Moda

Converse, dalla tela al design: al Fuori Salone di Milano la Chuck Taylor diventa architettura conviviale

Nella settimana milanese il brand americano rilegge la propria icona attraverso un’installazione immersiva firmata da Garance Vallée e Rich Aybar: tra intrecci, gomma e design da collezione, la sneaker si trasforma in esperienza
Foto Matteo Vitto - Courtesy of Flash Art
Mattia Sacchi
23.04.2026 16:30

Poche sneaker hanno attraversato più di un secolo mantenendo una riconoscibilità così netta. La Chuck Taylor nasce quando Converse è ancora un’azienda legata alla lavorazione della gomma, fondata nel 1908 da Marquis Mills Converse. Diventa un riferimento nel basket a partire dal 1917, si lega al nome di Chuck Taylor e, con il tempo, esce dal campo per entrare nella musica e nello streetwear. Alla Milano Design Week questo percorso prosegue, ma cambia piano: la scarpa resta il punto di partenza, non il punto di arrivo.

Foto Matteo Vitto - Courtesy of Flash Art
Foto Matteo Vitto - Courtesy of Flash Art

Il progetto milanese prende avvio dalla First String Woven Chuck Taylor All Star, una versione che lavora sulla costruzione più che sull’immagine. La tomaia è composta da pannelli in pelle intrecciati a mano, sviluppati appositamente per adattarsi alla forma della scarpa. È un lavoro che privilegia processo e controllo del materiale: l’intreccio non viene applicato, ma costruisce l’oggetto.

Foto Matteo Vitto - Courtesy of Flash Art
Foto Matteo Vitto - Courtesy of Flash Art

Su questo principio si innesta l’operazione presentata a Milano. L’installazione non replica la sneaker né la mette in scena: prende quel modo di costruire e lo sposta di scala. Il risultato è un ambiente pensato per una cena, quindi uno spazio che vive attraverso l’uso, dove il design non è esposto ma entra nella relazione tra le persone.

Foto Matteo Vitto - Courtesy of Flash Art
Foto Matteo Vitto - Courtesy of Flash Art

Il contributo di Garance Vallée lavora in maniera diretta su questo passaggio. Il tavolo è composto da elementi metallici modulari che si incastrano tra loro seguendo una logica di intreccio, quasi una treccia tradotta in struttura. La ripetizione dei moduli – organizzati in una griglia regolare – permette di definire allo stesso tempo la continuità dell’insieme e la posizione dei singoli commensali. Attorno, una serie di sedute realizzate con lo stesso approccio introduce variazioni sul tema: strutture intrecciate che alternano parti più dense ad altre più aperte, mantenendo una coerenza di linguaggio senza diventare seriali. Il riferimento alla sneaker non è mai letterale, ma resta leggibile nella costruzione.

Foto Matteo Vitto - Courtesy of Flash Art
Foto Matteo Vitto - Courtesy of Flash Art

Il lavoro di Rich Aybar si sviluppa su un altro asse, ma completa il discorso. Qui il punto di partenza non è l’intreccio, ma la gomma, cioè il materiale che definisce l’origine industriale del marchio. MENSA è un elemento in gomma traslucida che si inserisce lungo l’asse centrale del tavolo. Le sei cavità che lo caratterizzano non hanno funzione decorativa: servono a organizzare il pasto, a scandire porzioni e pause, introducendo una dimensione quasi rituale. La materia, illuminata, assorbe e restituisce la luce, trasformando un materiale tecnico in un elemento percettivo.

L’installazione tiene insieme questi livelli senza forzarli: la scarpa resta sullo sfondo, ma continua a essere leggibile in ciò che accade nello spazio. Milano, in questo caso, non è tanto una vetrina quanto un banco di prova. Converse ci arriva senza cambiare pelle, ma spostando il proprio lessico: dalla suola al tavolo, dal prodotto al modo in cui le persone si siedono, parlano, condividono. È lì che il progetto trova davvero senso.

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