Uber taglia il 10% del personale e accelera su robotaxi e droni

L’automazione nel mondo del lavoro sta prendendo sempre più piede in diversi settori, fra cui quello dei servizi di mobilità. Una trasformazione tecnologica destinata a modificare anche il peso della forza lavoro all’interno delle aziende. Uber, la più grande piattaforma al mondo di trasporto su richiesta tramite app, sta a sua volta rivoluzionando il proprio modello di business, riducendo il personale e puntando sempre più sull’automazione.
Stando a un approfondimento della NZZ, mercoledì 2 agosto il CEO Dara Khosrowshahi ha infatti comunicato via e-mail ai 34.000 dipendenti del gruppo nel mondo il licenziamento del 10% della forza lavoro.
Sulla scia di quanto avvenuto mesi fa presso Meta, con una vasta operazione di riduzione del personale, a essere particolarmente interessate dai tagli saranno le posizioni del management intermedio. Per essere più precisi, verrà eliminato un ruolo manageriale su cinque, insieme a diverse posizioni che si trovano «a più di sette livelli gerarchici di distanza dal CEO». Si tratta della più importante ondata di licenziamenti per Uber dai tempi della pandemia di Covid-19.
Con questa mossa verranno liberati, secondo quanto riportato dai media, circa 825 milioni di dollari, risorse che saranno destinate soprattutto all’automazione nei settori del trasporto e delle consegne. «Abbiamo l’opportunità di innovare in tutte le nostre attività principali e di plasmare il futuro autonomo», ha scritto Khosrowshahi nell’e-mail.
Stretta sul telelavoro
A cambiare sarà anche il telelavoro. In futuro soltanto circa l’1% del personale potrà lavorare senza recarsi regolarmente in ufficio. Per il resto dei dipendenti Uber intende applicare con maggiore rigidità il limite massimo di due giorni di home office alla settimana.
Oltre 10 miliardi per i robotaxi
A rivestire una grande importanza per Uber è soprattutto il settore dei robotaxi, nel quale l’azienda sta investendo oltre 10 miliardi di dollari. In passato il gruppo disponeva di una propria divisione dedicata ai veicoli autonomi. La strategia subì però una brusca battuta d’arresto nel 2018, quando un veicolo di Uber investì e uccise una donna senza fissa dimora in un sobborgo di Phoenix, in Arizona.
Nell’incidente ebbe un ruolo anche il comportamento della conducente di sicurezza, incaricata di intervenire in caso di emergenza, che in quel momento stava guardando il telefono anziché la strada. L’episodio provocò un grave danno d’immagine per Uber, che nel 2020 decise di vendere la propria divisione dedicata alla guida autonoma.
Oggi la strategia è nuovamente cambiata. Uber punta a diventare una delle principali piattaforme mondiali per i servizi di robotaxi, facendo leva anche sugli oltre 200 milioni di utenti che utilizzano i suoi servizi.
In alcune città statunitensi il progetto è già realtà: attraverso l’app di Uber è infatti possibile prenotare un robotaxi di Waymo, società specializzata nella guida autonoma nata come progetto di Google.
Un proprio progetto di guida autonoma
Ma Uber vuole spingersi oltre e lanciare un proprio servizio di robotaxi. Il progetto prevede l’utilizzo di veicoli Lucid equipaggiati con il sistema completo di guida autonoma di livello 4 sviluppato da Nuro. A questo si aggiunge una partnership con il costruttore Rivian per 50’000 veicoli autonomi, il cui lancio è previsto nel 2028. Il debutto del servizio con i veicoli Lucid è invece già in programma entro la fine dell’anno nella San Francisco Bay Area.
La corsa di Uber verso la guida autonoma passa inoltre attraverso una fitta rete di alleanze. Sono più di 30 le società con cui il gruppo sta lavorando per portare i robotaxi sulle strade. Il traguardo fissato per la fine dell’anno è una presenza, con diverse formule, in 15 città degli Stati Uniti. Un’espansione che porterà Uber a confrontarsi sempre più direttamente con Waymo, nell’orbita di Google, e Zoox, controllata da Amazon.
Dietro questa strategia c’è anche una questione economica. Una flotta composta in misura crescente da mezzi senza conducente permetterebbe infatti alla società di ridurre la dipendenza dagli autisti e, di conseguenza, di trattenere una parte maggiore dei ricavi generati dalle corse.
Le consegne prendono il volo
La stessa logica viene applicata a Uber Eats. L’azienda sta sperimentando nuove modalità per portare pasti e acquisti a destinazione senza affidarsi esclusivamente ai fattorini. Una delle soluzioni sono i droni: grazie a un accordo con Zipline, i primi apparecchi dovrebbero entrare in servizio nei prossimi mesi, sempre nella zona della baia di San Francisco.
Per Uber la consegna dall’alto potrebbe offrire diversi vantaggi. Oltre a ridurre le spese, consentirebbe di velocizzare il servizio e di raggiungere con maggiore facilità località meno densamente popolate, aprendo così la porta a una nuova clientela.
La posta in gioco è particolarmente importante negli Stati Uniti, dove Uber Eats deve fronteggiare l’avanzata di DoorDash. E la concorrenza si gioca anche sul terreno tecnologico: DoorDash sta infatti conducendo a sua volta test con i droni a San Francisco.
Non solo taxi e consegne
Robotaxi e consegne automatizzate sono però soltanto una parte di un progetto più ampio. Uber vuole trasformare la propria app in una piattaforma capace di accompagnare gli utenti in un numero sempre maggiore di attività quotidiane. Il percorso è iniziato con Uber Eats, introdotto dopo l’arrivo di Dara Khosrowshahi alla guida del gruppo nel 2017, ed è proseguito con la spesa a domicilio. Più recentemente si è aggiunto anche il settore dei viaggi: grazie a un accordo con Expedia, da aprile sull’app è possibile prenotare anche un soggiorno in hotel.
