«A Neuchâtel venni accolto come un figlio»

Ha segnato 115 reti in 279 partite dell’allora Lega Nazionale A. Le sue tappe: Chiasso, Neuchâtel, Losanna, San Gallo, Zurigo, Bellinzona, Wettingen e poi ancora Bellinzona. Walter Pellegrini ha cavalcato i favolosi anni Ottanta a suon di gol. Assomigliava alle fuoriserie di «Miami Vice», inarrivabili per i comuni mortali. Oggi Walter ha 59 anni ed è il responsabile della formazione in seno al Lugano. Lo abbiamo intervistato in vista della sfida fra bianconeri e Xamax.
Cominciamo la camminata lungo il viale dei ricordi con un numero: 115. I suoi gol. Che significato hanno per lei?
«Ho segnato molto rispetto alle partite giocate e in rapporto al mio ruolo. Io ero una mezza punta, non un centravanti. E poi erano tutte reti in Lega Nazionale A. Ho quasi sempre militato nella massima categoria. Diciamo pure che il mio è un bel bottino. Sono orgoglioso».
Secondo la leggenda, lei a casa sua ha una videocassetta contenente tutte le reti segnate in carriera. La ritira fuori ogni tanto?
«È una VHS che mi fece un amico a fine carriera. Si prese la briga di registrare e mettere assieme tutti i miei gol. Pensate che all’epoca non avevo nemmeno un videoregistratore. Ora quelle reti sono in formato digitale. Ogni tanto, ammetto, faccio un tuffo nei ricordi. Ma è meglio non pensare troppo al passato. Perché poi farei tenerezza».
La sua specialità?
«Segnavo parecchio di testa, arrivando da dietro. Era un po’ il mio atout. Se fai la mezza punta, come dico spesso oggi ai ragazzi che alleno, devi inserirti e fare male».
Lo Xamax fu la sua prima esperienza lontano dal Ticino. Dal 1980 al 1982. Come si concretizzò il trasferimento?
«Venivo da due stagioni intere a Chiasso. In rossoblù ero titolare già a 19 anni. Mi sembrava il massimo. E in squadra con me c’erano giocatori come José Altafini, Michaelsen e ancora Prosperi in porta. Fu Otto Luttrop a gettarmi nella mischia. Il Neuchâtel Xamax mi notò e io presi la strada per la Maladière. In quegli anni il Ticino offriva relativamente poca A e allora tanti di noi andarono via. Penso ai vari Sulser, Elia e Zappa».
Con i rossoneri disputò due stagioni con tanto di Coppa UEFA. Quali sono i suoi ricordi più belli?
«Il primo anno c’era Jean-Marc Guillou in panchina. Faceva sia l’allenatore sia il calciatore. Poi cominciò il lungo regno di Gilbert Gress. Giocai con Laurent Favre, oggi fra i migliori tecnici al mondo. Fra i ricordi più vividi c’è indubbiamente la UEFA 1981-82. Riuscimmo ad arrivare ai quarti, eliminati poi dall’Amburgo che era fortissimo. Per me furono degli anni calcisticamente meravigliosi».
Detto dello Xamax, che giudizio dà alla sua carriera?
«Ho giocato in tutte le regioni linguistiche del Paese. Divertendomi e, appunto, segnando tanto. Ricordo ad esempio che a Losanna feci il vice-capocannoniere con 21 gol in 25 partite. Soltanto Cina del Sion segnò di più. Ho vestito la maglia dello Zurigo, segnato all’Inter in Coppa UEFA con il San Gallo, vissuto la favola del Wettingen. Ho chiuso a Bellinzona, nel 1990, in una squadra che oggettivamente non era proprio fortissima».
Possibile che la Nazionale non si sia mai fatta avanti?
«Il mio rimpianto è legato proprio alla Svizzera. Non sono mai stato convocato nella selezione maggiore e ancora oggi non so dire perché. Prendiamo gli anni di Neuchâtel: ero titolare, facevo bene ma puntualmente chiamavano tutti i miei compagni e non me. Engel, Favre, Lüthi. Io, beh, le soddisfazioni a livello internazionale dovevo cercarmele in Coppa UEFA. Onestamente, mi sarei meritato una telefonata».
Torniamo alle cose belle. Ha condiviso lo spogliatoio con tanti campioni: chi la impressionò di più?
«Cito Altafini a Chiasso, una vera star. E cito Otto Luttrop, che stava passando dal campo alla panchina. Si vedeva già dal tocco di palla che era un fenomeno. Poi Guillou dello Xamax: aveva una tecnica superiore e non a caso giocò parecchie partite con la nazionale francese».
Lei che tipo era nello spogliatoio?
«Ero di compagnia, ma allo stesso tempo badavo al mio. Rischiando magari di passare per egoista. Diciamo che non mi piacevano le rotture di scatole. Tipo quei compagni di squadra che volevano sempre spiegarti tutto. Io ascoltavo soltanto l’allenatore, anche se con alcuni di loro mi scontrai».
Qual è invece il gol che vorrebbe poter segnare all’infinito?
«Quelli firmati in Europa. Per una realtà come Neuchâtel l’UEFA era un evento. La Maladière era strapiena, al punto che venivano montate delle tribune extra. Erano partite importanti e io le giocavo sempre bene. Ah, quello stadio. Avere il pubblico così vicino al campo era una cosa eccezionale. A Cornaredo oppure a Losanna non è lo stesso: c’è di mezzo la pista d’atletica. Alla Pontaise facevamo anche 15.000 spettatori per una sfida di cartello, ma l’atmosfera era più fredda. Il mio augurio è che il Lugano un giorno possa avere il nuovo impianto. Fatto e concepito per il calcio».
È solo nostalgia degli anni Ottanta o il campionato ai suoi tempi era davvero più bello?
«Le due cose, direi. Negli ultimi anni c’è stata l’egemonia del Basilea mentre ora è iniziata la dinastia dello Young Boys. Ma il campionato così è noioso. Quando giocavo io c’era più alternanza in vetta. Grasshopper, Zurigo, le romande. Erano in tanti che ambivano al titolo».
Di nuovo Xamax: lo scorso luglio si è spento Gilbert Facchinetti, presidente e figura storica dei rossoneri. Cosa ha rappresentato per lei?
«Quasi un papà. I miei primi mesi allo Xamax li passai a casa sua. Lui era fatto così, si faceva in quattro per i giocatori. Li considerava dei figli. L’estate scorsa ho accolto con profonda tristezza la notizia della sua scomparsa. Per il Neuchâtel è stato un personaggio fondamentale. Lui viveva per il club, al punto che prima di ogni partita l’intera squadra mangiava in una sala della sua villa. Era un generoso per natura, faceva anche troppo».
Che effetto le fa rivedere il Neuchâtel in Super League?
«È bellissimo, dopo tutto quello che era successo non era evidente. È una piazza che merita la A e che ricorda con affetto le vecchie glorie: io venni invitato per l’inaugurazione del nuovo stadio».
Veniamo al Lugano: che idea si è fatto dei bianconeri?
«Giocano bene, ma ultimamente hanno raccolto poco. Questione di dettagli. La squadra c’è e la classifica per adesso è positiva. Ma bisognerà lottare. È fondamentale fare punti con Xamax e Sion».
E com’è lavorare con i ragazzi del settore giovanile del Lugano?
«Ho ricevuto tantissimo dal calcio. Una volta appese le scarpe al chiodo mi sono detto: devo ridare indietro qualcosa. È una soddisfazione immensa lavorare con i ragazzi. A Lugano mi occupo della Under 15, della Under 17 e della Under 19. In più faccio da trait d’union con la Under 21. Si tratta di un lavoro ma anche di un hobby. Se posso stare su un campo per me è il massimo. Ringrazio il Lugano per la possibilità».
Già che ci siamo, si risolverà oppure no la questione Team Ticino?
«Lo spero vivamente, perché parliamo di ragazzi. Ho lavorato nel Team Ticino e mi sono trovato bene, ma ora faccio parte del Lugano e condivido le posizioni bianconere. Il Team è un’espressione dei club che lo formano e sostengono: non credo debba essere indipendente. Al contrario, trovo corretto il discorso del Lugano che punta ad avere un comitato più rappresentativo a Tenero».
