Michel Parmigiani, il signore degli orologi e i segreti del tempo: «Non si finisce mai di innovare»

Nel Rinascimento misurare il tempo significava anche cercare di comprendere l’universo. Matematici, astronomi, artigiani e artisti abitavano un mondo nel quale scienza e bellezza non erano ancora territori separati: un meccanismo poteva essere insieme strumento di precisione e opera d’arte. È da quel mondo che Michel Parmigiani, uno dei grandi maestri e innovatori dell’orologeria della sua epoca, sembra partire ancora oggi per immaginare il futuro. Lo incontriamo a Ginevra durante la Watch Week, nell’anno in cui la Maison che porta il suo nome celebra il trentesimo anniversario.
«Negli orologi antichi si scoprono dei saperi e ci si domanda come siano riusciti a fare una determinata cosa, come abbiano pensato per trovare quella soluzione. All’epoca cercavano già la precisione e c’è stato un cammino straordinario per raggiungerla. Ci sono matematici che si sono occupati di orologi proprio perché avevano bisogno della precisione per fare le misure del firmamento».

Parmigiani, 75enne, il cammino lo percorre da mezzo secolo. Nel 1976, nel pieno della crisi del quarzo, apre l’atelier di restauro; vent’anni dopo nasce Parmigiani Fleurier. La seconda vita nasce dalla prima.
«L’intervento su un orologio antico deve essere reversibile, non si possono fare modifiche. Bisogna ritrovare l’originalità del pezzo, capire come è stato costruito e perché. È un lavoro che assomiglia all’archeologia». E quell’archeologia può riservare sorprese che sembrano arrivare da un altro mondo. «Quando ancora non avevano la spirale come la conosciamo oggi utilizzavano le setole del maiale. Hanno una rigidità e un’elasticità particolari: il bilanciere va in un senso, si piegano e gli ridanno la spinta per andare nell’altro. Nel restauro non si può semplicemente trasformare tutto e mettere una spirale in metallo, perché funziona in maniera diversa. La cosa importante, con gli orologi antichi, è non modificare».
Un rispetto dell’originale che richiede abilità, disciplina e soprattutto una sensibilità costruita nel tempo. «La mano ha una grandissima importanza, senza le mani non si fa granché. Per arrivare a realizzare dei capolavori bisogna ritrovare questa intelligenza attraverso il lavoro. È un’educazione: bisogna imparare persino a stare seduti con la schiena diritta. Esiste una maniera di comportarsi dell’orologiaio che si acquisisce con l’apprendistato e, se non c’è questa disciplina, non è possibile entrare davvero nel mestiere».
Nel 1996 la sfida cambia: trasformare la conoscenza accumulata restaurando le creazioni altrui in un linguaggio proprio. «È stata una sfida altissima: utilizzare quel saper fare per realizzare un lavoro contemporaneo con il medesimo spirito. Le due discipline ballano insieme. Non sono stati sempre giorni facili, ci sono sfide e rinunce, perché bisogna essere molto disponibili verso questo mestiere. Richiede un’attenzione continua, una ginnastica, una maniera particolare di essere e di riflettere. E tutti i giorni si impara qualcosa».

Trent’anni dopo, il risultato non è però una Maison ripiegata sul proprio passato. L’eredità di Parmigiani continua a evolvere anche attraverso il lavoro di Guido Terreni, CEO dal 2021 e artefice di una nuova stagione creativa. Lo dimostra il Tonda PF Chronograph Mystérieux, una delle novità orologiere più apprezzate dell’anno, nato da un’idea di Terreni ma perfettamente dentro la filosofia del fondatore: impiegare una complessità meccanica enorme per ottenere la massima semplicità visiva.
A prima vista è quasi un essenziale tre lancette: le indicazioni della complicazione rimangono nascoste finché il meccanismo non viene attivato, per poi apparire tutte sul medesimo asse centrale. Parmigiani ne commenta così il principio: «L’idea è semplicissima e purissima, ma per arrivare a farlo è complicatissimo. Normalmente ci sono tre contatori e ogni indicazione ha il proprio spazio. Qui invece abbiamo cinque lancette tutte al centro che, a riposo, sembrano una cosa sola. Quando si aziona il meccanismo, quelle dedicate alla misurazione raggiungono le dodici e iniziano a partire; quando lo si ferma, le ruote si dissociano e devono ricordarsi dove si trovavano per poi tornare a sovrapporsi. È una complessità mostruosa racchiusa in 40 millimetri. E l’effetto è bellissimo perché sembra tutto talmente semplice».

È quasi una forma di «sprezzatura», nel significato attribuito da Baldassarre Castiglione al termine nel Cortegiano: far apparire naturale ciò che ha richiesto uno sforzo enorme. Nel Mystérieux l’esibizione tecnica lascia il posto al suo contrario: più il movimento è complesso, più il quadrante può permettersi di sembrare semplice.
E proprio questa capacità di nascondere la difficoltà porta Parmigiani su un terreno che gli è particolarmente caro, quello dell’atteggiamento con cui ci si confronta con la tecnica. «L’orologiaio è umile. Deve fare prova di conoscenza e umiltà attraverso le diverse composizioni. È difficile spiegare come nascano certe cose, perché è qualcosa che si ha dentro, qualcosa di molto intimo che fa parte della vita di una persona. Ci sono vie, dei sentieri, che vale la pena seguire e altri davanti ai quali bisogna stare attenti».
Non tutto ciò che è tecnicamente possibile, insomma, merita necessariamente di diventare un orologio. La tecnica deve trovare una forma e soprattutto una ragione. «C’è anche un pericolo nell’orologio: quello di non averlo fatto sufficientemente elegante perché possa parlare». Una frase che racconta bene anche la Parmigiani Fleurier contemporanea, dove la sofisticazione meccanica convive con una crescente sottrazione estetica.
Persino il colore segue la stessa logica. Il Tonda PF GMT Rattrapante Verzasca prende il nome dalle acque della valle ticinese, con una tonalità verde-azzurra inserita in una palette volutamente quieta, influenzata anche dalle policromie architettoniche di Le Corbusier: colori pensati per accompagnare chi li osserva senza stancarlo, invece di impressionarlo per pochi istanti.
Dietro creazioni tanto diverse rimane la stessa idea di lusso, legata più all’esecuzione che all’ostentazione. E persino di fronte al bilancio di trent’anni Parmigiani rifiuta una parola che sembrerebbe quasi inevitabile. «Orgoglioso non mi piace come termine. Mi dà una grande soddisfazione avere capito quello che si può fare attraverso la maestria e la tecnica. Fa un grande piacere riuscire a realizzare certe cose, ma bisogna essere umili, perché c’è sempre qualcuno dietro che ti soffia, ti parla nell’orecchio. Non è mai finita».
Proprio quel «non è mai finita» sposta lo sguardo verso ciò che verrà. A 75 anni Parmigiani continua a parlare di materiali, leghe e possibilità ancora inesplorate con la curiosità di chi considera l’orologeria un territorio tutt’altro che esaurito. «Ci sono molte cose da scoprire nei nuovi materiali, nelle leghe, nel modo di comprendere il valore della materia. Per me è molto importante avere prima di tutto la maestria e ci vuole tempo per arrivarci. Un orologiaio è buono dopo dieci anni, e anche mai. C’è sempre da migliorare e ci vuole un comportamento, una filosofia del lavoro particolare per poter essere soddisfatti».
È forse la risposta più sorprendente di una conversazione con un uomo che agli orologi ha dedicato mezzo secolo: dopo cinquant’anni si può essere bravi, ma non abbastanza da smettere di imparare. Vale allora la pena tentare un’ultima incursione nel futuro. Ci sono ancora orologi che Michel Parmigiani sogna e non è riuscito a realizzare? «Sì, ce ne sono parecchi». La risposta arriva immediata. Ne può raccontare almeno uno? Questa volta sorride, lasciando passare appena qualche secondo: «No».
Ed è probabilmente giusto così. Per un uomo che ha trascorso la vita ad aprire orologi per scoprirne i segreti, almeno quelli del futuro possono restare ancora, per qualche tempo, nascosti.
