Ciber-attacchi: «È chiaro che questo fenomeno continuerà ad ampliarsi»

Questi attacchi sono la conferma dei rischi di dipendenza da un solo fornitore straniero per la gestione dei dati pubblici.
«Sì, ma sono anche un segnale più complesso e ampio. Cominciamo col dire che il numero di ciber-attacchi continua ad aumentare. Da almeno un paio d’anni, inoltre, l’automazione degli attacchi basata sull’intelligenza artificiale sta guidando una nuova fase. La dipendenza delle amministrazioni pubbliche da un solo fornitore per la quasi totalità dei loro sistemi è nel contempo un punto di forza, perché l’azienda ha capacità e mezzi per rispondere, ma anche un problema, perché una volta identificata una falla, gli attacchi possono essere moltiplicati. L’agenzia americana della cybersicurezza aveva messo in guardia proprio tre settimane fa contro alcune vulnerabilità di SharePoint».
Quale ruolo svolge l’intelligenza artificiale in questi attacchi?
«Sui tre attacchi recenti, credo che nessuno ancora lo sappia, ma immagino vi siano delle verifiche in corso. Tuttavia, si ricorderà che in primavera un modello di IA, Mythos, di Anthropic, era stato reso accessibile soltanto a un numero ristretto di aziende e Paesi perché considerato troppo potente e in grado di esaminare i sistemi informatici e di identificare rapidamente difetti, vulnerabilità e falle, potenzialmente sfruttabili per ciber-attacchi. Nel frattempo, diversi altri modelli di IA sono stati lanciati, e nelle ultime settimane abbiamo appreso di un numero inquietante di casi dove cosiddetti “agenti autonomi” di IA hanno penetrato i sistemi di varie aziende. È chiaro che questo fenomeno continuerà ad ampliarsi».
In che senso?
«Alle aziende che sviluppano sistemi di IA piace parlare dell’“esplosione d’intelligenza” che ci aspetta nei prossimi anni, quando l’IA diventerà molto più sofisticata, e forse anche un po’ più affidabile. Guardano, insomma, soprattutto all’“intelligenza”. Quel che mi preoccupa, è il fatto che non prestino molta attenzione all’“esplosione”: i segnali recenti suggeriscono piuttosto situazioni caotiche, sistemi di IA potenti e non governati, modelli di IA che si comportano come virus moltiplicandosi e penetrando sistemi, aziende impreparate. Se fossi un dirigente d’azienda o un politico, metterei almeno altrettanta attenzione, se non di più, sul rafforzamento delle misure di sicurezza delle reti e dei sistemi informatici e sulla loro resilienza più che sulle promesse dell’IA».
I fatti recenti che cosa ci dicono sulla solidità della nostra democrazia digitale?
«Se parliamo di democrazia, non dobbiamo soffermarci solo sui dati rubati. Viviamo sempre più in un contesto strutturato dalla tecnologia digitale. Molte delle nostre attività quotidiane, tanto private che professionali, ne dipendono. L’informazione che riceviamo è sempre più filtrata da algoritmi, che selezionano cosa vediamo sui social o cosa ci dicono (o inventano) i chatbot, e che rendono possibili campagne d’influenza mirate. Ciò rende più difficile capire la realtà, avere punti di riferimento. La nostra comprensione del mondo - e quindi la nostra capacità di essere cittadini informati - ne risulta degradata».
Mi fa pensare al dramma vissuto, qualche giorno fa, nella exclave spagnola di Ceuta sulla costa africana.
«Certo. Decine di migliaia di migranti che si buttano in acqua per entrare in territorio spagnolo, alcune decine che purtroppo, facendolo, perdono la vita. Gli altri arrivano, circolano le immagini, e ne viene fuori un putiferio continentale, governi che attaccano il governo spagnolo, che sospendono i trattati, politici che urlano all’invasione (val la pena ricordare che tutto si è svolto sul continente africano). Si sono visti, insomma, i migranti. Quel che non si è visto è che dietro questa partenza massiccia c’era la forza moltiplicatrice di messaggi fuorvianti diffusi sui social. Un’interpretazione deliberatamente deformata di una sentenza di un tribunale spagnolo, un annuncio inventato che la frontiera sarebbe stata “aperta a partire dalle ore 22”, un gruppo Facebook con oltre 20.000 membri che dava istruzioni, la ripetizione di tutto ciò su TikTok, su Instagram, via WhatsApp. È necessario capire che le democrazie sono sotto attacco, che non basta più proteggere le frontiere fisiche ma bisogna proteggere quella che nel libro chiamo l’integrità informativa».
La presenza costante di SharePoint ci dice che siamo molto lontani ancora da una tendenza alla de-americanizzazione, da lei evocata nel suo saggio «Meno America nelle nostre vite».
«Quando ho cominciato a scrivere su questi temi, una quindicina di mesi fa, non ne parlava quasi nessuno. Ora la questione dell’eccessiva dipendenza dei Paesi europei - compresa la Svizzera - dalle tecnologie digitali americane è discussa continuamente, nel Parlamento europeo come in quello svizzero, nelle grandi aziende come Airbus come nelle università, ci sono conferenze e documentari e libri. Diciamo che la presa di coscienza è rapida. E finalmente iniziamo a vedere un po’ d’azione».
