Gusto

Niko Romito: «La cucina è un atto civile. La semplicità è la forma più alta di complessità»

Dal Reale di Castel di Sangro alla ricerca per scuole e ospedali: lo chef 3 stelle Michelin che ha rivoluzionato il gusto italiano racconta il suo metodo, il ruolo centrale della sala e la sfida di portare qualità su larga scala
Foto Rosi di Stefano
Mattia Sacchi
30.11.2025 10:18

Niko Romito parla a voce bassa, con la calma di chi ha imparato a fidarsi del silenzio. Da oltre venticinque anni riscrive il linguaggio della cucina italiana partendo dalle sue parole più semplici — pane, brodi, verdure, pasta — e togliendo tutto ciò che le appesantiva. Il suo percorso non nasce in una scuola, ma nell’intuizione autodidatta maturata nel ristorante di famiglia a Rivisondoli, fino alle tre stelle Michelin del Reale. Da lì ha costruito un vero universo del gusto che unisce formazione, ricerca scientifica e collaborazione con l’industria alimentare: un cuoco che non rincorre le mode, le studia per superarle.

A Casadonna, l’ex monastero cinquecentesco trasformato in centro di studio e ristorante, la forma segue la sostanza: pietra e linee pure, luce che scorre senza ostacoli. Sulle pareti non “decorazioni”, ma presenze: alcune opere azzurre di Ettore Spalletti, leggere e respiranti. Il loro respiro trova un’eco naturale nella cucina di Romito, dove precisione e leggerezza si tengono in equilibrio.

Il Reale è un laboratorio prima che un ristorante: la tecnica diventa linguaggio e la semplicità si ottiene solo dopo una lunga decantazione del pensiero. Romito misura, riduce, concentra, isola. “Togliere” non significa impoverire, ma chiarire. «La mia etica è far coincidere bontà e verità», dice a La Domenica.

Niko e Cristiana Romito - Foto Andrea Straccini
Niko e Cristiana Romito - Foto Andrea Straccini

La soglia dell’esperienza si apre in sala, dove la sorella Cristiana ha ribaltato una gerarchia antica: qui il servizio è parte della sostanza, non cornice. «Senza la sua sensibilità il Reale non sarebbe lo stesso. La cucina vive di ascolto, e l’ascolto comincia in sala», riconosce Romito. L’ospitalità si fa lettura: passo, tono, pause. «La sala è il primo ingrediente del piatto: se sbagli ritmo, rompi la musica.» La sua “cucina silenziosa” non è una cucina senza parole: è una cucina che lascia spazio — al gusto, alla persona che arriva, al racconto giusto nel momento giusto.

Quando lo incontriamo, subito dopo il servizio, Romito parla con frasi misurate, come gesti al pass. «Il nostro codice è italiano, ma deve sapersi evolvere. Per anni abbiamo guardato modelli non nostri. Oggi possiamo riscrivere la nostra lingua di base — pane, brodi, paste, verdure — con strumenti nuovi. Non è tradizione contro innovazione, è consapevolezza: capire il perché delle trasformazioni, non solo il come. Un riso bollito e tostato restituisce la voce del chicco meglio di molte mantecature: è ridare dignità ai gesti semplici».

Dentro questo codice, l’amaro diventa chiave di lettura. «L’amaro è maturità. In relazione allo iodato o a certe note vegetali costruisce verticalità senza chiedere grassi o zuccheri aggiunti. Lavoriamo con salse d’acqua, concentrazioni, estrazioni naturali: non è moralismo salutista, è tecnica che chiarisce il sapore — e per conseguenza, fa bene.» Il “silenzio”, qui, è disciplina: il piatto non deve urlare, le scelte devono restare leggibili, i contrasti netti ma puliti. E la sala — la sala di Cristiana — è l’altra metà del racconto, il luogo in cui tutto questo diventa esperienza comprensibile.

La conversazione vira sulla formazione e cambia ritmo. «Ai ragazzi chiedo tempo e basi. Saper fare una pasta e fagioli prima di voler firmare un piatto. Capire perché un uovo cambia a 62 gradi o perché un fondo vegetale funziona. Non mi interessa la fotocopia dell’ultimo trend: mi interessa una mano che sa dove sta andando.» L’Accademia Niko Romito, inaugurata dieci anni fa, è il luogo in cui questo pensiero si fa metodo: chimica e cotture, nutrizione e sostenibilità, tecniche di concentrazione del gusto. Un campus in Abruzzo dove la cucina dialoga con la scienza e restituisce al mestiere la sua profondità culturale. «La formazione è restituire ciò che si è imparato: insegni a pensare, non a copiare. Così nasce una cultura gastronomica vera».

Foto Rosi di Stefano
Foto Rosi di Stefano

Lo stesso principio vale fuori da Casadonna. Con il gruppo Bvlgari Romito ha codificato un’alta cucina esportabile — da Shanghai a Pechino, da Dubai a Tokyo — capace di restare fedele alla propria identità anche lontano. Con l’industria alimentare e le istituzioni ha invece lavorato su protocolli che migliorano la qualità dei pasti in scuole e ospedali. «Cucinare per una mensa scolastica o un reparto ospedaliero non è meno nobile che farlo per un ristorante: lì la cucina diventa strumento sociale. E gli chef, che conoscono trasformazioni, tempi, standard, sono paradossalmente i più adatti a progettare qualità su grandi numeri, dentro costi reali. La sfida è portare la qualità dove non è mai stata, facendo stare meglio i pazienti di un ospedale o più consapevoli gli studenti di una scuola».

Non è idealismo, è metodo. «Il futuro è nella diffusione della qualità. Si codificano gesti e processi, si definiscono densità e lucidità: lo spaghetto al pomodoro è un esempio. Se la procedura è chiara, il risultato è replicabile senza perdere identità. La buona cucina deve poter essere anche un bene collettivo».

Il discorso torna spesso su una parola che sembra racchiudere tutto: semplicità. «La semplicità non è un punto di partenza, è un traguardo.» Anche il pane diventa manifesto: portata e insieme segno. «Se riesci a fare un buon pane su larga scala, cambi la percezione della qualità quotidiana. Non è lusso, è standard: la lingua madre della cucina.»

Quando affiorano i nomi delle persone, la voce si fa più calda e porta il racconto verso il Ticino. «Marco Veneruso ha lavorato con me in Cina, all’apertura di Bvlgari Hotel Shanghai. È uno chef di grande equilibrio: porta la nostra idea di misura anche fuori dall’Italia. A Lugano, allo Splendide Royal, sta facendo un lavoro coerente con quello spirito: materia al centro, tecnica che non copre ma rivela. Ci sentiamo spesso: le persone sono il vero lascito di una scuola».

Dalla finestra la luce del pomeriggio slitta sulle superfici azzurre di Spalletti e rimbalza sulla pietra. «Cucinare è un modo di prendersi cura del mondo, non solo di chi hai davanti. Ogni piatto può essere un gesto educativo. La semplicità è la forma più alta di complessità: chiede tempo, studio, la capacità di togliere il superfluo. La cucina, quando è onesta, è un atto civile».

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