Spazio libero

Le nostre rassegnazioni

L’ONU e l’Unione europea sono nate con scopi più che encomiabili ma, con il passare del tempo, ci si accorge sempre di più che chi le dirige non è all’altezza dei compiti assunti. Per incapacità dei loro dirigenti o, peggio, per il prevalere di interessi personali incompatibili con la missione loro affidata, si sono degradate a inutili macchine succhiasoldi che gravano sempre più sui contribuenti. E purtroppo, il fenomeno sta contaminando tutti i livelli della politica. Anche quella nostrana.
©SC Chamber
Alberto Siccardi
15.10.2026 06:00

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«Noi, popoli delle Nazioni Unite, decisi a salvare le future generazioni dal flagello della guerra, che per due volte nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all’umanità,»….

Così inizia lo Statuto delle Nazioni Unite fatto a San Francisco il 26 giugno 1945 e istituzionalizzato il 24 ottobre dello stesso anno; il testo prosegue esprimendo l’impegno ad evitare le future guerre, aiutare le popolazioni povere ad evolversi ed esigere il rispetto dei diritti umani. Tutti noi sappiamo però che questa missione, chiaramente formulata nello Statuto dell’ONU nel secolo scorso subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, è stata completamente disattesa. Tante guerre sono state iniziate e portate avanti da diverse nazioni, con centinaia di migliaia di morti, fra cui civili indifesi, donne e bambini. E non solo le guerre, ma tutti i nobili propositi e gli scopi formulati in questo Statuto, facilmente consultabile su Internet, sono stati e sono quasi totalmente ignorati. L’ONU oggi ha 193 Paesi associati, con sede a New York e uffici importanti a Ginevra, Vienna e Nairobi. Raggruppa OMS, UNICEF, FAO, UNESCO e molte altre organizzazioni minori, impiegando più di 120 mila impiegati e dirigenti, spendendo nel 2025 oltre 64 miliardi di dollari. E le guerre, lunghe e sanguinose, si susseguono senza che l’ONU si opponga seriamente né al loro inizio, né al loro aggravamento. Questa è una delle nostre più gravi frustrazioni, siamo tutti d’accordo sulla pochezza e lo spreco di questo centro di potere, ma non siamo capaci di chiedere ai nostri partiti politici che intraprendano una robusta pressione onde recuperare questa enorme risorsa e spenderla per salvare la pace e tante vite umane. Il mondo si è rassegnato!

Ho chiesto a un tassista di Milano quale malfunzionamento politico lo facesse più irritare e lui senza indugi mi ha citato la struttura politica europea. Perché? Perché non è eletta direttamente dai cittadini europei, è lontana dalle nostre opinioni, eppure emana direttive e opera in piena libertà condizionando la nostra economia e la nostra vita quotidiana. Ancora oggi non sappiamo quanto la Commissione europea abbia pagato i vaccini e perché ne abbia acquistate delle quantità eccessive, andate sprecate, Commissione presieduta dalla sua Presidente, Ursula Von der Leyen, moglie di un importante manager della Pfizer, ditta americana e maggiore fornitrice di questi discussi medicamenti. Partono le inchieste senza venire a capo di niente. Facile citare le centinaia di miliardi di euro destinati a progetti come il clima, la casa per tutti e altri, dagli esiti assai poco convincenti.

In Ticino, come anche in altri cantoni, ci si lamenta del crescente costo dei premi di casse malati, si cerca giustamente di aiutare le classi meno abbienti spostando parte di questi costi su chi invece ha maggiori possibilità economiche. Più che giusto, in mancanza di altre soluzioni. Molti di noi, però, hanno visto e vissuto situazioni in cui il sistema ha la massima libertà, e lo fa, di creare costi medicalmente inutili a proprio vantaggio. Parlo dello spreco di medicinali, l’aumento senza motivo delle degenze nelle cliniche e negli ospedali e le operazioni non strettamente necessarie. Sono esperienze anche personali, non mi permetterei di inventare su argomenti così importanti. Inutile dire che ci vuole una riforma radicale, ma chi ne ha la forza politica? In un Paese del nord Europa lo Stato paga direttamente a chi esegue la prestazione, medici, cliniche e ospedali, una cifra annuale per ogni abitante, ma se la cifra viene superata scatta una verifica molto seria sulle giustificazioni di tale superamento.

Di fronte a tante disfunzioni nella gestione della nostra società, descriverle tutte richiederebbe mesi e migliaia di pagine, molti cittadini non vanno neanche più a votare ed è noto il loro commento, «tanto poi fanno quello che vogliono». Lasciamo pure i grandi problemi come l’ONU e le casse malati e altre alla buona volontà dei nostri governi futuri.

Se si volesse però reagire alle più piccole disfunzioni, a quelle a noi più vicine, si potrebbe percorrere una via molto semplice fatta di due momenti. Quando si vota per un politico bisognerebbe poter giudicare e decidere di votarlo in base al programma che il politico presenta. Durante lo svolgimento del suo mandato deve poi mantenere fede al suo impegno. Oggi purtroppo si vota un politico perché ci convince la sua simpatia, non per quanto egli promette né per l’esperienza che egli ha nel settore che si appresta a gestire. Nel Comune di Lugano, ad esempio, sono oggi tre i progetti di cui più si parla, il tram-treno, il centro congressuale a Campo Marzio e l’aeroporto di Agno. Tutti e tre sono commentati molto favorevolmente dai media.

Il debito del Comune di Lugano è intorno al miliardo. Qualunque responsabile d’impresa farebbe una analisi di ciascun investimento, sulla sua reale necessità, quando e in quanto tempo occorre investire e con quali ricavi per ciascuno di loro. Inserirebbe poi i tre investimenti, se i conti tornano, nel piano finanziario a medio termine, cinque anni e in uno a dieci anni. Questi calcoli dovrebbero essere presentati agli elettori da chi li propone e se ne assume la responsabilità.

Così facendo si potrebbero forse evitare altre piccole delusioni, come quella che, ad esempio, ha portato l’aeroporto di Agno negli anni passati a perdere 70 milioni di franchi in cinque anni e ad assistere impotenti alla promozione di progetti senza alcun elemento per valutarne la opportunità, esaminarne l’impatto finanziario e controllarne l’esecuzione. Bisogna pretendere di arrivare a questi metodi di gestione della cosa pubblica, non rassegnarsi a che tutto succeda senza la nostra partecipazione.

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