Salute

«Gli anni in più non bastano, la sfida è viverli bene: per farlo non servono miracoli ma pratica guotidiana»

In Svizzera la speranza di vita supera gli 80 anni, quella in buona salute si ferma attorno ai 71 - Simone Gibertoni, ospite di Dagorà a Melide, spiega perché esami e tecnologie richiedano anche un cambiamento quotidiano: «L’informazione non è trasformazione, ecco piccoli consigli per migliorare le nostre vite»
Mattia Sacchi
23.10.2026 16:05

Una settimana per prendersi cura di sé, le altre cinquantuno per fare quello che si vuole. Simone Gibertoni racconta di avere incontrato anche questa aspettativa tra i clienti che si rivolgono alla sua clinica. «Sarebbe bello poter fare questo genere di miracoli - dice sorridendo - Ma la realtà è che non è così che funziona». Nel grande mercato della longevità, dove si vendono esami, integratori e promesse di futuro, il passaggio più difficile resta quello di cambiare qualcosa della propria vita una volta tornati a casa. «Sappiamo più o meno tutti che cosa dovremmo fare, ma siamo in pochi a farlo veramente».

Il CEO di Clinique La Prairie, la struttura di Montreux attiva nella medicina preventiva e della longevità, ne ha parlato il 5 ottobre allo Swiss Diamond Boutique Hotel La Romantica di Melide, durante la cena organizzata da Dagorà, la comunità che riunisce imprese, investitori e professionisti attorno all’innovazione nel settore lifestyle. Una serata aperta dai saluti del sindaco di Lugano Michele Foletti e del presidente di Dagorà Carlo Terreni, con un intervento di Gibertoni e del partner di Clinique La Prairie Max Gottschalk. Per Gibertoni anche un ritorno in una regione alla quale si sente legato: «Quando vengo a Lugano, grazie anche al supporto di Carlo e di tutto il suo team, mi sembra veramente di essere a casa». L’occasione era la presentazione del suo nuovo libro, Unlock Longevity; il tema, una domanda che riguarda ben più del pubblico di una cena tra imprenditori: che cosa significa, oggi, invecchiare bene?

In Svizzera la distinzione ha un peso concreto. Secondo l’Ufficio federale di statistica, nel 2024 la speranza di vita alla nascita era di 82,4 anni per gli uomini e di 85,9 per le donne. La speranza di vita in buona salute, calcolata sulla base della salute percepita, era invece di 70,7 e 71,1 anni nei dati riferiti al 2022. Sono indicatori diversi, riferiti ad anni diversi: non descrivono una scadenza individuale, ma mostrano perché allungare la vita e preservarne la qualità siano due obiettivi distinti. La stessa statistica sanitaria federale rileva che, dai 65 anni, circa metà della popolazione convive con problemi di salute di lunga durata.

È su questa differenza che Gibertoni ridimensiona le suggestioni più spettacolari. «Mi fa sorridere rileggere le dichiarazioni di chi, vent’anni fa, diceva che la persona destinata a vivere mille anni fosse già seduta con noi nella stanza. Dovremmo focalizzarci molto di più sulle cose scientifiche e mediche, perché c’è comunque tanto che si può fare». Il problema, osserva, è che la popolarità del tema rischia di consumare la fiducia ancora prima di produrre risultati: «Vedo tante persone che cominciano a perderla, perché la longevità sta diventando un fenomeno di marketing. E come tutti questi fenomeni può diventare una bolla che poi rischia di sgonfiarsi».

Un’avvertenza che arriva da chi, in questo settore, guida anche un’attività economica: cliniche, programmi personalizzati, centri all’estero e un fondo di investimento. La ricerca della salute è ormai anche un mercato e il confine tra prevenzione e promessa commerciale attraversa l’intera industria. «Quando viene presentata una nuova tecnologia, dovremmo distinguere ciò che è scientificamente dimostrato da ciò che è ancora promettente e da ciò che è soltanto marketing. Il problema è che spesso quest’ultimo viene presentato come se avesse già delle prove alle spalle. Se un trattamento testato in laboratorio ha allungato la vita di un topo, per esempio, non possiamo concludere che farà lo stesso nell’essere umano: sono due cose molto diverse».

Prima di inseguire la prossima tecnologia, il suo ragionamento torna così alla medicina e alle malattie che continuano a incidere sulla durata della vita. «Si muore ancora di tumori, malattie cardiovascolari e metaboliche. La medicina tradizionale rimane fondamentale: se vedete un intervento di longevità senza medici, dovreste avere qualche dubbio». Nel modello che descrive, il percorso ha tre passaggi: diagnostica, intervento e controlli successivi. «Prima cerchiamo di capire come funziona il corpo, poi interveniamo e infine verifichiamo se quello che abbiamo fatto sta funzionando. Lo stesso intervento può essere utile per alcune persone e del tutto irrilevante o inefficace per altre: prima di proporlo bisogna capire chi abbiamo davanti».

Gli esami, dunque, sono il punto di partenza di un lavoro che coinvolge anche l’alimentazione, l’attività fisica e le difficoltà che impediscono di cambiare abitudini. «Medici, nutrizionisti, coach e psicologi lavorano insieme. Molte persone non hanno mai avuto l’occasione di approfondire questi aspetti: quando un medico spiega loro la situazione e un nutrizionista le aiuta a capire che cosa stanno sbagliando, spesso comincia già un cambiamento. La settimana nella nostra struttura serve anche a questo, a comprendere meglio la propria salute e a impostare un percorso che possa continuare una volta tornati a casa».

È proprio il ritorno alla quotidianità a mettere alla prova quanto appreso durante il soggiorno alla Clinique La Prairie . «Una settimana non basta, ci deve essere continuità e non sempre è facile garantirla. Per questo stiamo creando centri in altre città: se una persona viene da Dubai a Montreux e poi torna a Dubai, vorremmo che potesse ritrovare la stessa impostazione e proseguire il percorso. Succede invece che, tornando a casa, si rivolga a un nutrizionista che le dice l’opposto di ciò che le abbiamo detto noi, rendendo tutto più difficile».

La continuità si gioca anche tra lavoro, famiglia e imprevisti, quando conoscere una buona abitudine non significa riuscire ad adottarla. «Spesso diciamo «sì, sono stressato» senza renderci conto di quanto questo incida sul nostro benessere. E poi sappiamo che dovremmo mangiare meglio, dormire a sufficienza e muoverci, ma tra saperlo e farlo c’è una distanza. Servono anche psicologi e persone che ci aiutino a modificare il nostro atteggiamento, perché il cambiamento deve partire anche da lì. Per noi un percorso di longevità si fonda su quattro pilastri che devono lavorare insieme: medicina, alimentazione, benessere e movimento».

Il consiglio che offre ai lettori comincia dal trovare uno spazio nella giornata. «Provate a dedicarvi un’ora, possibilmente al mattino. Mi rendo conto che possa sembrare tanto, ma quando si riesce a inserirla nella propria routine diventa più facile mantenerla. Potete cominciare con venti minuti di movimento, che siano attività cardio, yoga o esercizi di forza: non dimentichiamo quanto siano importanti i muscoli, soprattutto quando invecchiamo. Dedicate poi del tempo alla gestione dello stress, altri venti minuti, per esempio. Io pratico la meditazione trascendentale da dieci anni. E potete aggiungere il journaling, tenere un diario, per coltivare anche la curiosità e l’ottimismo».

La difficoltà, ancora una volta, è difendere quello spazio dalle altre incombenze. «Se dici che lo farai a pranzo, arrivano le telefonate; rimandi alla sera e poi devi tornare a casa prima, così alla fine salti. Il mattino può aiutare proprio per questo. E se un’ora è troppo, meglio quarantacinque minuti tutte le mattine che cercare di recuperare tutto nel fine settimana: la costanza conta più dell’intensità».

Anche la tecnologia, che promette di rendere sempre più personale la prevenzione, deve fare i conti con questa difficoltà. Gibertoni la racconta attraverso una scena che vede ormai accadere nella relazione tra paziente e medico: «Fino a due anni fa il cliente faceva gli esami il lunedì e il martedì aspettava che il dottore gli spiegasse i risultati. Ora arriva con quaranta pagine di ChatGPT ed è lui a dire al medico che cosa significano». Una quantità di informazioni che cambia il colloquio, senza risolvere da sola ciò che viene dopo. È lì che, per Gibertoni, si misura il valore di un percorso: «La domanda non è che cosa avete imparato, ma che cosa farete a partire da domani. L’informazione non è trasformazione: per cambiare una persona serve ancora una persona».