L’arte fragile di Kawamata dialoga con la natura: «È una questione di sensibilità, come nello champagne»

Nel cuore di Palais de Tokyo, a Parigi, il legno sembra prendere vita. Non è materia inerte, ma organismo instabile, attraversato da vento, luce e tempo. È qui che Tadashi Kawamata ha installato le sue nuove opere, nate dalla collaborazione con Maison Ruinart all’interno del programma Conversations with Nature. Un progetto che, più che raccontare la natura, la espone, la lascia emergere nei suoi effetti più invisibili, trasformando lo spazio in un campo di forze.

Prima delle opere, però, c’è una traiettoria precisa che aiuta a leggerle. Nato nel 1953 a Hokkaidō, Kawamata è uno dei nomi chiave dell’arte contemporanea internazionale legata all’installazione e al site-specific. Vive tra Tokyo e Parigi, insegna all’École des Beaux-Arts e da oltre quarant’anni costruisce interventi in tutto il mondo, spesso in luoghi di passaggio, di trasformazione, di tensione urbana. «Non mi interessa lavorare in uno spazio neutro», spiega al Corriere del Ticino. «Ho bisogno di un luogo che abbia già una storia, anche conflittuale».

Formazione accademica solida – pittura all’Università delle Arti di Tokyo, poi dottorato – ma subito superata nella pratica. «La pittura mi stava stretta. Volevo uscire, confrontarmi con la realtà». È così che arrivano i primi lavori nei cantieri, nei siti in demolizione, nelle periferie. «I cantieri sono luoghi onesti. Mostrano il processo, non nascondono nulla».
Già nei primi anni Ottanta entra nel circuito internazionale: Biennale di Venezia, Documenta a Kassel, interventi tra Europa e Stati Uniti. Ma il suo linguaggio resta coerente. «Non ho mai cercato uno stile. Ho cercato situazioni».

Situazioni che, a Parigi, prendono forma in strutture apparentemente precarie: un nido che si aggrappa alla facciata, una spirale lignea che invade la scalinata, elementi che sembrano temporanei ma che ridefiniscono la percezione dello spazio. «Mi interessa lavorare su ciò che non è stabile. Perché è lì che le persone si fermano davvero a guardare».
Il legno è centrale, ma non come semplice materiale. «È qualcosa che reagisce. Assorbe l’umidità, cambia colore, si deforma. Non voglio materiali perfetti. Voglio materiali che abbiano già vissuto».
Relazione è il concetto che attraversa tutto. «Non costruisco oggetti. Costruisco relazioni tra persone, spazio e materia. Un’opera esiste solo quando qualcuno la attraversa, la percepisce».

In questo dialogo si inserisce, in modo quasi naturale, Ruinart. Non viene mai esplicitata come presenza dominante, ma emerge come interlocutore culturale. La Maison – fondata nel XVIII secolo a Reims, considerata la più antica casa di Champagne – ha costruito nel tempo un rapporto stretto con l’arte e con il paesaggio da cui nasce il vino. E Parigi, in fondo, è solo una tappa di un progetto più ampio: a maggio Kawamata svelerà infatti a Reims, al 4 rue des Crayères, tre installazioni in situ – Cabane, Nid e Observatoire – pensate come un unico intervento permanente in dialogo con il terroir, la biodiversità e il savoir-faire della Maison.

«Quello che mi ha colpito», racconta Kawamata, «è il loro modo di osservare la natura. Non cercano di controllarla, ma di capirla». Un approccio che si riflette anche nelle sue opere. «Il vento, la pioggia, la luce fanno parte del lavoro», spiega. «Non sono elementi esterni. La natura non è uno sfondo, è un’attrice».
Il progetto Conversations with Nature si muove proprio su questa linea sottile. Non una narrazione didascalica, ma un dialogo fatto di percezioni. «Non voglio spiegare nulla. Voglio creare attenzione».

Il tema del rifugio ritorna come elemento chiave. «Il nido è una struttura minima, ma estremamente sofisticata», osserva. «È fragile, ma funziona. È aperto, ma protegge». Una contraddizione che diventa linguaggio. «Mi interessa questa tensione tra sicurezza e vulnerabilità».
E insiste: «Oggi cerchiamo di eliminare il rischio, ma il rischio fa parte della vita». Le sue installazioni lo rendono visibile. «Quando entri in una struttura che sembra instabile, il tuo corpo reagisce. È lì che inizi a percepire davvero».
Il tempo è un altro elemento centrale. «Le mie opere non sono fatte per durare. Sono fatte per trasformarsi». Una posizione che dialoga, in modo implicito, con il tempo lungo dello champagne. «Ci sono tempi diversi, ma tutti legati alla trasformazione. Non mi interessa lasciare qualcosa di permanente. Mi interessa creare un momento, come le persone si muovono, come cambiano direzione, come si fermano». L’opera non è mai frontale. «Non è fatta per essere guardata da lontano».

Anche il concetto di lusso viene ridefinito, senza mai essere dichiarato apertamente. «Il lusso non è avere di più», afferma Kawamata. «È avere la capacità di percepire». Una frase che sembra dialogare direttamente con l’universo Ruinart, pur restando sul piano artistico. «Fare meno, ma con più precisione».
C’è infine una dimensione personale che emerge con discrezione. «Sono cresciuto in montagna. La natura per me non è un’idea, è un’esperienza. Non sempre romantica. Può essere complessa, a volte dura». Ed è proprio questa complessità che cerca di restituire. «Non voglio idealizzare, voglio mostrare le relazioni».

Il risultato, tra Parigi e il prossimo approdo di Reims, è un lavoro che non si impone ma si insinua, che non occupa ma attiva. «Non mi interessa essere visibile», conclude Kawamata. «Mi interessa creare una connessione. Se dopo aver visto queste installazioni qualcuno esce e sente il vento in modo diverso, o guarda un albero con più attenzione, allora ho fatto abbastanza. L’arte non serve a spiegare il mondo, ma a farci accorgere che siamo dentro di esso».
