Le Potazzine portano a Lugano una storia di donne e vino

I vini sono arrivati prima, l’amicizia dopo. Ma nel frattempo è maturata, lentamente, proprio come fanno i vini buoni. Le Potazzine, per Adele Naldi, CEO dello Splendide Royal Lugano, non erano una scoperta recente, ma qualcosa che si era già sedimentato, a partire da una visita a Montalcino. Non una tappa veloce, ma una di quelle soste che si allungano senza accorgersene. «Quando Adele è venuta a trovarci doveva essere una semplice degustazione – racconta Gigliola Giannetti, proprietaria della prestigiosa azienda viticola – ed è diventato un pomeriggio intero. Poi cena, poi altre chiacchiere. Quelle giornate che non programmi e forse per questo rimangono ancora di più nel cuore».
Quella stessa relazione ha preso forma, nei giorni scorsi, in una cena degustazione allo Splendide, dove i vini de Le Potazzine sono stati messi in dialogo con un menu costruito dallo chef stellato Marco Veneruso. Un percorso che ha giocato sull’equilibrio e sulla valorizzazione delle materie prime: dalla tartare di Chianina con dragoncello e mostarda fino al peposo al vino rosso – lo stesso Le Potazzine utilizzato in cottura – passando per i tortelli di patate del Mugello, ovviamente accompagnati da alcune delle migliori annate della cantina.

Un menù che ha raccontato come Le Potazzine non siano un vino da adattare, ma da leggere. Proprio per questo, per capire da dove arrivano, bisogna tornare indietro.
Il nome indica le cinciallegre, piccoli uccelli delle campagne toscane, ma soprattutto il soprannome con cui la madre di Giannetti chiamava le nipoti, Viola e Sofia. L’azienda nasce nel 1993, insieme alla prima figlia, e cresce negli anni successivi seguendo un percorso familiare che resta ancora oggi leggibile: pochi ettari, divisi tra Le Prata e Sant’Angelo in Colle, altitudini diverse, un lavoro che non ha mai inseguito la crescita per la crescita.

Portare Le Potazzine fuori da Montalcino significa, prima di tutto, verificare se quell’identità regge anche altrove, senza adattamenti, anche in contesti esigenti come quello del 5 stelle luganese. È su questo che si innesta il resto. «Oggi il vino è diventato anche un investimento – osserva Gigliola Giannetti – e questo porta spesso a una certa uniformità. Ci sono tanti vini buoni, ma a volte si assomigliano. Noi non abbiamo paura di mantenere la nostra identità, ovunque andiamo. Anzi siamo fieri di presentarci così come siamo ai nostri amici ticinesi e forse è proprio questo il motivo per cui ci troviamo così bene qui».
Non si tratta di difendere un’etichetta, ma di mantenere una linea. «Il terroir è una parola molto usata, ma poco semplice: per me è suolo, tradizione, rispetto del luogo. È riuscire a tenere insieme questi elementi senza forzarli». Da qui derivano scelte precise: vinificazioni il più possibile naturali, botti grandi, tempi lunghi, nessuna scorciatoia tecnica.
In questo equilibrio, il Sangiovese resta il punto più esposto. «È un vitigno molto sensibile, ogni annata cambia le carte in tavola. Non esistono soluzioni standard e con il clima sempre più instabile le difficoltà aumentano. La sfida è continuare a produrre vini riconoscibili, capaci di raccontare davvero il territorio».
Dentro questa coerenza si inserisce anche il rapporto con Adele Naldi, che non nasce da una strategia ma da un incontro e si è mantenuto nel tempo senza forzature. «Non ci vediamo spesso – spiega – ma ogni volta è una vera festa. Quando si è presentata l’occasione, dopo una chiacchierata con Romolo Nottaris di Uvarara, è stato naturale pensare a loro».
È lo stesso tipo di coerenza che Naldi aveva colto fin dall’inizio. «Non era solo il vino ma l’energia che Gigliola e le sue figlie trasmettono. Un modo di lavorare diretto, senza costruzioni, che nelle realtà più grandi spesso si perde».
Il fatto che si tratti di due percorsi femminili resta sullo sfondo, senza bisogno di essere sottolineato. «Non è una questione di genere – chiarisce Giannetti – ma di lavoro. Se c’è quello, il resto viene dopo». Naldi, però, una sintonia la riconosce: «C’è una coerenza che mi parla. È una storia costruita nel tempo, e si sente. Non può essere che di ispirazione per me».
La stessa logica si riflette anche in cucina. «Quando i vini hanno un’identità così marcata, la difficoltà è non interferire troppo – osserva Marco Veneruso –. Serve trovare un equilibrio che li accompagni senza sovrapporsi. Non un esercizio di stile, ma un lavoro di misura. Ma, visto anche il mio legame con la Toscana, sono orgoglioso del risultato e di come siamo riusciti a sublimare le caratteristiche di questi fantastici vini".
«Quando dietro a un vino c’è una storia così e un rapporto così – conclude Naldi – si sente. E le persone lo capiscono subito, come hanno dimostrato anche ieri sera».
