«Clima ed energia», ecco che cosa è successo

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I Verdi inglesi mettono fine alla loro lotta contro il nucleare
Di cosa si tratta? La settimana scorsa sono state presentate a Berna quasi 132’000 firme contro la prevista abrogazione del divieto di costruzione di nuove centrali nucleari in Svizzera. Di conseguenza, il popolo voterà probabilmente il prossimo febbraio sul controprogetto all’iniziativa sul blackout.
Il Partito dei Verdi è in prima linea nell’impegno a favore del referendum contro la possibile costruzione di nuovi reattori nucleari. «Le centrali nucleari sono una tecnologia obsoleta, troppo costosa e molto pericolosa», ha affermato la loro presidente Lisa Mazzone.
Di diverso avviso è il Partito dei Verdi dell’Inghilterra e del Galles, guidato dal suo carismatico presidente Zack Polanski. All’inizio di ottobre, in occasione di un congresso del partito, quest’ultimo ha deciso di abbandonare la sua opposizione di lunga data all’energia nucleare. Il partito ha così eliminato il precedente impegno a rinunciare a questa tecnologia. Con questa decisione, i Verdi dell’Inghilterra e del Galles non si impegnano a sostenere in modo generalizzato le centrali nucleari. In futuro, tuttavia, intendono valutare i progetti nucleari come strumento di lotta contro le emissioni di CO₂ e il riscaldamento globale. Ai deputati eletti del partito viene esplicitamente concessa la libertà di pronunciarsi, caso per caso, a favore della costruzione di nuove centrali nucleari.
Ancora nel 2023, il Partito dei Verdi di Inghilterra e Galles si opponeva con veemenza all’energia nucleare. «L’energia nucleare non ci aiuterà in questa crisi climatica», si affermava all’epoca.
Finora i Verdi finlandesi erano l’unico partito ecologista in Europa a non opporsi più all’energia nucleare. Nel 2022 hanno addirittura deciso di sostenere esplicitamente la costruzione di nuove centrali nucleari. «Dal punto di vista statistico, l’energia nucleare è la forma di energia più sicura», si legge in un documento argomentativo dei Verdi finlandesi.
Commento: la fine della resistenza dei Verdi inglesi e gallesi contro l’energia nucleare è un segnale importante che dimostra come, anche in un partito che per decenni ha combattuto questa tecnologia, possa prevalere il buon senso. Si aspetterà invano, tuttavia, un passo analogo da parte dei Verdi in Svizzera. Il rifiuto dell’energia nucleare è qui così radicato che Mazzone & Co. preferirebbero tagliarsi una mano piuttosto che allontanarsi anche solo di un millimetro dalla loro ideologia.
L’Europa rischia di perdere la corsa ai piccoli reattori nucleari
Di cosa si tratta? L’Europa rischia di rimanere indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina nel settore dei piccoli reattori nucleari modulari (Small Modular Reactors, SMR). È quanto avverte un nuovo studio dell’European Liberal Forum (ELF), la fondazione politica dei partiti liberali europei.
Secondo la valutazione degli autori, all’UE rimane solo un margine di tempo di sette anni per sviluppare un proprio settore SMR competitivo. Dopodiché, in particolare gli Stati Uniti e la Cina potrebbero essere talmente avanti dal punto di vista tecnologico e industriale che l’Europa difficilmente riuscirebbe a recuperare il ritardo. Gli SMR sono considerati uno sviluppo promettente nel campo dell’energia nucleare.
Eppure, secondo lo studio, non manca il know-how. L’Europa dispone infatti di aziende del settore nucleare esperte, istituti di ricerca e catene di approvvigionamento consolidate. Il problema risiede piuttosto nelle condizioni quadro: procedure di autorizzazione diverse da un paese all’altro, elevati ostacoli finanziari e una minaccia di carenza di personale qualificato. Un tipo di reattore autorizzato in uno Stato dell’UE non può essere costruito senza ulteriori formalità in un altro.
L’ELF chiede pertanto che le autorizzazioni siano maggiormente armonizzate e reciprocamente riconosciute, affinché gli SMR possano essere costruiti in serie in diversi Stati.
Per i primi impianti, strumenti a durata limitata quali i Contracts for Difference (contratti per differenza garantiti dallo Stato), le garanzie di credito e i contratti di acquisto di energia elettrica a lungo termine dovrebbero ridurre i rischi finanziari. Inoltre, il Forum propone la creazione di un «Centro UE per accelerare lo sviluppo degli SMR», presso il quale i produttori possano costruire e testare i propri reattori.
È fondamentale passare rapidamente alla produzione in serie. Altrimenti, nonostante il proprio know-how nel settore nucleare, l’Europa rischia di dover importare in futuro la tecnologia dei reattori dagli Stati Uniti o dall’Asia.
Commento: l’Europa ha già perso in gran parte la battaglia per un ruolo di primo piano nell’intelligenza artificiale o nelle biotecnologie. Ora, il continente rischia di rimanere indietro anche nel settore della tecnologia nucleare. Mentre alcuni Stati europei conducono una lotta quasi religiosa contro l’energia nucleare e l’UE nel suo complesso si impantana nella sua mania normativa, il resto del mondo sta prendendo il largo dal punto di vista tecnologico. Buonanotte, Europa – e l’ultimo spenga la luce!
E per concludere, ancora questo
Non è uno scherzo: all’Università di Ginevra esiste una cattedra di «Psicologia dello sviluppo sostenibile». Il titolare è Tobias Brosch. Si occupa in particolare di come sia possibile modificare il comportamento umano a favore della tutela del clima. Il «Tages-Anzeiger» lo ha intervistato per sapere se l’estate torrida del 2026 porterà la popolazione a un impegno duraturo a favore di una maggiore tutela del clima.
La ricerca dimostra che le emozioni come la paura, la rabbia, il dolore o la speranza e l’ottimismo svolgono un ruolo importante nella comunicazione sul clima, ha affermato Brosch: «I fatti mostrano ciò che è, mentre le emozioni mostrano perché la questione ci riguarda». È importante superare eventuali «reazioni di difesa». «Per questo è fondamentale che ci sia una transizione dalla percezione di quanto tutto ciò sia minaccioso a opzioni d’azione concrete: io posso fare qualcosa contro il cambiamento climatico, insieme possiamo ottenere qualcosa.»
A mio avviso, la psicologizzazione del tema climatico è ridicola: tutti quegli scienziati e politici così perspicaci si rendono conto, probabilmente, che la popolazione non la pensa come vorrebbero riguardo alla protezione del clima. Per questo cercano, con ogni sorta di trucchi psicologici, di suscitare le reazioni desiderate. Sospetto però che ciò non avrà un effetto duraturo. A lungo termine, l’intelligenza collettiva è probabilmente più forte. Infatti, la maggior parte delle persone percepisce – probabilmente più intuitivamente che consapevolmente – che la cosiddetta «protezione del clima» costa incredibilmente tanto e comporta molte privazioni, ma contribuisce ben poco a una vita migliore.