L'intervista

L’Europa potrà ricostituirsi solo come entità neutrale, sul modello della Svizzera

In conversazione con Hauke Ritz sui problemi dell'Unione europea, la guerra in Ucraina, l'atlantismo e la russofobia
Tommy Cappellini
Tommy Cappellini
21.02.2026 19:30

Hauke Ritz è uno studioso tedesco di geopolitica. Ha insegnato nelle Università di Gießen, Mosca e Belgorod. È co-direttore di European Democracy Lab, un think tank che vuole «rispondere alla crisi che l’Europa e l’UE stanno attraversando». L’edizione italiana del suo libro più famoso, appena pubblicata, si intitola Perché l’Occidente odia la Russia ma è meglio tener presente che il titolo originale è Dal declino dell’Occidente alla reinvenzione dell’Europa. In altre parole, il baricentro del suo saggio non è il Cremlino ma l’Europa.

Professore, chi è davvero in declino, l’Europa o gli Stati Uniti?
«L’intenso attivismo statunitense degli ultimi mesi, dalla politica doganale al rapimento del presidente venezuelano fino alla disputa sulla Groenlandia, ha rafforzato tra molti politici europei l’ammirazione per gli Stati Uniti, considerati capaci di agire e di reinventarsi, mentre l’Europa sarebbe priva di tali qualità e dunque costretta a comportarsi come un supplicante nei confronti di Washington. Ma talvolta apparenza e realtà si contraddicono. Il grande evento del nostro tempo non è la caduta dell’Europa - già avvenuta oltre 80 anni fa - ma il declino dell’impero americano».

Con quali ripercussioni?
«Anche qualora questo declino avvenisse per fasi, la continua perdita di potere degli Stati Uniti e, con essi, dell’intero mondo anglofono, avrà conseguenze che toccheranno ogni aspetto della civiltà moderna. Si pensi alla nostra attuale concezione del rapporto tra individuo e società: in un mondo post-americano questo rapporto dovrà essere ripensato e ridefinito. Oppure si pensi alla nostra interpretazione della storia, sviluppata nel secondo Dopoguerra: in un mondo post-americano emergeranno innumerevoli interrogativi e molti aspetti della storia recente dovranno essere riconsiderati e riesaminati. Anche l’orientamento e l’auto-percezione delle scienze contemporanee ne saranno influenzati».

Che ne sarà delle «infrastrutture» politiche?
«Il fatto che né la NATO né l’UE siano probabilmente destinate a sopravvivere è solo la superficie del cambiamento reale. Il collasso della sfera d’influenza USA porterà a una trasformazione profonda della nostra identità. Questo perché il modo in cui oggi vediamo il mondo e noi stessi è stato plasmato dagli Stati Uniti per almeno 80 anni. Poiché questa influenza è in gran parte inconscia, non siamo in grado di riconoscere ciò che ci attende. Sebbene l’Europa non sia affatto preparata a questo cambiamento, pur essendone colpita, esso offre comunque opportunità che potrebbero inaugurare una nuova fase di sviluppo europeo».

Chi determina oggi la linea geopolitica europea, Bruxelles, Washington o Londra?
«La risposta breve è: chi riesce a influenzare l’evoluzione della visione del mondo. Il significato di ciò diventa chiaro quando si comprende che nel XXI secolo il potere si fonda solo in misura limitata sulla forza militare diretta. Certo, quest'ultima continua a svolgere un ruolo. Ma nessuna potenza militare, per quanto grande, potrebbe controllare il mondo senza esercitare anche una forma di potere psicologico. Le potenze che hanno fatto affidamento esclusivamente sulla forza diretta, come il Terzo Reich, sono crollate rapidamente,  quelle che invece, come l’Impero romano, sono riuscite a proporsi come rappresentanti di una cultura globale, hanno avuto una lunga durata».

Come gli Stati Uniti, negli ultimi decenni di mondo unipolare?
«Negli anni Quaranta e Cinquanta gli USA disponevano di analisti estremamente competenti, come George Kennan, in grado di comprendere queste forme di potere indiretto e di lungo periodo. Di conseguenza, a partire dagli anni Cinquanta, gli Stati Uniti hanno progressivamente esercitato un’influenza sempre maggiore sullo sviluppo delle tendenze culturali e sociali di lungo periodo. Andrebbe oltre i limiti di questa intervista entrare nel dettaglio di tutte le singole misure adottate. Il punto centrale, tuttavia, è che in questo modo essi sono riusciti ad adattare gradualmente l’Europa occidentale allo stile di vita americano, senza che ciò risultasse direttamente percepibile dalla maggior parte delle persone. Americanizzando così l’Europa di generazione in generazione».

Ma come ci sono riusciti?
«Tra il XVIII e il XX secolo la cultura europea aveva acquisito un’influenza globale ed era diventata una vera e propria cultura mondiale durante l’epoca della modernità europea. L’influenza americana sull’Europa del Dopoguerra ha sfruttato queste caratteristiche della cultura europea, dando vita a una nuova cultura internazionale in cui conquiste europee come scienza, arte e filosofia sono state reinterpretate alla luce degli interessi americani e dello stile di vita statunitense. Sebbene questi processi si siano svolti in modo molto indiretto, gli Stati Uniti hanno creato nel corso dei decenni istituzioni che hanno influenzato consapevolmente la traiettoria dello sviluppo culturale globale».

La guerra in Ucraina era evitabile?
«L’errore centrale dell’UE è stato non comprendere che l’Europa è una civiltà distinta dagli Stati Uniti. Se questa consapevolezza fosse stata presente tra i principali leader europei, oggi l’Europa si troverebbe in una situazione completamente diversa. La mancanza di tale comprensione affonda le sue radici, tra l’altro, nel concetto di ‘Occidente’. Non so come sia in italiano, ma la disinvoltura con cui oggi in tedesco si usano espressioni come ‘l’Occidente’, ‘la civiltà occidentale’, ‘i valori occidentali’ è indice di una perdita generale di identità. L’Occidente esiste solo da 80 anni. Il suo concetto descrive un’entità geopolitica con gli Stati Uniti al centro. In questo senso differisce leggermente dal termine 'Occidente', oppure, in tedesco, 'Abendland', che si riferisce soprattutto all’Europa. Il concetto descrive un’entità geopolitica con gli Stati Uniti al centro. Ovunque le truppe americane siano sbarcate dopo la Seconda guerra mondiale, come in Corea del Sud, Giappone e Taiwan, quello oggi è l’Occidente. E i luoghi in cui ciò non è avvenuto, come la Germania Est e la Corea del Nord, non facevano o non fanno parte dell’Occidente».

Il quale però, dopo il 1989, si è espanso ancor di più.
«Sì, l’ulteriore espansione del cosiddetto Occidente dopo il 1989 ha seguito un principio simile, con l’allargamento della NATO che ha sostituito l’avanzata militare diretta. L’Occidente di oggi è dunque il prodotto accidentale di linee del fronte e comprende regioni del mondo molto diverse tra loro come il Nord America, il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan, l’Australia, la Nuova Zelanda, Israele e gran parte dell’Europa. Nonostante queste enormi differenze interne, negli ultimi decenni i politici europei hanno dichiarato con orgoglio di appartenere al cosiddetto ‘Occidente’. Forse è stato il trauma di due Guerre mondiali a portare gradualmente l’identità occidentale a sostituire quella europea».

E da qui, forse, anche qualche scintilla con Kiev.
«Se l’Europa di oggi si percepisce come Occidente, allora deve necessariamente esistere un confine rigido a est. Il concetto stesso di Occidente include programmaticamente il conflitto con l’Oriente. L’errore decisivo dell’UE è stato identificarsi con gli Stati Uniti e vedersi come parte dell’Occidente. Ribadisco, se fosse esistita una consapevolezza delle fondamentali differenze di civiltà tra Europa e Stati Uniti, la guerra in Ucraina non sarebbe stata possibile. Questa visione unilaterale di sé, tuttavia, ha radici lontane ed era già ben consolidata negli anni Novanta. In questo contesto, l’orrore della guerra in Ucraina, l’impoverimento dell’UE e l’umiliazione subita dall’amministrazione Trump sono forse una ferita inevitabile, attraverso la quale l’Europa dell’UE dovrà gradualmente comprendere di non essere Occidente e nemmeno partner degli Stati Uniti».

Per quali ragioni il premier britannico Boris Johnson si recò a Kiev poco dopo l’inizio della guerra?
«Per rispondere a questa domanda devo innanzitutto affrontare il tema di come la guerra è scoppiata. Tecnicamente parlando, è stata la Russia ad avviare la nuova fase del conflitto attraversando il confine ucraino il 24 febbraio 2022. Tuttavia, a quel punto la guerra durava già da otto anni ed era stata avviata dall’espansione della NATO e da un’operazione statunitense di cambio di regime il 22 febbraio 2014. Nel complesso, la mia opinione è che questa guerra è stata pianificata e preparata dagli Stati Uniti e dal Regno Unito. Mi permetta ora un esempio tratto da un altro secolo».

Certamente.
«La guerra del 1870–71 tra la Francia e la Confederazione tedesca del Nord fu, tecnicamente, una guerra iniziata dalla Francia, nella misura in cui l’esercito francese si trovava nella posizione di aggressore. Tuttavia, fu in realtà la Prussia di Bismarck ad aver pianificato e infine provocato con successo quel conflitto, attraverso la manipolazione del celebre dispaccio di Ems. Oggi la maggior parte degli storici attribuirebbe la responsabilità della guerra all’Impero tedesco. La situazione è analoga nel caso della guerra in Ucraina, dove la Russia è stata provocata in modo così profondo dagli Stati Uniti che gli storici del futuro probabilmente giudicheranno questo conflitto in maniera simile alla guerra franco-tedesca del 1870-71. Almeno questa è la mia opinione. Nel suo celebre libro del 1997, The Grand Chessboard, Zbigniew Brzezinski, la mente più influente della politica estera USA durante la Guerra fredda, parlava già della necessità di integrare l’Ucraina nella sfera d’influenza occidentale tra il 2005 e il 2015. Allo stesso tempo, proponeva la destabilizzazione e la divisione della Russia».

Tornando a Boris Johnson...
«La missione di Johnson fu una risposta all’imminente firma, da parte dell’Ucraina, di un trattato di pace con Mosca che avrebbe posto fine alla guerra affrontando le principali richieste della Federazione russa. Dal punto di vista britannico e americano, ciò doveva essere impedito, poiché gran parte della pianificazione geopolitica statunitense è possibile solo se la Russia viene indebolita a tal punto da non poter costruire autonomamente alleanze. L’accerchiamento previsto della Cina, il cambio di regime pianificato in Iran, l’intimidazione dell’India - tutto ciò richiedeva che la Russia perdesse prima la propria sovranità geopolitica. E per ottenere questo risultato, la Russia doveva essere coinvolta più intensamente nella guerra in Ucraina. L’accordo di pace previsto minacciava di interrompere questi piani».

Hanno sbagliato i calcoli sull’Ucraina?
«All’epoca, Johnson e Biden credevano ancora che fosse possibile sovraccaricare la Russia a tal punto da renderla instabile dal punto di vista economico, sociale e ideologico. Solo ora che è diventato chiaro che questa era una valutazione errata, all’interno della NATO si parla della necessità di porre fine alla guerra. È infatti ormai evidente che questo conflitto sta portando a un sovraccarico degli Stati Uniti e dell’UE piuttosto che alla sconfitta della Russia. Ma al momento della visita di Johnson a Kiev e della promessa di un sostegno illimitato a Zelensky, a Washington credevano ancora nel vantaggio strategico del cosiddetto Occidente. Se fossero effettivamente riusciti a ricondurre la Russia alle condizioni degli anni Novanta e ad acquisire a basso costo le sue riserve di materie prime, le classi dirigenti degli Stati Uniti e dell’Europa avrebbero tratto profitti enormi: la prospettiva di questo bottino li ha letteralmente accecati di fronte ai rischi del conflitto. Come giocatori d’azzardo dipendenti, hanno sperperato la prosperità dell’Europa al tavolo della roulette, nonostante qualsiasi osservatore lucido potesse già vedere chiaramente le conseguenze autodistruttive di questa politica sin dal 2014 e, al più tardi, entro il 2022».

Ma se la Russia fa parte della nostra civiltà, come spiega l’attuale russofobia europea?
«La guerra in Ucraina è una guerra che l’Europa conduce contro se stessa. Quanto più la classe politica europea si è sottomessa agli Stati Uniti, tanto più le giovani generazioni di tedeschi, francesi e italiani hanno iniziato a percepirsi come membri del mondo americano. A causa di questo cambiamento di autocoscienza, la Russia è diventata una sorta di specchio, la cui semplice esistenza è stata percepita come una provocazione. La sovranità della Russia -politica, economica, diplomatica e culturale - ha mostrato alla classe politica europea ciò che essa stessa era diventata: proconsoli dell’impero americano, la cui qualifica principale era l’assenza di responsabilità verso il proprio Paese».

Vi saranno stati pure interessi personali?
«Parecchi personaggi di questa ‘élite’ europea non erano nemmeno vere personalità politiche. Privi di visione e di comprensione storica, essi hanno scelto consapevolmente di soddisfare le richieste americane per favorire le proprie carriere, vendendo di fatto il futuro della civiltà che li aveva resi possibili. La russofobia dell’attuale classe politica in molti Paesi europei fa parte di un tentativo più ampio di nascondere il fatto che ci troviamo di fronte a un fallimento politico di proporzioni indicibili. Alla Russia non viene perdonato di essere un Paese europeo che non condivide un’identità occidentale. Poiché non si è sottomessa agli Stati Uniti, essa è l’incarnazione della cattiva coscienza dell’Europa».

Quanto ha pesato in questo dramma l'ignoranza occidentale del mondo russo?
«La decisione di destabilizzare la Russia risale probabilmente a molti decenni fa. La cosiddetta dottrina Wolfowitz, formulata in una prima bozza della Defense planning guide e che menzionava anche la Russia come potenziale nemico degli Stati Uniti, fu elaborata nel febbraio 1992, poche settimane dopo la dissoluzione dell’Unione sovietica. Il libro di Brzezinski, spesso considerato un vero e proprio manuale di questa aggressione, fu pubblicato nel 1997. Di fatto, con l’espansione della NATO verso est e con la guerra di aggressione della NATO contro la Serbia, era già chiaro quale direzione stessero prendendo gli eventi. Il fatto che la società abbia opposto così poca resistenza a questo sviluppo è dovuto - come lei giustamente osserva - all’ignoranza delle reali caratteristiche della Russia. Tuttavia, questa ignoranza ha anch’essa una storia che risale a ben oltre cento anni fa. Si potrebbe risalire persino alla guerra di Crimea o addirittura al XVI secolo. Nel mio libro, però, mi limito alla storia recente e inizio l’analisi con la Prima guerra mondiale e la Rivoluzione d’Ottobre. Da allora, nella percezione europea la Russia è diventata sempre più estranea ed è stata rappresentata con crescente insistenza come l’altra Europa. Negli anni Venti la paura del socialismo fu il motore principale, durante l’era nazista questo si inserì nel contesto della teoria razziale fascista, successivamente si trasformò nella Guerra fredda, durante la quale l’Unione sovietica fu dipinta come l’antitesi del cosiddetto 'Occidente'. Al più tardi dal discorso di Putin a Monaco, tutto ciò si è trasformato in una russofobia aperta, che attinge a tutte le epoche citate, sovrapponendo i vari cliché sulla Russia in modo tale che il cittadino medio ha pochissime possibilità di dissipare la nebbia e riconoscere i russi come persone normali».

In Germania tutto questo si sente molto?
«Un quarto della società tedesca è composto da cittadini o figli di cittadini della ex DDR: il loro sguardo sulla Russia è diverso da quello di molti tedeschi occidentali. Inoltre, in Germania vivono tra i quattro e i cinque milioni di russo-tedeschi:i loro antenati emigrarono in Russia tra il XVIII e il XIX secolo e i discendenti di questi sono tornati da noi dopo la dissoluzione dell’URSS. Tanti di loro parlano ancora russo in famiglia, seguono i media russi, viaggiano in Russia. Lo stesso vale per gli ebrei che hanno potuto migrare qui dopo la caduta del Muro di Berlino e che hanno anch’essi, per lo più, un background russo. Ci sono poi milioni di tedeschi che nutrono interesse e solidarietà verso la Russia per ragioni come l’Ostpolitik di Willy Brandt o l’amicizia tra la DDR e l’Unione sovietica. E c’è anche una memoria storica più profonda: i legami durati oltre 200 anni tra Russia e Germania, dal primo Seicento alla fine dell’Ottocento. Non è un caso che Caterina la Grande, tedesca, poté diventare zarina e governare la Russia per 34 anni, così come non è un caso che, una generazione dopo, capitali russi abbiano in parte finanziato il classicismo tedesco a Weimar. Questa memoria – non solo dei matrimoni tra zar russi e principesse tedesche, ma anche di un rapporto che somigliava a una sorta di matrimonio tra Stati - è ancora presente».

Tuttavia...
«Sì, in Germania esiste uno strato della società profondamente russofobo. Questo gruppo è molto rumoroso, poiché esercita influenza nella politica, nell’accademia e nei media. Purtroppo, la russofobia è diventata una sorta di acceleratore di carriera in Germania, poiché l’Atlantic Bridge (un’associazione a sostegno dell’atlantismo, ndr) promuove quei tedeschi in posizioni di vertice che eccellono in un razzismo anti-russo dissimulato, mentre i critici di questa linea non ottengono posizioni».

Ci sono però punti di contatto, di sicuro.
«Come molti altri Stati europei, la Russia si è formata attraverso rivoluzioni, anche se la Rivoluzione russa fu socialista e non borghese. Inoltre, la Russia condivide con noi la memoria di due Guerre mondiali, delle quali ha sofferto enormemente. Infine, le arti, la memoria storica e il senso di responsabilità storica sono compresi in Russia in modo simile a quanto avviene nel resto d’Europa. La caratteristica più importante dell’appartenenza della Russia all’Europa è però un’altra: se l’Europa soffre - se, ad esempio, brucia la cattedrale di Notre-Dame - i russi ne restano profondamente colpiti, mentre agli americani il benessere dell’Europa importa meno. Gli americani sono prigionieri del loro mito nazionale, della convinzione dell’eccezionalismo americano e del cosiddetto destino manifesto, nonché della credenza latente di essere una nazione scelta da Dio».

Di fatto, negli ultimi mesi hanno tirato qualche "sberla" poco diplomatica all'UE.
«Questo mito nazionale degli Stati Uniti conduce spesso a situazioni in cui gli americani guardano con sufficienza agli affari europei, vedono l’Europa come un caos politico che merita di essere trattato con durezza, mentre i russi cercano un vero partenariato all’interno dell’Europa. L’intera politica estera russa dopo il 1989 non è stata altro che un tentativo di tornare al risultato del Congresso di Vienna, quando la Russia era considerata una delle potenze rispettate d’Europa, che insieme creavano un equilibrio di relazioni».

La Russia si volgerà sempre più a Oriente?
«Naturalmente, la Russia ha sempre la possibilità di ritornare al proprio spazio geografico e di concepirsi come una potenza eurasiatica. Essa è anche in parte diversa dall’Europa: il suo rapporto con il cristianesimo è stato formato dall’ortodossia, il suo legame con il mondo antico non passa per Roma ma per Bisanzio, e nel XX secolo si è modernizzata sotto la bandiera del socialismo e non della democrazia. Tuttavia, l’espansione russa in Eurasia è stata possibile solo perché la Russia era una potenza europea e, in quanto tale, partecipava alla secolarizzazione del cristianesimo. Grazie alla sua partecipazione allo sviluppo della cultura europea come cultura moderna, la Russia è stata in grado di sviluppare i popoli circostanti dell’Asia centrale e dell’Estremo Oriente, che vivevano ancora in condizioni premoderne, in cui la religione costituiva il quadro di riferimento totale. Senza la sua identità europea, la Russia può offrire a queste regioni solo vantaggi economici o militari, che nel lungo periodo possono essere garantiti anche da Cina e India. Certamente, in termini geopolitici la Russia può concepirsi come potenza eurasiatica, ma in termini culturali insisto nel considerarla ancora parte dell’Europa».

Quando parla di «reinventare l’Europa» intende un’Europa neutrale o una super-potenza?
«Credo che l’Europa possa ricostituirsi solo come entità neutrale, sul modello della Svizzera, ossia come mediatrice di pace e facilitatrice del dialogo. I tempi dell’imperialismo europeo sono finiti da tempo. L’attuale tentativo dei politici europei di sostituire il ruolo americano in Ucraina è un maldestro sforzo di imitare gli Stati Uniti».

Siamo fuori strada, insomma.
«La memoria tragica dell’Europa - interi secoli intessuti di guerre - lascia all’Europa una sola via di sviluppo ragionevole: quella di un’entità indipendente che cerchi di ristabilire i valori dell’umanesimo e dell’illuminismo. La prevenzione della guerra dovrebbe diventare il nucleo dell’identità europea. Poiché l’Europa è una civiltà antica, come la Cina, l’India e l’Iran, essa possiede la possibilità unica di svolgere realmente il ruolo di mediatrice sulla scena mondiale. Non è un caso che la Cina stia costruendo la sua nuova Via della Seta dall’Asia orientale verso l’Europa e non verso gli Stati Uniti». 

In questo articolo: