«La signora degli orologi» che ha osato reinventare il TAG Heuer Monaco: «Innovare rispettando la storia»

Ci vuole coraggio a mettere mano a uno degli orologi più iconici della storia. Il TAG Heuer Monaco non è soltanto un cronografo quadrato nato nel 1969: è un pezzo di immaginario, legato alle corse, a Steve McQueen in Le Mans, ma anche alla cultura pop più recente, fino al polso di Walter White in Breaking Bad. Toccarlo significa entrare in una storia già molto scritta. Reinventarlo, ancora di più. E dietro questa nuova fase del Monaco c’è soprattutto la mente di Carole Forestier-Kasapi, la donna che ha guidato il lavoro sul nuovo movimento dell’inedito Monaco Evergraph, cuore invisibile ma decisivo di questa evoluzione.

A Watches and Wonders, a Ginevra, abbiamo incontrato Forestier-Kasapi davanti all’ultima evoluzione del Monaco. Oggi direttrice dei movimenti di TAG Heuer, è una delle figure più autorevoli dell’orologeria contemporanea: una progettista capace di coniugare ingegneria pura e visione industriale. In un settore ancora prevalentemente maschile — quello dei movimenti, della meccanica, ma anche dell’immaginario automobilistico a cui TAG Heuer è legata da sempre — il suo nome si è imposto negli anni attraverso risultati concreti, calibri innovativi e una reputazione costruita sul campo.
A Ginevra la maison ha scelto di raccontare il Monaco attraverso due strade parallele: da una parte il nuovo Monaco Chronograph, rilettura più ergonomica e fedele allo spirito del modello del 1969; dall’altra il Monaco Evergraph, piattaforma tecnica inedita costruita attorno a un nuovo calibro. È soprattutto su questo secondo progetto che si concentra il lavoro di Forestier-Kasapi. «Per me è un grande momento per la Maison. Quello che presentiamo oggi deve essere innovativo e deve stabilire un nuovo standard per i cronografi. Vogliamo più qualità, più durabilità, più precisione. Quando si lavora su un’icona bisogna rispettarne la storia, ma anche portarla avanti».

Forestier-Kasapi appartiene a quella rara categoria di figure capaci di muoversi tra banco da lavoro, ufficio tecnico e strategia aziendale. Prima di arrivare in TAG Heuer aveva già lasciato il segno in alcune delle realtà più importanti dell’orologeria svizzera, costruendo una reputazione internazionale come specialista dei movimenti. Oggi il suo compito è dare profondità tecnica a un marchio globale, mantenendone intatta la forza identitaria.
Nel Monaco Evergraph questa visione prende forma attraverso un nuovo approccio al cronografo. Il meccanismo TH80-00 viene ripensato con componenti flessibili studiati per migliorare affidabilità, costanza e resistenza nel tempo. Un lavoro poco visibile a occhio nudo, ma essenziale nella vita reale dell’orologio. «TAG Heuer è fatta di cronografi e di innovazione. Quando reinventi il cronografo da zero, sei esattamente al centro del nostro DNA. È lì che la nostra storia incontra il futuro».

Il Monaco, del resto, è forse il modello più delicato da aggiornare. Tutti ne conoscono la forma, il carattere, il legame con le corse e con il cinema. Per questo TAG Heuer ha scelto di separare i piani: il Monaco Chronograph custodisce e reinterpreta il linguaggio estetico dell’icona, mentre l’Evergraph spinge in avanti il contenuto tecnico.
Forestier-Kasapi, naturalmente, guarda soprattutto a quest’ultimo fronte. «L’orologeria ha bisogno di evoluzione. Innovare solo per innovare non ha senso. Deve esserci una ragione. Deve servire ad alzare il livello della qualità, della durabilità, della performance. Altrimenti resta solo un esercizio di stile».
Dietro questa apparente semplicità c’è un percorso personale molto preciso. Nata in una famiglia di orologiai, è cresciuta circondata da strumenti, movimenti e manualità tecnica. «I miei genitori erano orologiai. Sicuramente questo ha aiutato. Ho iniziato molto presto, volevo comprendere come funzionavano i meccanismi. Mi incuriosiva capire cosa succedesse all’interno».

Poi sono arrivati gli studi, prima come orologiaia e poi come ingegnera. Due anime complementari che ancora oggi definiscono il suo approccio. «Credo sia importante essere entrambe le cose. Conoscere il prodotto con le mani e saperlo pensare con metodo».
Ed è proprio sul lungo periodo che insiste parlando del nuovo movimento. «È uno sviluppo di lungo termine. In anni di lavoro per un singolo progetto a volte bisogna convincere le persone che è necessario continuare, che quella è la soluzione giusta. Per me fa parte del lavoro essere convinta di quello che creo e convincere gli altri. Se credi davvero in un progetto, devi saperlo difendere fino in fondo».

In un ambiente ancora dominato dagli uomini, non ha mai cercato scorciatoie narrative. Preferisce i fatti ai simboli. «Non mi interessa, non l’ho mai visto come un problema. Io penso da ingegnere. Nel lavoro non sono emotiva. Uomo o donna, non c’è distinzione, bisogna trovare soluzioni ed essere efficienti. I valori poi emergono sempre. Quando sono con la famiglia e con gli amici lascio emergere il mio lato più divertente ed empatico, ma sul lavoro servono lucidità e coerenza, anche perché le decisioni troppo emotive spesso alla fine non sono quelle corrette».

E infatti il momento che la soddisfa di più non è in laboratorio, ma davanti al pubblico. «Quando come in questi giorni a Ginevra le persone prendono in mano e provano il nuovo Monaco, il feedback più bello è semplicemente quando spalancano gli occhi e dicono «wow». In quel momento capisci che il lavoro fatto ha davvero un senso».
Come altri settori del lusso, anche l’orologeria svizzera è confrontata con sfide importanti, soprattutto nel rimanere rilevanti alle nuove generazioni, in un’epoca di smartwatch. «Dobbiamo migliorare l’esperienza di indossare un orologio meccanico, offrendo di più in termini di qualità, durabilità e precisione e facendo percepire quanta storia e artigianato ci sia dietro ogni singolo pezzo».
Il futuro, per lei, è già iniziato altrove. «Quello che vedete oggi, per me, è già superato. Quando arriviamo allo sviluppo finale, per me è già finito. È per questo che sto già lavorando ai prossimi movimenti. Bisogna preparare i prossimi cinque anni. E… non vedo l’ora».
