«Il mercato del beauty si sta svuotando al centro»

Da una parte il lusso e l’ultra-lusso, che corrono nonostante l’inflazione. Dall’altra i prodotti economici, il masstige e perfino i «dupes», le imitazioni dichiarate. In mezzo, un vuoto che si allarga. È la fotografia del mercato della cosmetica e della cura della persona scattata da Giuseppe Francioni, direttore business development di Bolton Group, la multinazionale italiana a conduzione familiare con sede a Milano che riunisce una sessantina di marchi tra alimentare, cura della casa, personal care e cosmetica.
Per la rubrica nata dalla collaborazione tra il Corriere del Ticino e Dagorà, l’hub ticinese dedicato all’innovazione nel lifestyle, gli abbiamo chiesto come si difende un marchio storico senza tradire chi lo usa da trent’anni, come si convive con le private label di Migros e Coop e quanto pesa, per un gruppo internazionale, una Svizzera fuori dal quadro normativo europeo. Senza dimenticare il Ticino, che Francioni vede come un possibile banco di prova per i brand premium.
Voi giocate su
volumi e prezzi accessibili, in un mercato che racconta soprattutto premium e
lusso. Il consumatore che cerca il risparmio è una debolezza strutturale o il
vostro vantaggio nel prossimo ciclo economico?
«Il mercato del beauty care è, come ben
sappiamo, un settore globale che vale oltre 600 miliardi di euro, in forte
crescita e con una struttura di offerta molto variegata per categoria,
consumatore target, fasce di prezzo e canali di vendita. Le basse barriere
all’ingresso e la costante ricerca di personalizzazione da parte del
consumatore sono state, in questi anni, le principali ragioni della nascita di
nuovi marchi e dello sviluppo del fenomeno degli indie brands, spesso nati con
modelli direct to consumer, che hanno accresciuto enormemente la frammentazione
di questa industria. Quello che stiamo vivendo oggi, e che ci
aspettiamo possa aumentare in futuro, è invece una polarizzazione dell’offerta,
meglio nota come “effetto clessidra”. Il mercato si sta svuotando al centro. I
consumatori tendono a comprare o prodotti molto economici o prodotti di lusso
estremo: assistiamo al boom del lusso e dell’ultra-lusso nonostante
un’inflazione evidente, così come all’esplosione del masstige e addirittura al
crescente fenomeno dei “dupes”. McKinsey, nel suo State of Beauty 2025, afferma
che la quota di mass e masstige nello skincare e nel make-up è aumentata tra il
4 e il 5% negli ultimi cinque anni. In sintesi: i brand che creano valore ed
esperienza per il consumatore continueranno ad avere successo anche in futuro,
ma chi non associa a questo valore il giusto prezzo avrà più difficoltà a
durare nel tempo».
Avete in
portafoglio marchi con decenni di storia e altissima riconoscibilità. Quanto è
difficile far evolvere un brand così senza rompere il patto di fiducia con chi
lo usa da trent’anni? E qual è stato l’errore più istruttivo su questo fronte?
«I marchi con una forte heritage portano con sé
molti vantaggi e rappresentano un asset fondamentale per le aziende. Ne
aumentano il valore percepito, permettendo di generare ottimi margini grazie a
un posizionamento di prezzo premium; le rendono meno vulnerabili ai tentativi
di copia e più resilienti alle crisi, perché nei periodi di incertezza
economica le persone tendono a rifugiarsi nei marchi storici e familiari,
considerati porti sicuri. La sfida per i marchi storici è senz’altro
quella di evolvere e diventare marchi senza tempo, che travalicano le
generazioni e appaiono sempre attuali. Non penso ci sia una ricetta unica,
perché ogni brand ha la sua storia, i suoi consumatori e i suoi valori emotivi
ed estetici. Posso però dare alcuni suggerimenti, frutto di quanto ho imparato
in questi anni. Innanzitutto, ci sono elementi di un brand che
sono intoccabili: il suo purpose, ovvero il motivo profondo per cui esiste, e i
suoi tratti distintivi, come la unique selling proposition o i codici di
riconoscibilità (brand assets) che ne hanno determinato il successo. In secondo
luogo, bisogna dosare il cambiamento in modo incrementale. Molti designer e
direttori creativi applicano una sorta di proporzione aurea all’evoluzione dei
brand storici: mantenere il 70% di ciò che è familiare e innovare solo il 30%.
La chiave, insomma, è evolvere mantenendo la sostanza, senza stravolgersi. E non bisogna dimenticare che il legame
intergenerazionale accresce il valore di un marchio. Mi viene in mente un
paragone con la musica italiana: a un concerto di Jovanotti trovate tra il
pubblico tre generazioni diverse, e il fatto che tutte e tre cantino le sue
canzoni, indipendentemente dall’anno di incisione, crea quell’iconicità che
travalica il tempo».
Il personal care
è tra le categorie più esposte alla regolamentazione: packaging,
microplastiche, ingredienti sotto revisione. Per un gruppo internazionale,
avere la Svizzera fuori dal quadro normativo UE è un costo aggiuntivo o un
margine di manovra? E come gestite un mercato che vale poco in volumi ma molto
in valore per confezione?
«La regolamentazione sta incidendo enormemente
sulle aziende e rischia di minarne la capacità di innovazione. Fatte dieci le
persone di un team di ricerca e sviluppo, fino a ieri sette lavoravano
sull’innovazione e tre sulla gestione del portafoglio, la cosiddetta
maintenance. Oggi siamo al paradosso di essere arrivati all’opposto. In questo senso, le differenze di
regolamentazione tra Paesi possono diventare un volano di questo fenomeno, e
anche le organizzazioni stanno iniziando a fare valutazioni e trade-off. La
Svizzera continua a restare una priorità per la sua capacità di generare valore
e, nel caso specifico di un’azienda italiana, anche per la sua vicinanza e
risonanza. Ma nel tempo la situazione potrebbe cambiare, se non gestita
correttamente».
Le private label
dei retailer non sono più il ripiego di una volta: crescono in qualità e quota,
e in Svizzera Migros e Coop hanno un peso che altrove non ha eguali. Come si
difende un brand industriale quando il distributore diventa concorrente e, allo
stesso tempo, resta il suo cliente principale?
«Le private label sono nate come alternativa
all’industria di marca e, dal mio punto di vista, continueranno a prosperare e
crescere se e solo se l’industria di marca sarà presente. Non dimentichiamo che
uno dei trend che si stanno affermando in modo evidente tra i consumatori è
quella che definiamo “affordable indulgence”: il comportamento d’acquisto per
cui ci si concede un premio, una gratificazione o un piccolo momento di piacere
attraverso prodotti di alta qualità ma dal prezzo contenuto. Questo fenomeno, considerato anche il salto di
qualità di molte private label, deve spingere ogni marca a interrogarsi sul
ruolo che ha agli occhi del consumatore. Un prodotto di marca deve fare il
prodotto di marca e trasferire la qualità e l’esperienza che il consumatore si
aspetta. La chiave è generare valore reale e instaurare fiducia tra brand e
consumatore. Il fatto che il retailer sia al tempo stesso cliente e concorrente
rende la relazione più difficile, ma potenzialmente vincente per entrambi se si
mette il consumatore al centro e si lavora per aumentare i consumi, non per
guadagnare quote».
Guardando al
2030: la crescita arriverà da nuovi mercati geografici, da acquisizioni o da
categorie di prodotto oggi non presidiate? E che ruolo può avere un territorio
come il Ticino, cerniera tra Italia e Svizzera, nelle strategie di un gruppo
come il vostro?
«In realtà da tutte e tre. Si tratta di capire
il contributo che ciascuna porterà al risultato complessivo. Come azienda
imprenditoriale abbiamo molta cura dei nostri marchi e dei nostri prodotti, e
il primo grande obiettivo è crescere organicamente con i nostri marchi, perché
solo così possiamo garantirne longevità e sostenibilità nel tempo. A livello di mercati sappiamo di avere grandi
possibilità di espansione, sia in Europa sia su scala globale, estendendo la
leadership acquisita in Italia a milioni di nuovi consumatori nel mondo.
Chiaramente l’M&A è una leva imprescindibile per evolvere più rapidamente e
aumentare la nostra rilevanza nelle categorie e nei mercati strategici. In questo senso, per un’azienda italiana il
Ticino potrebbe rappresentare il laboratorio d’oltralpe per i marchi premium:
un luogo dove capire il livello di valorizzazione a cui possono ambire o
valutarne l’aderenza ai temi della sostenibilità. E, al tempo stesso, un hub
strategico per lo sviluppo, approfittando dell’ecosistema accademico e
tecnologico che può offrire».
