Il caso

Il «verdetto storico» contro Google e Meta: «I social sono progettati per creare dipendenza»

Dopo la denuncia di una giovane californiana, che definisce YouTube e Instagram «colpevoli» di averla portata, durante la sua infanzia, a sviluppare depressione e pensieri suicidi, la giuria di Los Angeles stabilisce responsabilità e risarcimenti per i due giganti della tecnologia – La ragazza, oggi 20.enne, riceverà un compenso di sei milioni di dollari
©TED SOQUI
Federica Serrao
26.03.2026 19:15

In un mondo sempre più digitale, dove le piattaforme social stanno «rivoluzionando» il modo di interagire e relazionarsi delle persone, la sentenza pronunciata mercoledì dalla giuria di Los Angeles non può passare inosservata. Addirittura, c'è chi ha parlato di un «verdetto storico»: Meta e Google sono infatti state ritenute responsabili di creare dipendenza dai social tra i giovani. Una decisione presa a seguito del processo scaturito dalla denuncia di Kaley G. M., 20.enne californiana, che ha definito YouTube e Instagram «colpevoli» di averla portata, durante la sua infanzia, a sviluppare depressione e pensieri suicidi. A tal proposito, la giuria ha stabilito che Google (proprietaria di Youtube) e Meta (proprietaria di Instagram, Facebook e Whatsapp) hanno «intenzionalmente creato piattaforme di social media che creano dipendenza» e che, nel caso di Kaley, hanno danneggiato la sua salute mentale quando era bambina. Per questa ragione, dunque, la giovane riceverà un compenso di tre milioni di dollari a titolo di risarcimento danni e altri tre milioni di dollari a titolo di risarcimento punitivo. Per la giuria, infatti, Meta e Google hanno agito con «malizia, oppressione e frode» nel modo in cui gestivano le loro piattaforme, sviluppate deliberatamente con l'obiettivo di creare dipendenza. E per questo, ora, dovranno  pagare: Meta, nello specifico, dovrà farsi carico del 70% del risarcimento danni, mentre a Google spetterà il restante 30%. 

Solo un giorno prima, una giuria del New Mexico ha stabilito che Meta ha ingannato i giovani dello Stato sulla sicurezza delle sue reti sociali, pur essendo a conoscenza che piattaforme come Facebook e Instagram sono diventate «terreno fertile per i predatori sessuali». Motivo per cui, la sentenza della giuria di Los Angeles assume una connotazione ancora più forte. Secondo gli esperti, questa causa storica potrebbe ridefinire il modo in cui l'industria tecnologica affronta la responsabilità legale riguardo alla salute mentale dei giovani utenti. 

Il caso Kaley

Tutto, come detto, ha avuto origine dalla denuncia presentata da Kaley. Il primo caso contro le aziende di social media, su oltre 1.500, a essere arrivato in tribunale. La giovane ha iniziato a usare i social media in maniera precoce: è approdata su Instagram quando aveva solo nove anni, e su YouTube quando ne aveva appena sei. Nessuna restrizione, sulle piattaforme, le ha mai impedito di accedervi, nonostante la sua giovane età. «Ho smesso di interagire con la mia famiglia perché passavo tutto il mio tempo sui social media», ha dichiarato la giovane nella sua testimonianza. Con il passare del tempo, la situazione è peggiorata notevolmente. Kaley ha iniziato a provare sentimenti di ansia e depressione quando aveva 10 anni: disturbi che, tuttavia, le sono stati diagnosticati solo anni dopo da uno psicologo. Non solo: la giovane ha cominciato a soffrire di dismorfofobia: una condizione che porta le persone a preoccuparsi eccessivamente del proprio aspetto fisico, evidenziando difetti non presenti o solo leggermente percepibili dagli altri. 

Secondo gli avvocati della giovane, Instagram ha giocato un ruolo fondamentale nella faccenda. Kailey, infatti, nel tempo ha sviluppato un'ossessione per il proprio aspetto fisico e ha cominciato a usare, con frequenza, i filtri della piattaforma che alterano l'aspetto (per esempio rendendo il naso più piccolo o gli occhi più grandi). A detta dei legali della 20.enne, Instagram ha progettato alcune funzionalità della sua applicazione con l'obiettivo di creare dipendenza. In particolare, basandosi sulle testimonianze di esperti ed ex dirigenti di Meta, hanno sottolineato come l'azienda punti sui giovani utenti dal momento che sono più propensi a rimanere online, sulle piattaforme, per periodi più lunghi di tempo. 

Meta e Google negano

Nonostante si tratti di un «verdetto storico», la sentenza di Kaley non sarà determinante, ma potrebbe creare un precedente e aiutare in casi futuri. Ripetute sconfitte, infatti, potrebbero costare ai giganti della tecnologia miliardi di dollari, tanto da costringendoli a modificare le loro piattaforme. Proprio per questo motivo, da un lato, la decisione è stata accolta positivamente da genitori e gruppi di attivisti che chiedono regole e restrizioni più severe sui social. Non a caso, diverse famiglie dei giovani «vittime dei social» si sono recate a Los Angeles, da ogni angolo degli Stati Uniti, per assistere al processo. Dall'altro lato, però, le aziende interessate hanno dichiarato di voler presentare ricorso,  sottolineando di aver introdotto, negli anni, strumenti come il controllo parentale o restrizioni su contenuti e privacy, per tutelare i ragazzi.

Meta, a tal proposito, si è difesa sostenendo che la salute mentale degli adolescenti è «profondamente complessa» e, per questo motivo, non riconducibile a una singola applicazione come Instagram. «Continueremo a difenderci con fermezza, poiché ogni caso è diverso. Restiamo fiduciosi nella nostra capacità di proteggere gli adolescenti online», si legge in una dichiarazione dell'azienda. Google, dal canto suo, tramite un suo portavoce, ha sostenuto che YouTube, in questa faccenda, sarebbe stato «erroneamente definito un social network», nonostante sia una «piattaforma streaming». Un modo, insomma, per prendere le distanze dai social media, sempre più accusati di creare dipendenza. 

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