HIV

«Un agire che lascia senza parole»

Condannato a 3 anni e 6 mesi un 54.enne italiano per spaccio d’eroina e per aver avuto rapporti non protetti con l’amante, tacendole di essere sieropositivo - «Isolato in carcere, ma non sono un pericolo per nessuno»

«Un agire che lascia senza parole»
(foto archivio CdT)

«Un agire che lascia senza parole»

(foto archivio CdT)

LUGANO - È stato condannato a 3 anni e 6 mesi di carcere (come richiesto dalla procuratrice pubblica Pamela Pedretti) il 54.enne italiano residente nel Luganese a processo oggi alle Assise criminali di Lugano per spaccio di eroina e marijuana e per aver sottaciuto alla sua amante di aver contratto il virus dell’HIV, avendo nel frattempo con lei una decina di rapporti sessuali non protetti. L’uomo riconosceva sostanzialmente i fatti e il suo legale, l’avvocato Luisa Polli, aveva chiesto una pena di tre anni in gran parte sospesa condizionalmente, in modo che l’uomo potesse presto lasciare la prigione (si trova in carcerazione preventiva da sei mesi). La Corte era presieduta dal giudice Amos Pagnamenta (giudici a latere Renata Loss Campana e Luca Zorzi). L’imputato sarà anche espulso dalla Svizzera per cinque anni.

Per quanto concerne la droga, il 54.enne - che risiede in Ticino da quando aveva quattro anni, è un ex tossicodipendente, e ha precedenti per spaccio in Ticino (una condanna a 14 mesi nel 2009, con 5 anni d’espulsione) - ha affermato di aver venduto 577 grammi d’eroina, 63 grammi di marijuana e 28 grammi di hashish sull’arco di due anni fra il 2016 e il 2018 per finanziare e a far partire un’attività di street food (in particolare per comprare il furgone) che ha poi intrapreso per qualche mese sino all’arresto. Aveva inoltre acquistato altri 150 grammi di eroina, ma invece della droga ha poi scoperto di essersi trovato in mano un miscuglio di paracetamolo e caffeina.

Per quanto concerne le accuse di ripetute tentate lesioni gravi e ripetuta tentata propagazione di malattie dell’uomo, l’imputato ha invece affermato di non sapere esattamente come ha contratto il virus dell’HIV oltre un anno fa, dopo che la sua compagna aveva scoperto di essere sieropositiva a sua volta, ma di aver tempestivamente informato l’amante con cui nel frattempo stava avendo rapporti non protetti, che sono continuati anche dopo la rivelazione. Amante che fortunatamente non ha contratto l’infezione.

Di diverso parere l’accusa, secondo cui l’uomo ha sottaciuto all’amante la malattia per cinque mesi, durante i quali sarebbero avvenuti una decina di rapporti non protetti. Decisivo in questo senso un messaggio dell’amante agli atti, che avrebbe appreso solo dopo diverso tempo della malattia dell’uomo dalla sua compagna: «In questi mesi mi hai preso in giro e usato. Sapevi di essere malato ma te ne sei fregato di me e della mia salute». Concetto ripreso anche da Pedretti nella sua arringa, anche per quanto riguarda lo spaccio: «L’imputato della vita altrui se n’è sempre fregato. Da ex consumatore sapeva dei danni della salute causati dall’uso di eroina, ma ha comunque deciso di tornare a spacciare per soldi. E la donna doveva poter liberamente scegliere se continuare ad avere rapporti con lui, ma questa libertà l’imputato non gliel’ha data, sottacendole di essere malato».

La difesa per contro ha chiesto alla Corte di considerare il contesto per le tentate lesioni gravi, sottolineando che i rapporti sono continuati anche dopo che l’amante (che non ha sporto denuncia) era stata resa edotta della malattia, mentre si è opposta all’accusa di tentata propagazione di malattie, non emergendo nell’atto d’accusa alcunché sull’elemento soggettivo. «Non è un santo, ma nemmeno un pericoloso criminale», ha detto Polli.

Pagnamenta nel leggere la sentenza ha accolto la richiesta di pena dell’accusa, ma anche gli appunti sollevati dalla difesa. L’uomo è stato infatti prosciolto dal reato di propagazione di malattie, non avendo agito con «animo abietto» (un termine tecnico giuridico). In altre parole a mente della Corte non ha agito come ha agito perché mosso ad esempio da cattiveria o da volontà di vendetta nei confronti dell’amante. La Corte gli ha imputato nove rapporti non protetti con la donna mentre lei era all’oscuro della sua malattia, ritenendo la testimonianza della donna più credibile. La colpa dell’imputato è stata ritenuta grave, soprattutto a livello soggettivo: «Preoccupa la sua facilità a delinquere. Ha spacciato per puro fine di lucro, pur sapendo, da ex tossicodipendente, gli effetti devastanti dell’eroina su chi la consuma. E pure conosceva le sofferenze fisiche e soprattutto psicologiche che la sieropositività implica, così come i pregiudizi che deve affrontare chi soffre di questa malattia. Lascia senza parole che abbia deciso di esporre a questi rischi una madre di due bambini».

«Serve più informazioni in carcere»

In aula in mattinata l’imputato ha avuto un cedimento verso la fine della fase dell’interrogatorio, quando ha voluto spiegare come sia drasticamente cambiata la sua esperienza in carcere nell’ultimo mese, cioè da quando la sua vicenda è stata anticipata dalla RSI e poi ripresa da diversi organi di stampa (tra cui questo giornale): «Da allora sono stato isolato in carcere - ha detto con voce progressivamente più rotta l’uomo. - Non posso più andare in palestra, non posso più giocare a calcio, non posso più toccare nulla. Ma io non ho l’AIDS, ho il virus dell’HIV e lo sto curando. Non sono pericoloso per nessuno, grazie ai farmaci sono sieronegativo. È una continua umiliazione, ci vuole informazione in carcere». Il comportamento a cui l’uomo fa riferimento è quello tenuto da chi è detenuto con lui, tanto che - ha affermato - alcuni carcerati avrebbero organizzati una raccolta firme per chiederne l’allontanamento dalla sezione. Questo tema è stato evocato anche dal suo patrocinatore per chiederne l’immediata scarcerazione: «La condanna dev’essere severa, ma giusta. Il mio assistito sta affrontando una carcerazione dura e sofferta a causa dei condetenuti, e sta affrontando ignoranza e discriminazione».

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