Sanità

«Se fosse un film, la sanità svizzera sarebbe un thriller. Ma ci sarà un lieto fine»

Al Simposio sulla Sanità sostenibile nell'ambito del Locarno Film Festival, esperti e ricercatori si interrogano sul futuro del sistema elvetico - Il CEO di Swiss Medical Network Dino Cauzza parla di una «sanità in salute», mentre dai vaccini personalizzati contro i tumori arrivano segnali incoraggianti
Ph. Astrid Wickert
Mattia Sacchi
13.08.2026 10:23

«Il sistema sanitario svizzero ha tutti gli elementi di un thriller». Kristian Schneider, vicedirettore dell’Ufficio federale della sanità pubblica, sceglie il linguaggio del cinema per descrivere una sanità alle prese con costi crescenti, interessi spesso contrapposti e una qualità difficile da misurare. Una metafora particolarmente azzeccata a Locarno, dove il quinto Simposio sulla Sanità sostenibile, organizzato da Swiss Medical Network al PalaCinema in collaborazione con il Pardo, ha riunito rappresentanti della medicina, della ricerca e delle istituzioni per interrogarsi sullo stato di salute del sistema elvetico.

E, come in ogni thriller che si rispetti, la tensione non manca. Premi delle casse malati in aumento, invecchiamento della popolazione, pressione sui costi e necessità di continuare a garantire cure accessibili e di qualità rappresentano alcuni dei nodi di una trama diventata sempre più complessa. Schneider lascia però aperta soprattutto una domanda: «Questa storia può avere un lieto fine?». La risposta, per il vicedirettore dell’UFSP, è sì. La Svizzera parte infatti da una posizione privilegiata: «Abbiamo un accesso alle prestazioni comparativamente molto buono. Ma questo non significa che tutto funzioni come dovrebbe. Esistono ancora prestazioni non necessarie, differenze nell’efficienza e soprattutto la necessità di rendere maggiormente trasparenti e misurabili i risultati delle cure. L’obiettivo, insomma, non è stravolgere la sceneggiatura, ma far funzionare meglio protagonisti che troppo spesso sembrano recitare ciascuno la propria parte«.

Se Schneider sceglie il thriller, Dino Cauzza cambierebbe forse genere. A guardare soltanto premi, costi e difficoltà, il CEO di Swiss Medical Network potrebbe trovarsi davanti a un film drammatico. Ma fermarsi a questa lettura, ha spiegato, significherebbe perdere una parte importante della storia. «Abbiamo un sistema di altissimo livello e soprattutto abbiamo ricerca e innovazione che continuano ad avanzare, come dimostrano molte delle eccellenze nei vari ambiti della sanità che abbiamo ospitato nel nostro Simposio, ormai un appuntamento consolidato nel programma del Locarno Film Festival, e che hanno mostrato straordinari passi in avanti nella ricerca medica». Una sanità che deve certamente affrontare problemi strutturali, dunque, ma che continua contemporaneamente a sviluppare nuovi modelli di presa a carico e nuove possibilità terapeutiche. In altre parole, «la nostra sanità ha delle difficoltà, ma è una «sanità in salute»».

Un ruolo decisivo, in questa prospettiva, spetta proprio alla ricerca. E non soltanto a quella condotta nelle università o nei grandi centri pubblici. «Il privato ha una responsabilità: deve investire nella ricerca, anche quando non dà risultati immediatamente visibili». Per Cauzza qualità e innovazione devono tradursi in qualcosa di concreto, attraverso un approccio capace di coinvolgere medici, ospedali, Cantoni e gli altri protagonisti del sistema. È anche su questo terreno che Swiss Medical Network sta cercando di rafforzare la propria attività, portando la ricerca clinica all’interno della propria rete.

E come in ogni film che si rispetti, durante il Simposio non è mancato nemmeno il colpo di scena. Di quelli belli: lo sviluppo di vaccini terapeutici personalizzati contro il cancro, pensati non per prevenire la malattia come accade con i vaccini tradizionali, ma per aiutare l’organismo di chi è già malato a combattere il proprio specifico tumore. A presentarli è stata Lana E. Kandalaft, responsabile della ricerca clinica e traslazionale di Swiss Medical Network, che da anni lavora su questa frontiera dell’immunoterapia.

Per spiegare un meccanismo estremamente complesso, Kandalaft ha scelto un’immagine semplice. «Il nostro sistema immunitario possiede dei soldati: i linfociti T. Il problema è che non sempre riescono a riconoscere il tumore». Le cellule tumorali possono infatti riuscire a sfuggire alle difese naturali dell’organismo. Da qui la domanda alla base della ricerca: «Possiamo cambiare questa realtà? Io voglio dire di sì». Il vaccino viene costruito partendo dalle caratteristiche specifiche del tumore del singolo paziente, individuando bersagli capaci di mettere il sistema immunitario nelle condizioni di reagire. «Con i vaccini possiamo aiutare questi soldati a riconoscere meglio e attaccare le cellule tumorali».

Non si tratta più soltanto di un’ipotesi di laboratorio. Kandalaft ha raccontato l’esperienza maturata negli Stati Uniti su pazienti affette da tumore ovarico, una delle forme oncologiche più difficili da trattare. «Abbiamo condotto uno studio clinico su 60 pazienti con tumore ovarico, realizzando un vaccino personalizzato per ciascuna: in alcuni casi ha permesso di ritardare il ritorno della malattia e una paziente ha beneficiato di una remissione completa». Risultati che non equivalgono naturalmente a una cura universale, ma che hanno fornito elementi importanti per proseguire lungo questa strada.

Ora la sfida è attraversare quella che Kandalaft definisce la «valle della morte» dell’innovazione: la distanza che spesso separa una scoperta scientifica dalla possibilità di trasformarla in una terapia concretamente disponibile per i pazienti. Swiss Medical Network sta lavorando sul progetto dei vaccini personalizzati, con l’obiettivo di portarli alla fase successiva di sperimentazione.

«Se tutto va bene, possiamo cominciare a settembre», ha spiegato Kandalaft. E il lavoro guarda già più lontano: accanto ai vaccini terapeutici, la ricerca sta infatti esplorando anche la possibilità futura di sviluppare strategie vaccinali capaci, in determinate situazioni, di prevenire alcuni tumori prima ancora che si sviluppino.

Il thriller della sanità svizzera, dunque, continua. Costi, qualità e sostenibilità garantiscono che la tensione non scomparirà presto. Ma dal PalaCinema è emersa anche un’altra possibile sceneggiatura, fatta di ricerca e terapie che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza. Il lieto fine non è assicurato. Ma, come ha ricordato Kandalaft, «la domanda è se possiamo cambiare questa realtà. Io credo di sì».

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