Cantine Aperte guarda al Luganese: dal Malcantone dove nacque il Merlot alle cantine urbane della città

Nel Malcantone il Merlot non è soltanto un vitigno: è quasi una radice culturale. È tra queste colline che, all’inizio del Novecento, il Merlot trovò una delle sue prime grandi case ticinesi, cambiando per sempre il volto della viticoltura cantonale. Non sorprende quindi che Ticinowine abbia scelto proprio questa regione per uno dei percorsi simbolo di Cantine Aperte 2026, accompagnando giornalisti ed esperti del settore tra cantine storiche, nuove filosofie produttive e realtà che oggi cercano di raccontare il vino ticinese ben oltre il semplice concetto di degustazione.
«Il Malcantone è un territorio quasi di nicchia, fuori dai flussi più classici, ma è una perla straordinaria», spiega Ivan Trezzini, direttore di Ticinowine. «E soprattutto è il luogo dove il Merlot è nato in Ticino nel 1906. Per noi era importante rendere omaggio a questa storia». Poi aggiunge: «L’enoturismo oggi è uno dei nostri pilastri strategici. Il vino è esperienza, è piacere, ma è anche un modo per far scoprire un Ticino autentico, fatto di persone, borghi, barricaie e paesaggi».

Alla Tenuta San Giorgio il legame con il territorio emerge soprattutto nelle parole della direttrice Stefania Rago. «Queste giornate ci permettono di aprire le porte non solo ai clienti abituali, ma anche a chi magari non è mai entrato in una cantina», racconta. «Per noi è importante valorizzare il territorio e spiegare cosa c’è dietro un vino di qualità. Spesso si vede soltanto la bottiglia finale, ma c’è tantissimo lavoro dietro».

Rago insiste anche sull’importanza di raccontare la specificità del territorio ticinese: «Questa zona è spettacolare. Il Malcantone nasconde ancora tantissimi angoli da scoprire. Noi vogliamo trasmettere soprattutto il valore della tradizione e del prodotto locale». E in un anno speciale per la tenuta, che celebra il venticinquesimo anniversario, la memoria diventa parte integrante del racconto: «Abbiamo un programma fitto di eventi, tra cui una verticale con vecchie vinificazioni risalenti al 1997 e al 1998. È un modo per raccontare non solo la nostra storia, ma anche quella del vino ticinese».
Il presidente (ancora per pochi giorni) del Gran Consiglio Fabio Schnellmann, presente durante il tour, sottolinea invece la capacità del vino di creare identità comune. «Fra i tantissimi eventi istituzionali a cui ho partecipato quest’anno, questo è sicuramente uno dei più piacevoli», scherza. Poi però entra nel merito del lavoro fatto da Ticinowine: «Ho notato una forte volontà di unire le diverse realtà vitivinicole ticinesi. Non creare rivalità, ma promuovere insieme il marchio Merlot Ticino. Questo è positivo per tutto il territorio». E sul ruolo economico del comparto aggiunge: «Il settore vitivinicolo pesa circa il 5% del PIL ticinese. È qualcosa di molto importante anche per il Luganese, dove forse c’è meno percezione rispetto ad altre regioni, ma si producono comunque vini eccellenti».

All’Art & Wine Relais Vallombrosa di Tamborini Vini il vino diventa invece dialogo continuo con arte e cultura. Anche qui il Malcantone resta protagonista, ma con una lettura diversa, più legata alla memoria storica e alla dimensione culturale del vino. «Vogliamo dimostrare che il Malcantone è vivo e ha tantissimo da raccontare», spiega Mattia Bernardoni. «Questa tenuta ha visto passare oltre cento anni di storia: cambiamenti climatici, evoluzioni del gusto, trasformazioni sociali. Tutto questo rimane dentro il vino».

Bernardoni insiste molto anche sul concetto di esperienza culturale: «Per noi il vino è arte. A Lamone abbiamo una sala dedicata ai cinque sensi e il sesto senso che rappresentiamo è il piacere. Abbiamo scritto sul muro che il vino è poesia in bottiglia». E aggiunge: «Qui a Vallombrosa abbiamo voluto creare un legame forte tra arte classica e arte liquida. Ogni stanza della nostra struttura è dedicata a un artista ticinese e nel vigneto c’è anche un percorso artistico».
Dal Malcantone il percorso si sposta poi verso Lugano, dove il vino cambia contesto ma continua a cercare un rapporto diretto con le persone. Alla Cantina Moncucchetto Cristina Monico riflette soprattutto sul cambiamento generazionale che sta vivendo il settore. «Oggi vengono moltissimi giovani. Prima del Covid il pubblico arrivava soprattutto per comprare vino. Adesso invece tanti vengono per scoprire».

Secondo Monico è proprio questo il valore più forte di Cantine Aperte: «Molte persone hanno ancora timore di entrare in cantina, pensano che siano luoghi esclusivi o difficili da frequentare. Eventi così servono a rompere questa barriera». E sul proprio approccio produttivo precisa: «Io ho idee molto chiare e non faccio compromessi. Non produco certe tipologie solo perché il mercato le chiede. Voglio fare vini che rappresentino davvero la mia filosofia».

Anche alla Cantina Riva Morcote il tema centrale resta il rapporto diretto con le persone, ma in una dimensione ancora diversa: quella della cantina urbana, inserita nel cuore della città. «Cantine Aperte è fondamentale perché ci permette di conoscere gente nuova e capire davvero il mercato», racconta Patrick Ballabio. «Un cartellone pubblicitario non farà mai quello che può fare una conversazione davanti a un bicchiere».
La scelta di portare una realtà produttiva nel centro di Lugano viene definita apertamente «controcorrente». «Molti cercano di allontanarsi dalle città per abbassare i costi. Noi invece crediamo nella vicinanza alle persone». E conclude: «Nel futuro del vino sarà sempre più importante avere luoghi belli dove accogliere chi magari non comprerà mai una bottiglia, ma vuole semplicemente fermarsi, bere un bicchiere e capire cosa c’è dietro quel prodotto».
Tra le colline storiche del Malcantone e le cantine ormai integrate nel tessuto urbano di Lugano emergono così due anime diverse ma complementari del vino ticinese: una più legata alla terra, alla memoria e ai vigneti; l’altra alla convivialità contemporanea e alla necessità di avvicinare nuovi pubblici. «Queste esperienze funzionano perché portano autenticità», conclude Trezzini. «Ti fanno incontrare le persone, entrare nelle barricaie, scoprire i borghi e i vigneti. Il Ticino ha qualcosa di speciale e dobbiamo imparare sempre di più a raccontarlo».
