bocconi.

«Il vantaggio della misura sta soprattutto nella libertà concessa agli elettori che possono esprimere la propria preferenza a favore anche della diversità di genere. La misura della doppia preferenza vincolata al genere funziona, dato che dalla sua introduzione l’incremento complessivo delle donne elette nei comuni italiani è stato del 18 per cento».

L’importanza del dibattito

Lo sappiamo: le parole evolvono nel tempo e riflettono la realtà che viviamo, ma possono anche cambiare la realtà sociale. Nel caso della parità di genere, un uso attento del lessico può contribuire al processo di riflessione sui cambiamenti in atto. «Dal profilo grammaticale non esistono professioni esclusivamente maschili o femminili, e l’uso dell’uno o l’altro genere per definirle ha ragioni più che altro storiche», spiega Sara Greco, professoressa straordinaria di Argomentazione e vice-decana della Facoltà di comunicazione, cultura e società dell’USI.

«Il fatto di usare al femminile termini finora declinati unicamente al maschile contribuisce in modo importante al raggiungimento effettivo della parità di genere aprendo un dibattito su di essa. Diremo quindi ‘‘avvocata’’ o ‘‘architetta’’ – perché, di fatto, le professioni stesse esistono. Dovremo anche imparare a gestire la complessità dei testi, usando per esempio nomi collettivi, come magistratura anziché magistrato/a».

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