L’intervista

«Mi ero convinto a fare altro, poi scoppiò il successo di “Tre metri sopra il cielo”»

Federico Moccia, scrittore e regista italiano, era ieri a Lugano, ospite dell’albergo Splendide Royal: «Racconto le emozioni per poter incontrare gli altri»
Federico Moccia mercoledì a Lugano © CDT/CHIARA ZOCCHETTI
Sergio Roic
15.10.2020 06:00

Federico Moccia, lo scrittore, regista e uomo di tv italiano più conosciuto e amato dai giovani, ma non solo da loro, autore del grande successo A tre metri dal cielo e di tutta una serie di libri e film di successo dedicati ai ragazzi, ma anche all’ambiente in cui essi vivono, amano, soffrono, imparano, crescono, è stato ospite ieri sera a Lugano, presso l’albergo Splendide Royal, del primo incontro della serie «Metti una sera a cena» promosso dall’agenzia di Simonetta Rota. Lo abbiamo incontrato.

Signor Moccia, non è la prima volta, vero, che partecipa a un incontro di «motivazione e valorizzazione» di gruppi di persone, in questo caso leader d’azienda?

«In effetti no, cominciai dopo essere stato contattato tramite il mio account su facebook. Mi capitò di essere invitato in Russia assieme ad altre due persone per interagire con una grande azienda russa di cosmetica che voleva scambiare opinioni sul loro modo di porsi rispetto alle persone, i clienti. Poi ho continuato. A volte, in modo diverso ma simile, mi capita di incontrare poi anche intere piccole comunità, come avvenuto quest’estate in Abruzzo, ad esempio».

Lei è stato definito «lo scrittore delle emozioni». Ci può spiegare come il suo primo libro, Tre metri sopra il cielo, dopo un lungo periodo di anonimato o quasi si è trasformato in uno dei più grandi bestseller della letteratura giovanile europea?

«Parecchi fattori hanno coinciso affinché quel libro diventasse un successo editoriale. La sua circolazione quasi “sommersa” via fotocopia tra i giovani nei tardi anni Novanta e nei primi anni Duemila, l’idea, poi realizzata, di farne un film, l’abitudine dei famosi “lucchetti d’amore” che proponeva, forse anche i gusti in parte diversi del pubblico che ha finito con l’apprezzarlo. Mi ero ormai convinto di mettermi a fare altro, ma quel successo “dal basso”, in qualche modo autenticamente popolare, mi ha convinto che quella era la via giusta: raccontare le emozioni per incontrare gli altri».

Il regista francese François Truffaut ha detto che gli adolescenti sono così interessanti perché fanno tutto per la prima volta. È d’accordo?

«Sì, i giovani non hanno un limite, non hanno ancora subito i condizionamenti che spesso caratterizzano la vita degli adulti, dipingono a tinte forti la tela bianca della loro vita, ciò che provano può risultare vistoso, ma anche doloroso. Sono nuovi, interessantissimi. Mio figlio undicenne l’altro giorno mi ha chiesto, con rara consapevolezza, di trascorrere la serata con lui perché fra non più di tre anni il nostro rapporto sarebbe cambiato al punto che non saremmo più stati insieme. In ogni caso, non assieme come adesso. Credo che avesse ragione, io non ci avevo pensato».

Il mondo giovanile, oggi, è migliore o peggiore di quello della sua giovinezza?

«Probabilmente è più omologato. Il modo di vestire, le abitudini di incontro, reali o virtuali, dipingono un quadro in cui prevale l’”avere”, ai miei tempi la pulsione giovanile di individualità era piuttosto una condizione dell’”essere”. Nel peggiore ambito pensabile, quello della criminalità minorile, vi era in passato comunque un codice di comportamento per cui si sfidava il più forte, oggi, a volte quelli più forti si accaniscono sui deboli».