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Chi sono questi minorenni violenti?

L’escalation di violenza in piazza cui abbiamo assistito negli ultimi giorni, e che non ha l’aria di voler diminuire nei prossimi, ha suscitato il giustificato sdegno di quella popolazione che è stata educata nei valori tradizionali della democrazia
©MOHAMMED BADRA
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21.10.2026 19:00

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L’escalation di violenza in piazza cui abbiamo assistito negli ultimi giorni, e che non ha l’aria di voler diminuire nei prossimi, ha suscitato il giustificato sdegno di quella popolazione che è stata educata nei valori tradizionali della democrazia, ma che non ne può più dell’abuso che di quest’ultima fanno gli pseudodimostranti dimostranti il cui scopo non sono delle legittime rivendicazioni, bensì solo il vandalismo e il caos. È quindi auspicabile che le autorità reagiscano adeguatamente e con il polso di ferro, prima che i cittadini esasperati prendano in mano loro la situazione, con conseguenze da Far West.

In Italia e Francia ci dicono nei telegiornali si tratti di «cittadini di seconda e di terza generazione». Sono quindi figli e nipoti di stranieri che hanno avuto la cittadinanza italiana o francese una o due generazioni fa. Evidentemente non si sono integrati nella cultura del paese che li ha ospitati e ha dato loro una vita decente in una società democratica. Ma chi sono questi figli di stranieri? In maggioranza sono giovani figli di immigrati che si sentono esclusi, non amano le nostre istituzioni e che non hanno alcuna intenzione di integrarsi. Fra loro sono in maggioranza i musulmani, lontani per tradizione famigliare dalla nostra cultura. Ci chiedono di rinunciare nelle mense scolastiche al prosciutto e a Natale al nostro presepio, e noi li assecondiamo. Il carovita e il prezzo dell'energia non hanno nulla a che fare con questo. Mai visto un camionista o un agricoltore che scende in piazza e sfonda la vetrina di un negozio per rubare? Apriamo una piccola parentesi. Ovviamente la Russia gongola, tanto a casa loro li ammazzano quelli che fracassano tutto nelle strade. Non esistono da loro, così come non esistono in Cina. Cina e Russia sono due tirannie dove chi non è d’accordo viene eliminato. Ed è lì il problema: in democrazia se si è deboli, non funziona più niente o quasi, se si assumono atteggiamenti severi si è tacciati di fascismo. Una prima ipotesi sui cambiamenti da adottare è sicuramente quella di essere più severi negli interventi per correggere i comportamenti di chi, giovane o vecchio, straniero o figlio di uno straniero, compie furti e violenze, ma è fuori di dubbio che la nostra attenzione dovrebbe rivolgersi anche di più alla scuola. Chi sostiene da tempo, come nel passato Oriana Fallaci, che siamo vittime di un piano preciso di invasione culturale, al quale seguirà una perdita del potere politico, come è successo in certe città inglesi e americane, combatte inutilmente questo fenomeno da anni. Dobbiamo prendere coscienza del fatto che lentamente ma inesorabilmente la cultura musulmana, e non solo essa, entra nei nostri gangli politici e cambia la nostra vita. È chiaro però che oggi gran parte dei giovani che entrano nelle scuole, figli di immigrati o no, pur essendo tutti nati in Europa, hanno difficoltà ad accettare i valori borghesi e la scuola non è orientata a risolvere questo problema. Inoltre, considerando gli orientamenti politici di sinistra della maggior parte delle scuole europee, i ragazzi sono educati in uno stile lontano da quello degli anni Sessanta. Il ’68 ha dettato regole di tolleranza, lasciando ai ragazzi la libertà di scegliere il loro stile di vita e di rifiutare ogni imposizione di regole severe. A scuola invece si dovrebbero imparare i comportamenti e le informazioni che adotteremo nella vita. Così non è. Difficile quindi che i figli degli immigrati accettino regole a cui sottoporsi per integrarsi; frequentano classi con insegnanti sessantottini e alunni figli di sessantottini. Ecco perché nelle manifestazioni italiane e francesi soventissimo si è sentito parlare l’arabo da figli di arabi mescolati con studenti europei. Vediamo inoltre che a livello politico sovente i partiti di sinistra sono vicini alla politica araba, il che lascia allibiti gli osservatori attenti, in considerazione delle differenze fra le due culture, la nostra pronta a difendere la libertà delle donne e la loro che le sottomette da secoli, la nostra che professa una religione incentrata sull’amore verso il prossimo e la loro che professa la religione coranica per la quale gli infedeli sono da combattere senza tregua. Quindi: nelle scuole europee troppo sovente prevalgono sentimenti sessantottini assieme a sentimenti antieuropei che creano studenti facili alla protesta e alla violenza. Soluzione? Severità e contrasto alla violenza in ogni modo, per evitare il rischio che la gente esasperata cominci a difendersi da sola nel caos sociale. Oggi, il giornalista e scrittore italiano Federico Rampini ha suggerito in televisione che, quando occorre, a scuola gli insegnanti devono «opporsi» alle stravaganze di certi allievi poco rispettosi delle regole insegnate dalla scuola e, sempre oggi, il Consiglio dei Ministri italiano sta ipotizzando di coinvolgere i genitori dei minorenni che si macchiano di crimini contro la proprietà.

Abbiamo parlato dell’Europa; vediamo ora cosa succede in Svizzera, il paese della libertà e della democrazia. L’errore grave sarebbe quello di accettare la presa di potere politico e culturale nella nostra società da parte di culture diverse in nome della nostra tradizione democratica. È stato l’errore dell’Inghilterra, che oggi si trova con molte città importanti capeggiate da un sindaco musulmano, tribunali separati da quelli nazionali e che applicano la Sharia. Non dimentichiamo che, se noi andassimo a vivere in uno dei loro paesi, non avremmo la benché minima possibilità di prendere posizioni importanti nella società e applicare le nostre leggi o costumi. Dovremmo invece rispettare le loro usanze e le loro regole. E qui è giusto di nuovo pensare alla scuola, alla nostra scuola, la fabbrica dei cittadini del futuro. Innanzi tutto, essa deve porsi l’obiettivo di integrare gli stranieri, lasciando loro la loro cultura, ma educandoli a rispettare le nostre regole. Bisogna dissuaderli dall’illusione di poterci imporre i loro modelli e spiegare loro che la protesta non può essere violenta e devastatrice. Il fatto è che bisogna spiegarlo anche ai loro compagni di classe sessantottini, che dal passato hanno avuto l’istigazione a odiare e cambiare la nostra società. In altre parole, l’arrivo di elementi esterni nella nostra società ha peggiorato la tendenza a criticare e contrastare le nostre tradizioni. La nostra società deve prenderne atto e reagire adeguatamente. A partire dalla scuola. Peccato si senta dire che l'educazione civica non sia più adeguatamente insegnata in ore dedicate, così come vuole la legge approvata dal popolo il 24 settembre 2017 col 63,4 %. Formare dei nuovi cittadini consapevoli dei loro diritti e doveri, in accordo con la legge e lo spirito svizzeri, sarebbe un ostacolo al degrado delle nostre istituzioni, costituirebbe nei nostri giovani un motivo di vanto e di fierezza nella difesa dei nostri valori di libertà.